MIND THE ECONOMY

Cosa fa di un lavoro un «buon lavoro»? La ricerca di un senso a quello che facciamo

Quali sono gli elementi che attribuiscono maggiore o minore valore ad una occupazione e che influenzano, in questo modo, il livello di soddisfazione e il benessere dei singoli lavoratori?

di Vittorio Pelligra

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Quali sono gli elementi che attribuiscono maggiore o minore valore ad una occupazione e che influenzano, in questo modo, il livello di soddisfazione e il benessere dei singoli lavoratori?


7' di lettura

Cosa fa di un lavoro, un “buon” lavoro? Quali sono gli elementi che attribuiscono maggiore o minore valore ad una occupazione e che influenzano, in questo modo, il livello di soddisfazione e il benessere dei singoli lavoratori? E come è cambiata la qualità del lavoro in questi ultimi anni? Sono domande centrali per comprendere, così come stiamo cercando di fare ormai da qualche mese qui su Mind the Economy, come anche la dimensione lavorativa possa contribuire a quel fondamentale processo di generazione di senso che ognuno di noi, in fondo, cerca come valore ultimo della propria vita.

Un lavoro ricco di senso è un lavoro al quale attribuiamo valore, significato e coinvolgimento emotivo. Come abbiamo recentemente scritto (“La ricerca di senso, anche al lavoro, non può essere un lusso per pochi” IlSole24Ore.com, 5 luglio 2020), un lavoro significativo non può essere considerato un lusso per pochi, ma, piuttosto, dovrebbe avere lo stesso statuto di un bisogno umano fondamentale (Yeoman, R., 2014. “Conceptualising meaningful work as a fundamental human need”. Journal of Business Ethics, 125, 235-25).

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I due approcci alla domanda

L'impossibilità di trovare o attribuire un senso alla propria vita lavorativa, infatti, può avere conseguenze di larga portata sul benessere degli individui, delle organizzazioni e delle comunità, più in generale. Ecco perché è necessario avviare una riflessione collettiva, oltre che individuale, sulle questioni che le domande citate in apertura pongono a tutti noi e che interpellano il modo in cui abbiamo strutturato e viviamo, quotidianamente, il lavoro all'interno delle nostre organizzazioni. Rispetto alla prima domanda - cosa fa di un lavoro un “buon” lavoro? – possiamo trovare tra gli esperti due posizioni differenti: la prima di stampo prettamente economico e la seconda più istituzionalista e sociologica.

Nell'approccio economico, ciò che, in fondo, conta per determinare la qualità di un lavoro è il suo differenziale salariale. Se, infatti, ogni lavoro è fonte di disutilità, così come comunemente si assume, la soddisfazione del lavoratore sarà data da quanto abbondantemente il salario compensa tale disutilità. Ci possono essere molteplici attributi positivi o negativi in un lavoro e il lavoratore non farà altro che scambiare gli aspetti negativi con un salario elevato e gli aspetti positivi con la richiesta di un salario più basso. Il lavoro è una merce e ogni merce ha un prezzo. Le caratteristiche piacevoli del lavoro ne faranno ridurre il prezzo, mentre quelle spiacevoli, lo faranno aumentare. Il margine con il quale il salario compensa l'effetto netto di questi attributi positivi e negativi, rappresenta, in questa prospettiva, la qualità del lavoro stesso.

Questa visione può sembrare iper-semplificata, al limite del caricaturale e, infatti, da più parti è stato proposto un approccio alternativo secondo il quale la qualità del lavoro dipende dall'interazione di fattori interni ed esterni all'impresa, da elementi che ineriscono direttamente il tipo di lavoro e da altri che riguardano, per esempio, il riconoscimento sociale di cui esso gode in un dato luogo in un dato tempo. Tra questi fattori ci sono, certamente, il salario, le prospettive di carriera, la stabilità dell'impiego, il contenuto del lavoro stesso, la formazione e la possibilità di crescita professionale, ma anche la cultura aziendale, il ruolo del sindacato, le norme sociali prevalenti e le politiche pubbliche. In questa prospettiva, dunque, sarà un mix di elementi economici, sociali e politici, a determinare la percezione e gli eventuali cambiamenti nella qualità del lavoro.

