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Cosa può fare la Bce se arriva una recessione in Europa

di Andrea Franceschi

Italia in recessione, che vuol dire?

5' di lettura

Negli ultimi tre anni la Federal Reserve americana ha alzato i tassi di interesse per nove volte e ha iniziato a ridurre il bilancio dopo averlo portato a livelli record dopo i piani di stimolo monetario. Il fatto che nel percorso di «normalizzazione» della politica monetaria la Fed sia parecchi passi avanti alle altre banche centrali la mette in una condizione migliore per affrontare l’eventualità di una recessione. Molto migliore rispetto ad esempio quella della Bce che ha già asparato molte cartucce. Mario Draghi ha tuttavia tenuto a rassicurare gli investitori di avere ancora molte frecce per il suo arco. Ecco quali sono.

1) Forward guidance
Draghi è l’uomo che con una sola frase (il famoso whatever it takes del 2012) salvò l’euro ed è un fuoriclasse nel gestire le aspettative dei mercati lasciando capire quale sarà la sua strategia politica monetaria. L’indicazione delle mosse future (forward guidance in gergo) è uno strumento che, se utilizzato bene, può rivelarsi molto efficace. Nel caso di una recessione o di un rallentamento dell’economia la Bce può confermare il suo impegno a tenere i tassi bassi ancora a lungo e a reinvestire a scadenza i titoli che ha acquistato in questi anni nell’ambito del Qe.

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2) Finanziamenti agevolati alle banche
Una delle misure che, nelle aspettative di molti, la Bce potrebbe varare nei prossimi mesi è una nuova tornata di finanziamenti agevolati al settore bancario per mezzo di un rinnovo dei piani di Ltro e Tltro varati in questi anni. Di recente l'esponente del direttivo Bce Benoit Coeuré si è espresso in questo senso. Si tratta di finanziamenti al tasso ufficiale che la Bce ha erogato in passato per assicurare agli istituti un adeguato accesso alla liquidità. Durano in genere tra i 3 e i 4 anni e tra il 2020 e il 2012 andranno a scadenza i 727 miliardi di finanziamenti in essere il grosso dei quali è parcheggiato presso le banche italiane e spagnole. La Bce può semplicemente decidere di rinnovarli per l’ammontare in essere ma può anche decidere di erogarne per un ammontare superiore in caso di recessione. Questa misura, in particolare nella sua versione “vincolata” (Tltro) che condizionava l’erogazione al varo di un piano di finanziamenti all’economia reale, ha contribuito molto a riattivare il canale del credito. Specialmente in un Paese come l’Italia finito nella morsa del “credit crunch”.

3) Rivedere l’obiettivo di inflazione
La Bce non ha molto spazio di manovra sui tassi dato che sono attualmente ai minimi storici ed è improbabile che si voglia abbassarli ancora. Ma c’è una cosa che la Bce può fare ed è rivedere al rialzo i propri obiettivi sull’inflazione. La maggior parte delle banche centrali ha fissato come obiettivo di inflazione il 2 per cento. La Bce è l’unica che ha fissato come obiettivo un livello di prezzi al consumo «sotto ma vicino al 2%». Se questo parametro dovesse essere rivisto al rialzo i mercati potrebbero scontare una politica più espansiva da parte della Bce. In passato lo ha fatto la Bank of Japan anche se, va detto, la misura non si è rivelata così efficace.

