dai libri al lavoro

Cosa offre la scuola e cosa cercano le imprese

di Pietro Paganini


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(Adobe Stock)

3' di lettura

La scuola prepara per il mercato del lavoro? La domanda che ci siamo posti per anni è forse sbagliata. Dovremmo piuttosto, chiederci cosa va cercando il mercato del lavoro dalla scuola. La risposta al primo quesito, quello tradizionale, è sempre stata - forse ingenerosamente - negativa.

1. Abbiamo infatti, sempre riscontrato l’incompatibilità tra due realtà sociali che non sono solo consequenziali temporalmente ma che dovrebbero essere anche intellettualmente interconnesse.

2. Abbiamo denunciato l’immobilità del sistema scolastico rispetto alle profonde trasformazioni sperimentate ogni giorno dal mercato del lavoro.

3. Abbiamo accusato il sistema scolastico di corporativismo perché preferisce le questioni relative alle strutture burocratiche rispetto all’oggetto stesso della scuola, cioè gli studenti.

4. Più recentemente abbiamo accusato questa stessa struttura di conservatorismo perché ignora le naturali esigenze pedagogiche di ciascun individuo rinunciando così a elaborare una didattica che ne possa stimolare il potenziale restituendogli dignità.

La scuola, fatte le solite eccezioni, è distante dal mercato del lavoro e più in generale dal quotidiano evolvere dei fatti e delle relazioni sociali. Nonostante i numerosissimi interventi, dal presidente Luigi Einaudi - con l’abolizione del valore legale del titolo - in poi, non siamo stati capaci di cucire questo divario. Dovremmo allora, sforzarci di affrontare il problema dalla prospettiva del mercato e chiederci cosa i vari attori vogliono dalla scuola e quanto queste eventuali richieste riflettano coerentemente quella che è la missione della scuola stessa.

Ci viene allora, il dubbio che per inseguire le richieste di produttività, efficienza ed efficacia organizzativa che il mercato insegue (in quanto legato alle vicende della vita quotidiana), il sistema scolastico, seppure lento e ingessato, ha voluto intraprendere un modello di sviluppo che lo ha reso rigido rispetto ai cambiamenti. Lo ha anche allontanato dal fine della scuola di insegnare un metodo di approccio alla realtà e ai problemi insorgenti, preferendogli un modello di come il mondo dovrebbe funzionare. Il primo è un metodo e consente di affrontare i fatti che cambiano con il trascorrere del tempo trovando soluzioni sempre originali che contribuiscono ad aumentare la conoscenza. Il modello, invece, resta fisso nel tempo e fatica perciò, a scovare e affrontare le nuove situazioni partecipando debolmente allo sviluppo del sapere come affrontare e risolvere i problemi.

Questo modello si fonda sulla misurazione esasperata del merito (soprattutto nel mondo anglosassone) che a sua volta risponde a criteri oggettivi la cui validità è però limitata nel tempo. Essi rispondono al meccanicismo taylorista e a tutte le pratiche manageriali che inseguono l’efficienza e l’efficacia volte a massimizzare la produttività del momento. La scuola sta di fatto emulando il mercato per produrre i migliori profili immediati da inserire nella catena del valore. Da qui l’ossessione per il voto e la reputazione di chi determina quel giudizio - la scuola di provenienza. Imprese, scuole e studenti si sono rincorsi per coltivare i profili più meritevoli. Ma può ancora funzionare questo sistema considerando che le variabili sociali stanno cambiando radicalmente? No.

Le macchine attraverso l’automazione e l’intelligenza artificiale sono molto meglio di noi per riempire quel sistema meccanicistico che insegue la massimizzazione della produttività del momento. La scuola si è intestardita su questo modello fisso e fatica a comprendere che fisiologicamente a noi umani resta lo spazio dell’ignoto e dell’imprevisto che ai robot privi di immaginazione sono - di certo per ora - sconosciuti: scovare problemi nascosti e risolverli facendo uso dello spirito critico individuale e della correlata creatività (il lato destro del cervello). Tale attitudine a cogliere problematiche e nel risolverle resta una prerogativa solo nostra. Saprà la scuola adeguarsi rinunciando al sistema militare messo in piedi? Sì, se avrà il coraggio e la capacità di innovare la didattica per stimolare caratteri unici quali il pensiero critico, la creatività, l’immaginazione. Per questo i problemi grandi o piccoli che il mercato - e la società che lo esprime - stanno affrontando devono essere riportati all’interno dell’ambiente scolastico spingendo lo studente ad apprendere come affrontare questioni complesse da risolvere senza ricevere passivamente le risposte direttamente dagli insegnanti, come accade oggi. Non conta più l’abilità di accumulare conoscenze per eseguire procedure valutate con il voto; importa la capacità di adattarsi alle trasformazioni del tempo, anticipare e risolvere problemi in modi sempre nuovi.

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