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Coscienza di luogo, coralità e conflitti per difendere il suolo

È in corso Cop27 in Egitto, interrogante la comunità di destino del pianeta Terra. Speriamo

di Aldo Bonomi

(stockWERK - Fotolia)

3' di lettura

È in corso Cop27 in Egitto, interrogante la comunità di destino del pianeta Terra. Speriamo. Come sempre guardo al territorio come costruzione sociale, come luogo dove la civiltà materiale nel suo dispiegarsi nel fare agricoltura, impresa e nell’abitare disegna compatibilità e convivenza con la Terra. Convinti come siamo del nostro stare sopra il terreno e il suolo che usiamo senza limiti non avendo preso atto dello iato dell’antropocene che interroga il fare agricoltura, impresa e il nostro abitare. Molto utile il rapporto Green Italy (Symbola- Unioncamere) che ci dà lo stato dell’arte delle imprese verso la green economy in questi tempi laceranti tra trivelle e rinnovabili e ci siamo già scordati della siccità.

Dati di imprese che si interrogano e raccontano nel loro fare encomia green in tempi in cui il tecnocene, la potenza della tecnica, può essere indirizzata a strutturare il limite e i limiti che l’impresa deve incorporare per essere green e tendere ad una economia circolare. Speriamo. Per questo è utile non solo guardare da sopra il nostro impatto nella profondità del suolo, ma rovesciare analisi e racconto, partendo dal sottosuolo inteso sia come profondità delle risorse scarse che come antropologia del profondo del fare impresa carsica dei nostri distretti. In questo rovesciamento mi aiuta una ricerca di territorio realizzata da Luca Romano pubblicata da Italypost che già nel titolo parte dal sottosuolo: L’acqua racconta l’industria. Storie di imprenditori e di ambiente nel caso Medio Chiampo. Siamo in quella piana che va da Verona a Vicenza artefice del motto “agricoltura ricca città florida” nella storia braudeliana.

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Oggi è la rappresentazione visiva anche solo percorrendo l’autostrada o la SS11 raccontata da Vitaliano Trevisan della mutazione antropologica e dell’antropocene a nord est. Ti si para davanti il triangolo industriale della pelle, Arzignano, Chiampo, Montebello mitico distretto che mette al lavoro l’acqua non solo per l’agricoltura, ma per antichi mestieri: conciare le pelli nelle lunghe derive della storia. Nel giro di un decennio la Valle del Chiampo diviene uno dei poli della concia più importanti al mondo, nel 2021 assolve il 61% del valore prodotto italiano, il 39% di quello europeo e il 14% di quello mondiale. Una crescita tumultuosa che si mangia terreno e suolo con 1.200 imprese, oggi 700 per circa 8000 addetti più l’indotto, idrovore della risorsa acqua che si fa scarsa e ad alto inquinamento della faglia con i loro scarichi inquinanti. Sembrava un destino segnato dalla meridionalizzazione del ciclo produttivo, tema da Cop27, in cui a fronte di produzioni inquinanti ogni nord cerca un suo sud verso l’Africa o il Brasile della materia prima abbondante.

Seguendo l’acqua e con rigoroso metodo alla Becattini, con la sua ricerca Luca Romano disegna un percorso da araba fenice di metamorfosi del distretto da comunità maledetta dell’inquinamento ad “ambiente produttivo speciale”. Partendo dal territorio come costruzione sociale di virtù civiche e di coscienza di luogo che lo difende e conserva. L’ossatura agricola lo scheletro contadino di quel sottosuolo vilipeso sviluppò conflitto: una rivolta degli agricoltori dal basso. Dall’alto la metamorfosi del distretto in relazione ai limiti ambientali era incentivata dalla spinta dei clienti che sono le multinazionali del fashion, arredamento, calzature e automotive e dai fondi Esg (Environmental, social, governance) che aumentano i controlli degli indicatori di sostenibilità nei protocolli valutativi. Messo in mezzo il distretto prese coscienza di impresa che nel mutamento di clima necessitava un’evoluzione della “intimità dei nessi” dall’egoismo del fare impresa a una coscienza di luogo che prese voce nel passaggio imprenditoriale alla seconda generazione.

Questa, più attenta ai linguaggi della ricerca, dell’innovazione che sono nel solco della sostenibilità, ha creato una nuova “atmosfera” distrettuale che ha incorporato come “intimità dei nessi” dell’interesse individuale non solo l’efficienza del sistema, ma anche la sostenibilità ambientale del modello produttivo. Pare emergere nelle imprese una coscienza da economia circolare: l’acqua è una risorsa scarsa, estate appena passata docet, va in parte riutilizzata nel ciclo produttivo e va depurata permettendo il sereno riutilizzo in agricoltura. Speriamo. La ricerca non è la solita ricerca sul distretto e le sue potenzialità, parte dall’acqua e guardando oltre le mura dell’impresa focalizza e inizia con la storia di Medio Chiampo Spa una utility, una autonomia funzionale del territorio che sotto la spinta di due comuni (Montebello e Zermeghedo) ha realizzato l’impianto di depurazione a valle del ciclo produttivo. Per dirla alla Becattini senza questa coralità sociale fatta da comuni, regione e imprese che supportano e finanziano il consorzio Medio Chiampo, senza una coscienza di luogo attenta e vigile sul tema ambientale e senza un po’ di conflitto contadino, non ci sarebbe più né il distretto né a Gambellara le vigne per fare il Durello. È un messaggio che arriva dal sottosuolo di quel profondo nord est in metamorfosi tra capannoni e Prosecco.

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