Il dirigente dei servizi cadde a Bagdhad nel 2005

Cosa Nostra e ‘Ndrangheta volevano morto Nicola Calipari da fine anni '80

di Roberto Galullo


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(Fotogramma)

5' di lettura

È morto a Baghdad il 4 marzo 2005 nelle fasi immediatamente successive alla liberazione in Iraq della giornalista del Manifesto Giuliana Sgrena ma il destino dell'agente del Sismi Nicola Calipari era stato, comunque, segnato da ‘ndrangheta e Cosa nostra. Insieme lo volevano morto,. Stessa sorte doveva capitare a un altro dirigente di Polizia, l'attuale vice questore aggiunto Antonio Provenzano. Entrambi, a Cosenza, dove hanno lavorato insieme dall'85 a maggio '89, davano molto fastidio alla cosca Perna che, per questo, l'aveva giurata a entrambi.

Calipari fu trasferito in Australia per evitare che cadesse sotto i colpi dei killer ma entrambi dovevano essere uccisi. Provenzano doveva essere ucciso a Palermo. Solo che – in quella strategia comune tra le mafie, che ieri ancora una volta ha portato alla luce la Procura distrettuale antimafia di Reggio Calabria, che ha messo in evidenza anche la vicenda legata a Calipari – intervenne a salvare la vita di entrambi, con il benestare di Totò Riina, addirittura Giuseppe Graviano, boss di Brancaccio (Palermo) che il 12 febbraio 2016 se ne vanta con il suo compagno di passeggiate nel carcere di Ascoli Piceno Umberto Adinolfi (Graviano in realtà confonde Calipari con Provenzano).

Il 4 maggio 2017 il pentito cosentino Dario Notargiacomo lo conferma ai pm calabresi e romani (procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo e sostituto procuratore nazionale antimafia Francesco Curcio). «Calipari era un obbiettivo del gruppo Perna e in particolare di Franco Perna che lo voleva morto. Calipari era un poliziotto che dava “fastidio”, molto tenace e, in particolare, aveva redatto dei rapporti indirizzati al Carcere di Cosenza e quindi a Cosmai (direttore dell'Istituto penitenziario, assassinato dalla ‘ndrangheta il 13 marzo 1985, ndr) , nei quali evidenziava la pericolosità di Franco Perna al fine di fargli revocare la semilibertà. Ciò in epoca antecedente e prossima al 1985. Insomma Calipari era in pericolo».

Notargiacomo va avanti: «Non escludo affatto che noi abbiamo parlato di queste intenzioni del Perna ai danni del Calipari anche con i siciliani. Tenete conto che questo tipo di delitti in danno di rappresentanti dello Stato, come il caso del Cosmai, agli occhi di Cosa Nostra era come se fossero delle “stellette” dei veri e propri segni distintivi della nostra capacità criminale e della nostra affidabilità. Dunque niente di più facile che parlando con i siciliani sia a Trani (nel carcere, ndr) che a Palermo del delitto Cosmai, si sia fatto riferimento anche ai propositi del Perna (del cui gruppo abbiamo fatto parte fino al 1989) di uccidere il Calipari. Si tenga anche presente che, nel febbraio 1988, quando fummo scarcerati da Trani, il proposito del Perna di uccidere il Calipari era ancora attuale e noi eravamo ovviamente coinvolti in tale progetto posto che eravamo appartenenti alla cosca del Perna».

L'interrogatorio della moglie di Calipari
Il 16 giugno 2017 è la volta di Rosa Martia Villecco, vedova di Calipari ed ex senatrice per il Pd, a ricostruire le minacce di morte nei confronti del marito, che era prima a capo della Squadra mobile di Cosenza e poi divenne vice capo di gabinetto della questura. «In effetti mio marito a partire dall'estate del 1987 – dirà ai magistrati – ma potrei sbagliare di qualche mese, ebbe la scorta. Avevamo la volante fìssa sotto casa, a Rende e due uomini seguivano Nicola ovunque. Ebbe anche una vecchia blindata. Mio marito mi nascose inizialmente la situazione di pericolo. Mi disse, infatti, che tutti i capi delle Squadre mobili calabresi avevano avuto precauzionalmente la scorta. Poi mi disse la verità. Aveva avuto minacce dalla ‘ndrangheta (...). A questo punto chiesi conto a mio marito della effettiva situazione che riguardava la sua e la nostra sicurezza. Allora Nicola mi disse che era la ‘ndrangheta ad avercela con lui. Erano state spedite lettere di minaccia contro mio marito C'era stata una perquisizione fatta da mio marito al Perna Franco stesso o a qualche suo accolito nel corso della quale doveva essere successo qualcosa che aveva ulteriormente determinato o rafforzato il risentimento dei Perna contro Nicola».

