Interventi

Cosa ci dice il caso Trump sulla natura di Internet e dei social media

di Vitalba Azzollini

(REUTERS)

4' di lettura


Le recenti vicende tra Trump e i social network – avviso su un tweet perché non basato su fatti, segnalazione di un altro tweet come esaltazione della violenza e, da ultimo, rimozione di spot elettorali su Facebook in quanto incitamento all’odio – inducono ancora una volta a interrogarsi sul ruolo dei gestori di piattaforme on line e sulle conseguenze, anche giuridiche, del loro intervento sui contenuti inseriti dagli utenti. C’è chi ha accolto con favore le decisioni sulle esternazioni social del presidente: forse l’Internet che qualcuno vuole è un luogo ove chi offre uno spazio virtuale di condivisione sia pure controllore di quanto viene pubblicato.
Di certo, questo non è l’Internet concepito originariamente, secondo una visione tesa ad agevolare la libera circolazione, da un lato, dei servizi della società dell’informazione, dall’altro, delle idee e della conoscenza. È stata tale visione a orientare l’elaborazione della disciplina degli Internet Service Provider (ISP), il cui cardine è la assenza di responsabilità di questi ultimi per i contenuti prodotti da chi utilizza i loro servizi, circa i quali non sono tenuti a svolgere alcuna sorveglianza. Sin dall’inizio, infatti, è stato palese che un obbligo di verifica sulle informazioni trasmesse o memorizzate, quindi anche sulla loro qualificabilità come attività illegali, avrebbe rappresentato un onere spropositato per gli ISP, rendendone di fatto impossibile l’operatività, almeno quella di cui gli utenti hanno fruito finora. Ecco il motivo per cui gli ISP sono stati considerati entità differenti dai media tradizionali e, pertanto, sottoposti a un regime giuridico diverso. Questo “scudo” – l’esenzione da responsabilità per i contenuti user-generated - derivante dalla peculiare natura riconosciuta a tali soggetti, ha consentito lo sviluppo delle loro piattaforme e, al contempo, la più ampia diffusione del pensiero e delle opinioni, cioè quella diversità di idee che arricchisce il dibattito pubblico. Come spiegato dal giurista Carlo Blengino su Il Post, «senza una forte protezione legale dei provider i due terzi dei servizi web che oggi utilizziamo probabilmente non sarebbe mai nato».
Le ragioni sopra delineate - esposte nel libro di Jeff Kosseff “The Twenty-Six Words That Created the Internet” – nel 1996 hanno indotto il Congresso degli Stati Uniti a sancire che «Nessun fornitore di servizi internet e nessun utilizzatore di tali servizi può esser ritenuto responsabile quale editore o quale autore di una qualsiasi informazione che sia stata creata e fornita da terzi» (sezione 230 del Communications Decency Act). Anche in Europa, grazie alla cosiddetta direttiva e-commerce, gli operatori della rete godono di un’esenzione da responsabilità per i contenuti veicolati, a meno che questi ultimi non siano stati riconosciuti come illegali (cosiddetto “notice and take down”). Ciò a differenza degli Usa, ove il gestore del servizio non ha ex lege obblighi di sorta (salvo che per violazioni in tema di copyright). Del resto, il primo emendamento della Costituzione Usa vieta l’emanazione di leggi «per limitare la libertà di parola o di stampa».
Dunque, a fronte dello scudo da responsabilità disposto dalla sezione 230 e dalla direttiva e-commerce, la fruizione dei servizi internet avviene secondo regole di utilizzo che l’utente (più o meno consapevolmente) si impegna a rispettare. E si tratta di regole ultimamente “rafforzate”, a seguito delle sempre maggiori pressioni dell’opinione pubblica affinché gli ISP intervengano su contenuti definibili come discorsi di odio o disinformazione; nonché a seguito dell’adesione di alcuni provider a codici di condotta, condivisi in sede UE, per arginare hate speech e fake news, anche mediante meccanismi di segnalazione ed eventuale rimozione di contenuti. Questa maggiore intrusività degli ISP, unitamente alla crescente importanza dei social network nel dibattito pubblico, ha fatto emergere diverse criticità: in particolare, il rischio che la libertà del provider di fissare condizioni d’uso e agire discrezionalmente sui contenuti possa tradursi in un “arbitrio dell'arbitro”, in modo non sempre trasparente e con impatti sulla libertà di informazione (informare ed essere informati) degli utenti.
Ora Trump - a seguito delle vicende sopra accennate - con un ordine esecutivo del 28 maggio scorso, vuole che i gestori di piattaforme on line, dato l’intervento che operano sui contenuti alla stregua di veri e propri editori, con etichettature e rimozioni, siano considerati parimenti responsabili sul piano giuridico e non possano più godere dello scudo fornito dalla sezione 230. Anche nell’Unione Europea, partendo da un punto diametralmente opposto, è allo studio una revisione – con il cosiddetto Digital Service Act - del regime di esenzione da responsabilità degli ISP, di cui alla citata direttiva e-commerce. Il rischio è che, per un verso o per un altro, l’intento di contenere la libertà dei gestori di social network attraverso un nuovo sistema di responsabilità – disconoscendone così la peculiare natura per cui erano stati originariamente sottratti alla disciplina dei media tradizionali - abbia effetti anche in termini di minore libertà di espressione dei fruitori dei loro servizi.
Sarà migliore l’Internet in cui gli operatori della società dell’informazione svolgeranno un’attività di controllo – per certi versi “censoria” - su quanto pubblicato dagli utenti, improntata a criteri dettati da un qualche regolatore e poi, probabilmente, dai tribunali? Purtroppo, dalla libertà di internet alla «paura della libertà di internet» (titolo di un mio paper per l'Istituto Bruno Leoni) il passo è stato breve.

Giurista

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