4) Rinnovo del Qe
Un’altra delle opzioni sul tavolo potrebbe essere il riavvio del piano di acquisto titoli (Quantitative easing) interrotto a partire da quest’anno. Attualmente nel bilancio Bce ci sono titoli per un controvalore pari al 20% del Pil dell’area euro. In Giappone siamo al 70 per cento. Spazio di manovra potenzialmente ce n’è. Secondo Capital Economics, alle attuali condizioni, la Bce è potenzialmente in grado di espandere le dimensioni del Qe per un controvalore di mille miliardi di euro (circa il 40% dei circa 2600 titoli che ha già comprato) anche se probabilmente ciò potrebbe implicare la rinegoziazione di determinati paletti che hanno finora regolamentato l’applicazione del piano. «Se ci fosse maggiore flessibilità nel rispetto delle quote di nazionalità - scrive ancora Capital Economics - la Bce potrebbe ad esempio comprare fino a 500 miliardi di bond societari in più» (attualmente ne ha in portafoglio per 178 miliardi). Un’altra opzione potrebbe essere ad esempio quella di includere nel piano anche i bond emessi dalle società finanziarie finora sempre escluse dal perimetro. Secondo la casa d’affari britannica poi la Bce potrebbe aumentare la sua esposizione in titoli di Stato per altri 500 miliardi. Anche di più modificando alcune regole (ad esempio il limite del 33% di titoli di ogni singolo paese). Gli ostacoli tuttavia non sono tanto tecnici quanto politici. È chiaro infatti che un’estensione del Qe andrebbe a tutto vantaggio dei Paesi più indebitati come l’Italia e meno a Paesi come la Germania.

5) Controllo della “curva”
Molto politica potrebbe essere un’altra mossa che la Bce potrebbe adottare in caso di crisi: ossia copiare la strategia di “controllo della curva” della Bank of Japan. Da ottobre 2016 la banca centrale giapponese ha modificato la tecnicalità con cui acquista titoli sui mercati. Non è previsto un ammontare predeterminato ma flessibile. L’unico criterio da rispettare è che la curva dei rendimenti dei titoli di Stato giapponesi resti vicina allo zero. Nel contesto di un’unione monetaria una misura di questo tipo rischia di essere di difficile applicazione per diversi motivi. La Bce potrebbe infatti decidere di controllare solo la curva dei titoli di Stato tedeschi (che già è estremamente bassa) lasciando che gli altri titoli siano soggetti alle oscillazioni di mercato. Ma ovviamente così facendo la Bce si attirerebbe le critiche degli altri Paesi. Al contrario si potrebbe controllare la curva di tutti, compresi quelli più indebitati come la Grecia o l’Italia, ma così facendo potrebbe dare adito a questi Paesi a fare deficit. Una misura del genere petraltro è ad alto rischio di comportare una violazione dell’articolo 123 dei trattati europei che vieta il finanziamento monetario dei Paesi membri.

6) Acquisto di azioni
Un’altra opzione sul tavolo potrebbe essere quella di fare acquisti sul mercato azionario come ha fatto la Bank of Japan che dal 2011 compra Etf e oggi ha un portafoglio in azioni pari a 300 miliardi di euro. In questo caso non si rischia di violare i trattati e non c’è il rischio della scarsità di titoli da acquistare dato che il mercato europeo capitalizza oltre 5mila miliardi di euro. Una misura del genere sarebbe in ogni caso molto controversa perché esporrebbe la banca centrale a possibili perdite e rischierebbe di influenzare pesantemente il meccanismo di formazione dei prezzi. Come per molte altre opzioni a disposizione la domanda non è se ci sia la possibilità concreta di farlo ma se ci sia la volontà di farlo.

7) OMT in caso di crisi estreme
A differenza di quanto avvenuto nel corso della crisi dei debiti sovrani tra il 2010 e il 2012 la Bce ha tanti strumenti a sua disposizione per fare i conti con una possibile crisi. A partire dal cosiddetto “scudo anti-spread” (Omt in gergo) che dà la possibilità di acquistare un ammontare praticamente illimitato di titoli di Stato di un singolo Paese fino a 3 anni di scadenza. La condizione è che lo Stato ne faccia esplicita richiesta e concordi con le autorità europee e il fondo salva-stati un piano di risanamento fiscale. Anche in questo caso il rischio è fondamentalmente politico perché c’è la possibilità concreta che il Paese che ne faccia richiesta (l’Italia potrebbe farlo per via dei suoi problemi di debito e deficit) possa non accettare le condizioni imposte e andare allo scontro con l’Unione minacciando l’uscita dall’euro.

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