I cambiamenti nel mondo del lavoro

Di cambiamenti, in questi anni, il mondo del lavoro ne ha attraversati parecchi e non tutti hanno rappresentato, in termini di qualità, un passo avanti. Il primo elemento di novità che ha iniziato a caratterizzare in questi ultimi anni in maniera sempre più diffusa il mondo del lavoro delle economie avanzate, è, innanzitutto, una accresciuta “diversità”. Caratteristiche che un tempo definivano congiuntamente certi lavori, che si presentavano, cioè, invariabilmente, connesse, ora appaiono slegate le une dalle altre, rendendo la varietà e diversità dei lavori ancora maggiore.

Se un tempo, per esempio, un operaio del settore automobilistico poteva godere di una retribuzione relativamente alta e stabile a fronte di un tipo di lavoro ripetitivo e perfino alienante, sempre più spesso, oggi, la riorganizzazione e l'automazione delle catene di montaggio, consente agli operai di svolgere mansioni più creative e con maggiore autonomia rispetto al passato, ma, allo stesso tempo, la remunerazione è oggi, spesso, meno soddisfacente e il livello di stabilità si è ridotto notevolmente. Un insegnante, d'altro canto, godeva un tempo di un lavoro tenuto in grande considerazione nell'ambito delle comunità di riferimento e delle famiglie degli studenti.

Oggi le cose sono cambiate drasticamente: è aumentato il carico lavoro amministrativo e burocratico e abbiamo assistito ad una compromissione del rapporto di fiducia tra insegnanti e famiglie e ad una conseguente perdita di prestigio sociale. Tutto questo rende la dimensione vocazionale della professione di insegnante ancora più importante. Esempi come questi mostrano lo “spacchettamento” di quelle che erano, un tempo, combinazioni fisse di elementi che caratterizzavano un certo lavoro. A fianco a questa maggiore diversità, un secondo elemento che ha caratterizzato l'evoluzione del lavoro a partire dagli anni '80 in poi, è stata, certamente, la crescita della disuguaglianza salariale.

Le radici delle disuguaglianza salariale

Le ragioni sono diverse e hanno a che fare, da un lato con forze di mercato, ma dall'altro con fattori politici e sociali come l'indebolimento del ruolo del sindacato e l'evoluzione delle norme sociali relative a ciò che può essere considerato un salario “giusto”. Anche la diffusione delle pratiche di esternalizzazione e l'introduzione di contratti incentivanti hanno giocato un ruolo in questo senso. La disuguaglianza non deriva solo, infatti, dall'innalzamento delle paghe al top della distribuzione, ma anche dalla riduzione di quelle che si trovano nella coda bassa della distribuzione.

Un terzo elemento che ha determinato in maniera rilevante l'evoluzione della qualità dei nostri lavori, fa riferimento a ciò che spesso viene definita in letteratura “sostanza” (substance) e, cioè, il livello di competenze richiesto, l'autonomia garantita e l'intensità e lo stress connessi al lavoro stesso. Per quanto riguarda il primo aspetto, quello delle competenze, l'evoluzione dispiegatasi in questi anni è stata duale, con un aumento della domanda di competenze elevate relative a tutti quei lavori non routinari difficilmente automatizzabili, da una parte, ma, dall'altra, abbiamo anche assistito ad un ampio processo di demansionamento di molti gruppi di lavoratori, soprattutto in settori a bassa intensità di capitale.

Il grado di autonomia di cui gode un lavoratore è un altro tema centrale, sia per quanto riguarda la qualità associata al lavoro, sia per la possibilità che il lavoratore stesso ha di attribuirgli un significato esistenziale soddisfacente. A questo riguardo si è assistito, è giusto dirlo, ad una crescita generalizzata degli spazi di autonomia, soprattutto a seguito dell'introduzione di nuovi stili di management maggiormente incentrati sul coinvolgimento e la valorizzazione delle conoscenze diffuse, ma, d'altra parte, abbiamo anche visto crescere l'utilizzo di tecnologie sempre più invasive della sfera personale che, direttamente ed indirettamente, possono costituire potenti strumenti di controllo e di riduzione degli spazi di libertà.

Il rapporto fra lavoro, intensità e stress

L'ultimo elemento connesso alla dimensione della “sostanza” del lavoro è quello che ha a che fare con l'intensità e lo stress ad esso connessi. In questo senso l'evoluzione recente sembra andare nella direzione di un incremento delle situazioni lavorative potenzialmente stressogene. Lo stesso aumento del coinvolgimento e del lavoro in team, per esempio, che, se sul lato dell'autonomia e della responsabilizzazione, rappresenta un miglioramento nella percezione dei più, può anche venire vissuto come un fattore aggiuntivo di stress, che unisce al peso della responsabilità individuale quello della pressione dei pari.

