Operazione Dda Reggio Calabria

Cosa nostra e ‘ndrangheta, «Cosa unica» nella stagione stragista 

di Roberto Galullo


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4' di lettura

Una “Cosa unica”, almeno quando lo Stato deve essere stabilizzato. Questo sono state Cosa nostra e ‘ndrangheta negli anni Novanta, quando la strategia della tensione ha portato alle stragi di Capaci e via D’Amelio.

Ma non solo. Ora la Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria (capo Federico Cafiero De Raho, aggiunto Giuseppe Lombardo), ha portato alla luce la tappa calabrese di questa strategia della tensione e alla stessa, ha ricondotto  l’omicidio dei Carabinieri Antonio Fava e Giuseppe Garofalo, uccisi nei pressi dello svincolo di Scilla il 18 gennaio 1994 e i due agguati che nei mesi successivi sono quasi costati la vita ad altri quattro loro colleghi. Si tratta di Bartolomeo Musicò, all’epoca 34enne, e il suo collega Salvatore Serra, 29 anni, il 1° febbraio 1994 vittime di un agguato alla periferia sud di Reggio Calabria e di Vincenzo Pasqua e Salvo Ricciardo, rimasti illesi dopo l’attentato subito il 1° dicembre del ’94.

A sancire il patto tra mafie ci sono gli arresti: Rocco Santo Filippone, elemento organico dell’onnipotente cosca Piromalli di Gioia Tauro e una nuova ordinanza di custodia cautelare in carcere per Giuseppe Graviano, capomafia del mandamento di Brancaccio, Palermo

Il pm Giuseppe Lombardo è ripartito dunque da dove l’allora sostituto della Procura di palermo, Roberto Scarpinato si era fermato con la richiesta di archiviazione al Gip nel 2001, della sua stessa indagine iniziata nel 1998 e battezzata “Sistemi criminali” : le mosse per lo scacco alla cupola mafiosa.

Il pm Lombardo riparte da pagina 11 della richiesta con la quale, il 21 marzo 2001, infausto giorno di primavera, la Procura di Palermo, attraverso il pm Roberto Scarpinato chiese e ottenne dal gip l’archiviazione nei confronti di 13 persone del procedimento che avviò nel 2008.

Mandate a mente i loro nomi: Licio Gelli, Stefano Menicacci, Stefano Delle Chaie, Rosario Cattafi, Filippo Battaglia, Salvatore Riina, Giuseppe e Filippo Graviano, Benedetto Santapaola, Aldo Ercolano, Eugenio Galea, Giovanni Di Stefano, Paolo Romeo e Giuseppe Mandalari.

Fili carsici che scompaiono e poi ritornano: Cosa nostra, ‘ndrangheta, massoneria deviata, eversione nera e servizi segreti deviati, accusati all’epoca di voler sovvertire l’ordine costituzionale.

Caso archiviato dunque ma, la storia, non si archivia. Resta.

E la storia, a pagina 11 di quella corposa e dolorosa, per la Procura palermitana, richiesta di archiviazione, svela ciò che doveva (avrebbe dovuto) essere recepito e seguito nelle altre Procure – a partire da quella di Reggio – ma non lo fu.

Per tanti motivi. A partire da quello sintetizza il pentito siciliano Tullio Canella (culo e camicia con il boss Leoluca Bagarella) nell’interrogatorio del 28 maggio 1997: «Ciancimino mi disse che a questo progetto (alla strategia politica di azzeramento e e destabilizzazione del Paese ndr) aveva collaborato fortemente la ‘ndrangheta calabrese. Specifico al riguardo: “Devi sapere che la vera massoneria è in Calabria e che in Calabria hanno appoggi a livello dei servizi segreti”. Queste dichiarazioni di Ciancimino mi fecero capire meglio perché si era tenuta a Lamezia Terme la riunione di cui ho riferito in precedenti interrogatori e alla quale ho partecipai personalmente tra esponenti di Sicilia Libera e di altri movimenti leghisti o separatisti meridionali, riunione alla quale erano presenti anche diversi esponenti della Lega Nord”»

Il «sistema criminale»

La Procura di Palermo scrisse a pagina 11 che il “sistema criminale” – che avrebbe dovuto azzerare il quadro politico istituzionale nazionale vigente fino al 1992 e destabilizzare il Paese per agevolare un golpe – “non ha costituito oggetto di questo procedimento nella sua interezza, essendo ovviamente estraneo all’oggetto delle investigazioni di questo Ufficio (anche per difetto di competenza) l’indagine sull’intero complesso delle organizzazioni mafiose operanti in Italia, delle altre organizzazioni illecite ad esse collegate e delle relazioni esterne di ciascuna di esse. Ciò che ha costituito oggetto di specifica verifica è, invece, il ruolo svolto, non solo da Cosa nostra ma anche da entità esterne alla stessa, nell’elaborazione della strategia del terrore messa in atto dal 1992, verificando, in particolare, se pezzi di questo sistema criminaleabbiano costituito e/o fatto parte di un’associazione finalizzata all’eversione dell’ordine costituzionale mediante atti violenti”.

Il “sistema criminale”, dunque. Quel sistema che, si legge testualmente a pagina 11 avrebbe dovuto “prendere il potere nel modo più idoneo alla realizzazione degli interessi illeciti mafiosi”.

Nino Scopelliti

La Procura di Palermo segnò la prima tappa del disegno del “sistema criminale” nell’uccisione a Palermo, il 12 marzo 1992, alla vigilia delle elezioni politiche, dell’onorevole Salvo Lima, eurodeputato democristiano e capo della corrente andreottiana in Sicilia.

Va ora rivisto - alla luce dell’odierna operazione della Dda di Reggio Calabria - un altro omicidio: quello avvenuto a Piale, il 9 agosto 1991, del giudice in Cassazione del maxiprocesso a Cosa nostra Antonino Scopelliti. Fu quell’omicidio a sconvolgere – per sempre nella vita democratica contemporanea – gli equilibri tra politica, mafie, massoneria deviata e Stato deviato.

r.galullo@ilsole24ore.com

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