ServizioContenuto basato su fatti, osservati e verificati dal reporter in modo diretto o riportati da fonti verificate e attendibili.Scopri di piùLa guerra in Ucraina

Cosa succede all’Italia se la Russia continua a tagliare il gas. Governo valuta lo stato di allerta

A metà della settimana prossima il ministero della Transizione ecologica farà il punto

Draghi: "Da Mosca uso politico del gas, come del grano"

4' di lettura

Se il taglio della fornitura di gas dalla Russia continuerà, dalla prossima settimana il ministero della Transizione ecologica potrebbe alzare il livello di crisi del sistema gasiero nazionale, da preallarme ad allarme. È un gradino di maggiore attenzione ma non ci sarebbero misure eccezionali, come tagli di forniture alle centrali elettriche e alle industrie, utilizzo degli stoccaggi, soglie di temperatura per le caldaie (non d’estate, naturalmente). Queste misure scatterebbero solo se fosse dichiarato lo stato di emergenza, che però non è in vista. Al momento, come emerge dai dati che mostrano una richiesta giornaliera di 155 milioni di metri cubi a fronte di 195 milioni di metri cubi disponibili, il sistema regge. E a frenare gli stoccaggi più che le quantità importate sono i prezzi.

A metà settimana valutazione del Mite

Il Mite (ministero Transizione ecologica) farà a metà della prossima settimana il punto per valutare la situazione. Lo ribadiscono fonti del ministero, ricordando che il Comitato emergenza gas monitora quotidianamente quanto sta accadendo e periodicamente si riunisce. In ogni caso, una norma approvata di recente dal Consiglio dei ministri prevede che il ministro abbia poteri d’intervento diretti su eventuali misure da prendere, senza dover attendere il passaggio dal Comitato. Resta comunque confermato che a metà della prossima settimana il Ministro Cingolani farà il punto con il Comitato per valutare la situazione

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Se scattasse il livello di allarme, il Ministero della Transizione Ecologica potrebbe chiedere a Snam, il principale trasportatore di metano nel paese, di chiedere a sua volta alle industrie di ridurre volontariamente i loro consumi, come prevedono i contratti di fornitura. Per il resto, non cambierebbe nulla rispetto al livello di preallarme.

Allo studio lo stato di allerta

Il governo italiano, secondo fonti dell’Esecutivo interpellate dall’agenzia Reuters, potrebbe decidere di dichiarare lo stato di allerta la prossima settimana se le forniture da Mosca dovessere continuare a scarseggiare. Il protocollo prevede tre stadi: uno stato di pre-allerta, già imposto a fine febbraio dopo l’invasione russa dell’Ucraina, uno di allerta e infine uno di emergenza.

Lo stato di allerta innescherebbe una serie di misure volte a ridurre il consumo di gas, tra cui il razionamento a utenti industriali selezionati, l’aumento della produzione nelle centrali elettriche a carbone e la richiesta di maggiori importazioni di gas da altri fornitori.

Il comitato per l’emergenza gas, secondo quanto riportato da Lapresse, farà una valutazione a metà della prossima settimana. Se lo scenario non dovesse migliorare, valutato lo stato degli stoccaggi, si potrebbe passare dal livello di preallarme a quello di allarme, il secondo dei tre step che prevedono, per ultimo, l’emergenza.

Gli effetti

Ma cosa succederebbe se Mosca decidesse l’interruzione totale delle forniture di gas al paese? L’impatto di una decisione del genere per l’Italia è stata misurata in uno scenario da Bankitalia: l’azzeramento del gas russo (40% sull’importazione complessiva, pari a 29 miliardi metri cubi) porterebbe a una riduzione per il Pil di -0,3% nel 2022 e a -0,5 nel 2023, un valore più basso di circa 4 punti percentuali quest’anno e di 3 il prossimo rispetto a quanto stimato in gennaio, comportando una prolungata recessione. Per l’Italia ci sarebbero ripercussioni anche per l’inflazione che potrebbe arrivare al 7,8%.

Un blocco all’import di gas russo causerebbe, secondo una stima del Centro studi Confindustria, uavrebbe un impatto totale sul Pil in Italia, nell’orizzonte 2022-2023, di quasi un -2,0% in media all’anno.

Il piano alternativo

«Le stime del governo indicano che potremmo renderci indipendenti dal gas russo nel secondo semestre del 2024» ha precisato il premier Mario Draghi. Nel frattempo la prima risposta già in atto è l’aumento dell’importazione dall’Africa. Da alcuni mesi i livelli del gas dall’Algeria sono superiori a quelle dalla Russia. Un accordo con il paese africano prevede che entro tre anni attraverso il gasdotto Transmed dovranno transitar circa 3 miliardi di metri cubi l’anno. Aumenteranno anche le forniture da Congo, Angola, Mozambico e Nigeria.

Secondo le previsioni commerciali indicate sul sito di Snam, da Tarvisio (Udine) è previsto un ingresso di 34,78 milioni di metri cubi di gas russo, da Mazara del Vallo (Trapani) di 64,3 milioni di metri cubi di gas algerino e da Melendugno (Lecce), di 28,4 milioni dall’Azerbaijan.

L’obiettivo di rendere l’Italia sempre meno dipendente dal gas russo ha portato Draghi a sondare anche le rotte energetiche che passano per il Medio Oriente: un aiuto dovrebbe arrivare da Israele, mentre in ballo ci sono diverse ipotesi di gasdotti che portano al vecchio continente (attraverso la Grecia e Cipro, la Turchia e l’Egitto).

La produzione nazionale

L’altra carta è l’aumento della produzione nazionale. «Dobbiamo perseguire da un lato la riduzione dell’uso totale del gas, dall’altro, per quello che ci servirà ancora, usare sempre più gas da giacimenti nazionali. Mi impegno a fare questo»ha detto il ministro della Transizione ecologica, Roberto Cingolani. «È stato sbagliato passare da un 20% di gas nazionale nel 2000 a un 3-4% nel 2020, senza ridurre i consumi, ma solo importando di più» ha detto Cingolani.

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