SCOMMESSA VINTA

Così Bologna è diventata capitale del supercalcolo

In città il Centro Meteo europeo e super supercalcolatore Hpc. Attratti fondi per un miliardo: funziona il network università, capitali e imprese

di Antonio Larizza


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Data Valley. In Emilia Romagna un contesto simile alla silicon valley califor-niana, grazie a grandi infrastrutture come quelle del Cineca e dell’Istituto nazionale di fisica nucleare

4' di lettura

Come all’epoca della sua fondazione - quando, quasi mille anni fa, “studenti” desiderosi di nuove conoscenze fondarono quella che oggi è la più antica università del mondo occidentale - l’ateneo di Bologna è di nuovo crocevia dell’ecosistema della conoscenza europeo. Questa volta sulle frontiere dei big data e del supercalcolo.

La città delle due torri oggi è al centro di una data valley regionale con respiro internazionale. Nata su basi storiche: in Emilia-Romagna è presente il 70% della potenza di calcolo italiana. Ma anche grazie alla visione di lungo periodo della classe politica regionale, che è stata in grado di accendere i riflettori sulla data valley emiliano-romagnola e candidare Bologna a capitale europea del supercalcolo. L’ultimo tassello di questa strategia è la legge sui “big data” che la Giunta regionale dell’Emilia-Romagna ha approvato a metà giugno.

Una scommessa vinta, capace di attrarre fino a oggi investimenti per oltre un miliardo – tra fondi pubblici, privati e comunitari. Risorse per nuove infrastrutture, come il data center del Centro Meteo europeo e il supercomputer del progetto comunitario Euro Hpc, che presto si accenderanno nel Tecnopolo di Bologna.

Il sistema della ricerca regionale - 7 università, 400 corsi di laurea, 153 master, 126 corsi di specializzazione e 150 mila studenti – sta già beneficiando della nuova centralità della data valley. «Dopo la notizia che il Tecnopolo di Bologna avrebbe ospitato il supercalcolatore Hpc - spiega Antonino Rotolo, prorettore per la ricerca dell’Università di Bologna - ho ricevuto decine di mail da ricercatori eccellenti nel campo dei big data e dell’intelligenza artificiale: scienziati che da tutto il mondo si proponevano per venire a lavorare a Bologna».

Oggi, grazie all’associazione BigData promossa dalla regione, l’Emilia-Romagna è uno dei pochi luoghi al mondo dove i data scientist possono trovare università, capitali e grandi imprese in rete tra loro. Tanto che, tra gli addetti ai lavori, c’è anche chi si è spinto a paragonare l’ecosistema della data valley emiliano-rogmagnola al contesto che ha portato alla nascita della silicon valley californiana: il network tra Università di Stanford, Ibm e venture capitalist.

A Bologna il silicio è stato sostituito dai big data. Bene immateriale che per essere maneggiato richiede grande potenza di calcolo. «La ricerca – continua Rotolo – si fa con le infrastrutture e con le persone. Spesso l’infrastruttura è un collo di bottiglia. Questo per noi oggi non è più un problema». La svolta è avvenuta al tavolo regionale per i big-data aperto in Conferenza Regione-Università, «quello è stato l’enzima che ha aggregato tutti». È stato così possibile «creare massa critica e attirare fondi e eccellenze». E anche studenti: quest’anno le immatricolazioni sono cresciute del 7,4% rispetto all’anno accademico 2015/2016. Nello stesso periodo gli immatricolati internazionali sono aumentati del 18,3 per cento.

Fatta l’infrastruttura, bisogna fare i data scientist. «Per questo – spiega il prorettore alla ricerca - abbiamo messo in atto misure di reclutamento a livello internazionale. Lo strumento utilizzato è stato quello delle “call for interest”. Le prime risalgono al 2015. Abbiamo ricevuto centinaia di manifestazioni di interesse da più di 30 paesi». Così l’Ateneo ha già reclutato decine di studiosi eccellenti, che arrivano o tornano in Italia per fare ricerca a Bologna. A questi si aggiungono 47 ricercatori approdati all’Alma Mater dall’estero negli ultimi tre anni: 32 studiosi per “chiamata diretta” e 15 vincitori di bandi europei su ricerche di frontiera dell’European Research Council (ERC).

Molto di loro sono attivi nell’ambito dell’intelligenza artificiale e dei big data. «Oggi – spiega Rotolo – la ricerca applicata in questo ambito è in mano a grandi multinazionali come Google, Facebook, Amazon o Microsoft». Grandi imprese che possono mettere a lavorare centinaia di ingegneri su singoli progetti, dotandoli anche della potenza di calcolo necessaria. Si pensi per esempio a quello che sta facendo Google sull’auto a guida autonoma. «Ma Google – incalza Rotolo - non ha e non potrà mai avere le competenze trasversali che hanno le università: solo nelle università è possibile condurre una ricerca interdisciplinare. E oggi sappiamo che l'intelligenza artificiale si potrà diffondere in modo sostenibile per l’umanità solo se la tecnologia crescerà insieme alle scienze sociali, a quelle della vita, all’etica e in generale in seno alle scienze umanistiche».

Antonino Rotolo è laureato in filosofia, indirizzo logico-epistemologico. L’uomo che indirizza la ricerca dell’Università di Bologna è un esperto di teoria del diritto, logica giuridica, logica deontica, metodi formali per il ragionamento pratico e di intelligenza artificiale applicata al diritto. «Credo – ammette – che il Rettore mi abbia scelto perché so far parlare tra loro letterati, ingegneri, giuristi e imprese: in fondo, fare ricerca vuol dire anche fare politica».

Oggi 20 dei 33 dipartimenti dell’università di Bologna aderiscono al programma di ricerca su big data e intelligenza artificiale. La conferma che Rotolo sa far parlare tra loro anche i mondi della ricerca e quello delle imprese arriva dai dati su terza missione e trasferimento tecnologico: tra il 2016 e il 2018, i ricavi dell’Università per ricerca conto terzi sono cresciuti del 19,8%, passando da 22,6 a 27,1 milioni di euro.

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