Al riparo in Australia
La situazione era diventata particolarmente pericolosa e così nel febbraio del 1988 Calipari, proprio per farlo allontanare da Cosenza, venne mandato in missione in Australia, dove c'era stato un caso di lupara bianca nei confronti di un italiano e dove Calipari si distinse ulteriormente con una dettagliatissima relazione sulla presenza della ‘ndrangheta in quell'immenso paese, che ancora oggi fa scuola. Nel maggio 1989 tornò in Italia e, dopo aver rifiutato per motivi familiari di guidare la Squadra mobile di Reggio Calabria, andò a Roma.

Provenzano nel mirino
La Procura di Palermo, seguendo questa e altre tappe della comune strategia di Cosa nostra e ‘ndrangheta, ricostruisce ancor più dettagliatamente la scelta di far fuori non solo Calipari ma anche Provenzano, dirigente della Squadra mobile a Cosenza.

Provenzano è sposato con una donna la cui sorella, per un breve periodo, è stata la moglie di Dario Notargiacomo. Provenzano, dirigente integerrimo, mal digeriva questa indiretta parentela con i Notargiacomo, Dario e Nicola. Ecco quello che si legge nell'ordinanza di custodia cautelare per Rocco Santo Filippone e Giuseppe Graviano, firmata il 12 luglio dal Gip Adriana Trapani e che avalla la tesi della Procura di Reggio Calabria: «...premesso che i rapporti dei Notargiacomo con esponenti di Cosa Nostra si estendevano anche a Leoluca Bagarella e Nino Marchese, per rimanere ai personaggi di maggiore spessore, risultava che il Bagarella avesse stretto, durante le sue carcerazioni, strettissimi rapporti con esponenti della destra eversiva, fra i quali il noto Mario Di Curzio».

Lo stop di Totò Riina
Provenzano, come racconterà lo stesso Dario il 4 maggio 2017 alla Dda e alla Dna, «non voleva imparentarsi, sia pure indirettamente, con un pregiudicato come me. Per questo mi aveva preso di mira e mi coltivava di continuo abusando delta sua funzione (...) Ricordo che era ossessivo, mi fermava per strada, mi perquisiva la vettura e così via con frequenza quasi quotidiana. Mi aspettava sotto casa, insomma non ne potevo più. Senza contare che questo atteggiamento a mio avviso generato da motivi personali, arrecava danno alle attività criminali mie e del mio gruppo. Per questo, avendo saputo che Provenzano si recava a Palermo per accompagnare la moglie chiesi (direttamente o indirettamente, non ricordo) unitamente al Bartolomeo, l'autorizzazione a Graviano di commettere il delitto in questione. Ricordo che precisai ai siciliani che questo Provenzano era un poliziotto della Questura di Cosenza, presso la quale come capo della mobile operava Calipari, buonanima. Ricordo che in un primo momento Graviano ci diede l''assenso nel senso che disse o ci fece dire che se ne sarebbero “occupati loro “.

Una volta mi dissero che avevano pedinato il Provenzano e che questo era entrato in una caserma per cui avevano interrotto il pedinamento. In un secondo momento Graviano. direttamente o indirettamente mi disse o mi fece sapere che bisognava soprassedere alla esecuzione del delitto in quanto lo stesso Riina riteneva che il momento storico non era adatto, in quanto loro, dopo il delitto, avrebbero avuto la Polizia addosso, in realtà io penso che Riina non voleva fare eseguire il delitto in questione in quanto rischiava di mettere in pericolo e quindi di bruciare il canale che aveva con noi e quindi la nostra preziosa collaborazione. Senza contare che vedeva a rischio anche la possibilità di avere rifugio nel cosentino nella casa sulla Sila che noi volevamo mettergli a disposizione. Ovvio che l'esecuzione dell'omicidio di un poliziotto cosentino a Palermo avrebbe potuto fare pensate ad una alleanza fra noi ( si tenga conto che peraltro il Provenzano era quasi un mio parente) e Cosa Nostra e quindi il Riina».
r.galullo@ilsole24ore.com

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