istituzione cultura

Cosa cambia in seno al Mibact

Quali novità introduce il nuovo regolamento di organizzazione e cosa bisognerà monitorare. Al via il concorso per i nuovi direttori dei musei

di Daniele Donati

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Quali novità introduce il nuovo regolamento di organizzazione e cosa bisognerà monitorare. Al via il concorso per i nuovi direttori dei musei


4' di lettura

Con procedimento accelerato, nell'occasione del ritorno delle competenze relative al turismo in seno al Ministero per i Beni e le Attività Culturali , è stato approvato un nuovo regolamento di organizzazione molto ambizioso. Il testo del d.P.C.M., infatti, oltre a reintegrare quelle competenze e i relativi apparati, rispondendo alle critiche giunte da più parti di eccessiva (ri)centralizzazione operata dal regolamento del 19 giugno scorso, coglie l'occasione per mettere in atto una molteplicità di interventi che rivedono ad ampio spettro struttura e attività del dicastero, rivelando non poco della visione e delle intenzioni dell'attuale ministro Enrico Franceschini.
Da una parte si tende a migliorare il funzionamento dello dicastero, razionalizzando un quadro normativo che si era andato complicando per il succedersi di interventi di riorganizzazione, non sempre di ugual segno, tra il 2014 e il 2018. Dall'altra si potenziano le funzioni di tutela con la creazione della Direzione generale per la sicurezza del patrimonio culturale e l'incremento dei presidi sul territorio grazie all'istituzione di 10 nuove Soprintendenze (di cui 7 per Archeologia, Belle arti e Paesaggio e 3 Archivistiche e Bibliografiche).

L’autonomia dei musei e i bandi per i direttori
Nel senso di una ritrovata autonomia, in cui l'attuale ministro afferma di credere fortemente, oltre a ripristinare tre istituti autonomi soppressi nel giugno 2019 (Galleria dell'Accademia di Firenze, il Museo nazionale etrusco di Villa Giulia e il Parco archeologico dell'Appia antica), si provvede invece alla creazione di otto nuovi musei, parchi archeologici e altri luoghi della cultura (il Vittoriano e Palazzo Venezia a Roma, la Pinacoteca Nazionale di Bologna, il Museo Nazionale d'Abruzzo a L'Aquila, il Museo Archeologico Nazionale di Cagliari, Palazzo Reale di Napoli, il Museo Nazionale di Matera e il Parco Archeologico di Sibari) scelti - come specifica la relazione di accompagnamento del d.P.C.M. - in ragione di parametri oggettivi tra cui rilevanza dei luoghi e delle collezioni, potenzialità di sviluppo degli istituti e dell'area in cui si trovano, distribuzione geografica, elementi storico artistici, sostenibilità economica e impatti sociali sulle comunità. Come in passato, anche per questi nuovi musei, la selezione dei direttori avverrà con bando internazionale. Indetto il 29 gennaio le candidatura dovranno essere presentate entro le 12 del 3 marzo per il conferimento dell'incarico di livello dirigenziale generale di direttore per la Galleria Borghese, il Museo Nazionale Romano e il Vittoriano e Palazzo Venezia; per il conferimento dell'incarico di livello dirigenziale non generale di direttore per i sei sopracitati e la Biblioteca e Complesso monumentale dei Girolamini, la Galleria Nazionale delle Marche; Palazzo Ducale di Mantova; Parco Archeologico di Ostia antica.

L’innovazione
Il maggior interesse risiede però, a mio giudizio, nei profili più innovativi su cui il regolamento interviene. Devono innanzitutto ricordarsi la creazione dell'Istituto centrale per il Patrimonio immateriale, l'istituzione di una nuova Soprintendenza nazionale per il patrimonio culturale subacqueo con sede a Taranto (cui sono affidate le attività previste dalla Convenzione Unesco del 2001) e il ripristino del Servizio dirigenziale dedicato alla demoetnoantropologia in seno alla Direzione Generale Archeologia, Belle Arti e Paesaggio e come area funzionale nelle soprintendenze.
Inoltre, reclamizzato in varie sedi col titolo altisonante di un «Investimento sul Futuro», si rubricano le misure relative al rafforzamento delle strutture dedicate alla digitalizzazione del patrimonio culturale e quelle relative alla creatività contemporanea (in realtà già lanciate dal d.P.C.M. n. 76 del 2019).
Rispetto alla digitalizzazione si prevede, sotto la vigilanza della Direzione Educazione, ricerca e istituti culturali, la creazione della cosiddetta Digital Library, ovvero l'Istituto per la digitalizzazione del patrimonio a cui viene assegnato il compito di coordinare ogni iniziativa del Ministero in questo settore, essendo ad essa collegati i quattro Istituti centrali con competenze di catalogazione e ricerca in materia di archivi, biblioteche, catalogo e beni sonori. A tal fine l'Istituto elabora un Piano nazionale di digitalizzazione del patrimonio culturale del quale progetta e coordina la catalogazione.
Per il contemporaneo viene confermata e rafforzata la Direzione generale dedicata alla creatività contemporanea e alla rigenerazione urbana, chiamata ora a svolgere le funzioni e di promozione e sostegno dell'arte e dell'architettura contemporanee (in cui si fanno rientrare la fotografia e la videoarte), delle arti applicate (con richiamo esplicito al design e alla moda) e della qualità architettonica ed urbanistica, con attenzione specifica alle imprese culturali e creative alla promozione di interventi di rigenerazione urbana.

Verifiche a consuntivo
Profili - come si vede - rilevantissimi, che dovrebbero portare l'azione del Ministero in periferia, in luoghi finora mai toccati. A confrontarsi con l'innovazione stilistica e la provocazione del nuovo. A lavorare con le tecnologie più avanzate elaborando per queste criteri, regole, protocolli fin qui inediti.
Naturalmente anche in questo caso, come per tutte le “politiche per la cultura”, il vero effetto delle misure descritte sarà da valutare a consuntivo, e specialmente in ragione dell'efficacia, del calibro e dell'equilibrio con cui si metteranno in campo le azioni fin qui solo descritte.
Il rischio infatti è duplice: da una parte, c'è l'invincibile sindrome dell'immobilità, o dell'irrilevanza. Ma ancor più preoccupante è l'ipotesi di una deriva eccessivamente interventista, a cui si ricollega sempre il pericolo dell'elaborazione di una linea (estetica, interpretativa, o anche solo tecnologica) “di Stato”, di una “politica culturale” assunta a guida, e non offerta a mero sostegno della creatività.

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