A DIECI ANNI DALLA SCOMPARSA

Cosa direbbe Cossiga oggi? La lezione del presidente è più che mai attuale

Oggi è il decennale della scomparsa di Francesco Cossiga, uno dei più intelligenti politici del dopoguerra che percorse nell'arco di mezzo secolo tutte le principali tappe delle istituzioni democratiche italiane fino alla Presidenza della Repubblica

di Paolo Savona

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Oggi è il decennale della scomparsa di Francesco Cossiga, uno dei più intelligenti politici del dopoguerra che percorse nell'arco di mezzo secolo tutte le principali tappe delle istituzioni democratiche italiane fino alla Presidenza della Repubblica


2' di lettura

Oggi è il decennale della scomparsa di Francesco Cossiga, uno dei più intelligenti politici del dopoguerra che percorse nell'arco di mezzo secolo tutte le principali tappe delle istituzioni democratiche italiane fino alla Presidenza della Repubblica. Giurista raffinato, dotato di una prodigiosa memoria, aveva una straordinaria capacità di elaborare le informazioni che raccoglieva incessantemente nel corso di incontri o telefonate quotidiane con i vertici della politica e dello Stato e studiosi di diversa estrazione. Era una vera e propria “macchina per pensare”.

Mai coinvolto in scandali finanziari, quando questi investirono i vertici dei Partiti rifiutò di delegare alla Magistratura, che considerava composta da uomini non immuni dai vizi come tutti, il compito di giudicare il comportamento della politica e rivendicò il diritto del Parlamento a giudicare la vicenda di Tangentopoli come essa giudica i propri. L'anno dopo la fine del suo mandato di Presidente della Repubblica tenne alla Columbia University di New York una lezione sul tema delle origini della corruzione in Italia, indicando con argomenti raffinati che la soluzione andava cercata nella “Grande confessione”. Ne suggerisco la lettura, non avendo perso di attualità.

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Insegnava il rispetto delle istituzioni, ma rivendicava il diritto alla loro critica, che esercitava in modo instancabile. Con un Messaggio presidenziale alle Camere del giugno 1991, argomentò che la Costituzione del 1948 era frutto dei tempi in cui fu ideata, ma inadatta a rappresentare quelli conseguenti alla fine della divisione in blocchi del mondo. Egli avvertì che fossero venuti meno per l'Italia i vantaggi dell'appartenenza all'area occidentale e perciò dovesse porre rimedio alle sue disfunzioni per fronteggiare la durezza dell'incombente ampliamento della competizione globale.

Coloro che gli erano più vicini e beneficiarono dei suoi insegnamenti continuano a chiedermi che cosa direbbe Cossiga nelle attuali circostante. Ritengo questo un quesito mal rivolto, perché la risposta spetta a noi, suoi allievi, se Egli ha lasciato traccia nella nostra formazione del dovere di criticare istituzioni e politiche senza temere le reazioni anche più acerbe, che lui stesso patì. Perciò insisto nel chiedere una nuova architettura istituzionale per correggere i difetti esistenti e affrontare la sfida delle innovazioni tecnologiche e dei mutamenti geopolitici che incalzano. Nel Messaggio alle Camere sull'entrata dell'Italia nell'euro sostenne che le imprese private erano pronte ad affrontare la perdita di sovranità monetaria, ma forse non lo era la Pubblica Amministrazione. Forse il forse è di troppo. Nella PA ci sono ottime eccezioni, ma queste stesse patiscono l'organizzazione arcaica nella quale i più si dibattono o guazzano, tanto da essere il vero ostacolo al progresso del Paese. Finché la governance della PA non seguirà le regole delle imprese è inutile illuderci che lo Stato possa funzionare.

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