L'utilizzo di queste modalità organizzative, per questo, viene percepito, da molti, come una forma sottile e mascherata di controllo, forse ancora più invasiva di quelle tradizionali. L'ultimo elemento che generalmente viene preso in considerazione nella valutazione della qualità del lavoro è la natura stessa della relazione di lavoro. In questo senso abbiamo assistito ad un processo di dissoluzione del patto implicito di reciprocità che per lungo tempo ha regolato il rapporto tra lavoratore e datore di lavoro. Sempre più raramente l'intera vita lavorativa del singolo si svolge, dunque, nell'ambito della stessa impresa e sempre meno frequentemente le forme di relazione contrattuale seguono schemi standardizzati.

Come l’instabilità impatta il benessere

L'altra faccia della dissoluzione delle relazioni di lungo periodo è rappresentata dall'aumento dell'instabilità lavorativa e della mobilità dei lavoratori, un elemento negativamente correlato, come si sa, con il loro benessere percepito.Tenendo conto di tutti questi elementi, l'evoluzione della qualità del lavoro in questi decenni sembra aver avuto un andamento complessivamente negativo.

Mentre si sono registrati miglioramenti per quanto riguarda il livello salariale e gli orari di lavoro, la stabilità lavorativa e il gradimento rispetto al lavoro in sé hanno subito un netto peggioramento. In generale è possibile affermare che nonostante siano aumentati i salari medi e si siano ridotte le ore mediamente lavorate, il livello di soddisfazione nei confronti del proprio lavoro, a seconda dei paesi considerati, è rimasto stabile o si è ridotto sensibilmente. I dati mostrano che tali variazioni non riflettono mutamenti dei valori o di altre caratteristiche individuali, quanto, piuttosto, sono legati ad un incremento nella dimensione stressogena del lavoro e della sua instabilità.

Non tutti i lavoratori, naturalmente, hanno sperimentato la stessa tendenza: quelli con un livello di istruzione più elevato e i più giovani sono stati protetti, in qualche modo, dagli effetti peggiori della riduzione della qualità del lavoro; allo stesso modo, anche il sindacato, dove ha potuto esercitare un'influenza maggiore, ha avuto, in questo senso, un effetto protettivo. E' importante tenere in considerazione il fatto che la questione della qualità del lavoro non dovrebbe essere solo un tema rilevante per i lavoratori, ma anche per i datori di lavoro, vista la forte correlazione che emerge dai dati che analizzano soddisfazione e produttività. Ma se la possibilità di un lavoro significativo e di qualità è un requisito necessario per il benessere dei singoli, allora la creazione di condizioni che garantiscano significato e qualità anche in ambito lavorativo, assume importanti risvolti etici e morali.

Quando un lavoro diventa «significativo»

Come ci ricorda Ruth Yeoman, dell'Università di Oxford, un lavoro significativo dovrebbe essere inteso come un diritto umano fondamentale, attraverso il quale, ogni persona, dovrebbe poter soddisfare quotidianamente il proprio bisogno di libertà, autonomia, riconoscimento sociale e dignità. Nel suo capolavoro del 1974, “Working: People Talk About What They Do All Day and How They Feel About What They Do” il premio Pulitzer Studs Terkel raccoglie decine di testimonianze di lavoratori e lavoratrici, dall'agricoltore al ragazzo delle consegne, dalla centralinista al poliziotto, dal becchino all'attore. Ne emerge un quadro corale e meraviglioso di ingenuità e robustezza, di idealità e perseveranza, di avversità e di sogni concreti.

A pagina uno l'autore esordisce in questo modo: «Il lavoro è la ricerca costante del significato, così come del pane quotidiano, del riconoscimento così come del denaro, della meraviglia invece che del torpore. In breve, è cercare la vita e non, dal lunedì al venerdì, una specie di morte». Nella sua definizione di “società decente” il filosofo Avishai Margalit inserisce anche l'obbligo di fornire a ciascuno dei suoi membri l'opportunità di una occupazione «ragionevolmente significativa». Lavorare vuol dire «umanizzare il mondo», e se oggi, il lavoro, quando c'è, rappresenta meno di questo, potremo veramente dire di aver fatto la nostra parte nella costruzione di una società decente, avanzata e giusta?


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