LA GESTIONE DEI SERVIZI

Cosa fare per superare il “water divide” del Meridione

La proposta che viene avanti prevede la costituzione di un gestore pubblico sovraregionale, partecipato dalle Regioni e dallo Stato, che gestisca il servizio e introdotto con legge statale. Un soggetto pubblico che potrebbe essere aperto agli operatori privati che operano bene nel Centro-nord

di Alfredo De Girolamo

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(AdobeStock)

La proposta che viene avanti prevede la costituzione di un gestore pubblico sovraregionale, partecipato dalle Regioni e dallo Stato, che gestisca il servizio e introdotto con legge statale. Un soggetto pubblico che potrebbe essere aperto agli operatori privati che operano bene nel Centro-nord


3' di lettura

Il percorso per l'approvazione della riforma idrica sembra riaprirsi in Parlamento. La proposta di legge “bandiera” della deputata cinquestelle Daga si era fermata, ai tempi del governo gialloverde, per l'opposizione della Lega. Con il governo giallorosso, invece, sembra essere tornata in agenda la legge sull'acqua pubblica, anche se con profonde modifiche rispetto al testo originario.

Sembrano superate le richieste cinquestelle di cancellare le competenze dell'Autorità di regolazione (Arera) e di prevedere il ritorno alle aziende speciali tutte pubbliche, la cosiddetta “ripubblicizzazione”. L'Autorità in questi anni ha ben funzionato, e il costo dell'esclusione dei privati è troppo alto (tra i 15 e i 20 miliardi di euro) e soprattutto inutile.

Il dibattito interno alla maggioranza sembra, quindi, abbandonare lentamente la dimensione ideologica per affrontare temi più concreti, che davvero assillano il settore idrico.

Primo fra tutti il “water service divide” delle regioni meridionali rispetto alla buona qualità dei servizi del centro e nord del Paese. Un problema enorme e irrisolto, che riguarda un terzo degli abitanti che hanno poca acqua, poca depurazione, pochi investimenti, tariffe basse ed una morosità elevatissima. Insieme a frammentazione nelle gestioni e assenza di realtà industriali vere. Enti di ambito mai istituiti o mal funzionanti, schemi tariffari ancora da approvare dopo anni. Un fallimento enorme, considerato anche la destinazione in questi anni, sempre nel Mezzogiorno, di buona parte dei fondi strutturali europei.

La proposta che viene avanti prevede la costituzione di un gestore pubblico sovraregionale, partecipato da regioni e dallo Stato, che gestisca il servizio e introdotto con legge dello Stato. Un soggetto pubblico che potrebbe essere aperto agli operatori privati che operano bene nel centro-nord. In un quadro chiaro di regole, certezza tariffaria, e sostegno pubblico agli investimenti potrebbe funzionare, anche se si tratta di una soluzione estrema, di emergenza.

Molti i problemi tecnici e legali da affrontare: l'esclusione di questo nuovo soggetto dalla regolazione di Arera o meno, il tipo di affidamento, il destino dei gestori e degli Enti di ambito attualmente attivi, la dotazione finanziaria di questo progetto, la governance, le tutele sociali.

Se nel Mezzogiorno si è visto un fallimento del mercato, è anche vero che un soggetto pubblico di tali dimensioni in quell'area presenta i classici rischi: logiche elettorali, inefficienza, clientele, sprechi. Occorre un disegno istituzionale e societario molto attento, oltre a una robusta iniezione di risorse pubbliche da gestire con scrupolo, per fare investimenti rinviati da anni.

Sarebbe preferibile una soluzione “normale”, ma in in questo pezzo d'Italia la crisi è ormai così grave che sembra inevitabile un provvedimento straordinario. Quanto mai necessario, in un quadro nazionale complessivo che vede il settore idrico essere forte e solido più che mai: otto miliardi di euro di fatturato, 30.000 addetti, circa lo 0,5% del PIL, nella maggior parte dei casi le aziende sono economicamente sane e in attivo.

Il settore ha vissuto una fase importante di razionalizzazione con la riduzione del numero di tutte le forme di gestione: dal 1999 a 2019 meno gestioni in economia (da 6500 a 2020), riduzione del numero delle aziende per effetto di fusioni e accorpamenti (da 675 a 290), sostanziale scomparsa di aziende speciali e consorzi (da 630 a 9). Dati davvero incoraggianti per continuare un'opera di industrializzazione che, come sembra, le forze politiche dell'attuale maggioranza puntano a realizzare concentrandosi finalmente sui problemi concreti del settore, invece di rincorrere slogan e manifesti ideologici.

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