Gioielleria

Così le botteghe orafe di Milano tramandano segreti millenari

In Lombardia ci sono 4mila imprese, pari al 12,7% del totale nazionale, che danno lavoro a 11mila persone. Negli ultimi cinque anni l'occupazione è cresciuta dell'8%, trainata dal capoluogo lombardo (+14%)

di Giulia Crivelli


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Strumenti di lavoro degli artigiani-orafi

5' di lettura

La gioielleria è sempre stata considerata un’arte aulica e ha goduto (e gode tuttora) ovunque, in ogni epoca di un prestigio particolare. Nel suo Viaggio tra le gioie italiane, un racconto scritto per Federorafi, Sonia Bolzani inizia col ricordare la figura di San Eligio, vissuto tra il 588 e il 660 in Francia: la sua storia è raffigurata in due cattedrali francesi (Angers e Le Mans) e nel Duomo di Milano, con la vetrata di Niccolò da Varallo, dono degli orefici milanesi nel Quattrocento. Eligio venne assunto come apprendista dall’orefice lionese Abbone, che dirigeva la zecca reale. Sotto il re Clotario divenne orefice di corte e patrono della categoria, grazie – narra la leggenda – alla sua creatività e dedizione all’arte orafa, oltre che al re. Sono passati 1.400 anni ma il gioiello continua a essere realizzato non solo per creare e celebrare la ricchezza, ma per donare gioia, come ogni oggetto intrinsecamente bello.

La particolarità della Lombardia

Antonio Piluso, orafo di origini calabresi, è a Milano da decenni e ha creato il suo marchio Pilgiò. La boutique-laboratorio si trova in zona Sant'Ambrogio (via Caminadella) ed è meta di clienti da tutto il mondo. Delle collezioni Pilgiò sono famosi in particolare i gioielli in oro «muto», lavorazione inventata da Piluso

I distretti orafi più strutturati e analizzati sono quelli di Piemonte (Valenza Po), Veneto (Vicenza) e Toscana (Arezzo). Subito dopo però viene la Lombardia, che ha ancora un ruolo importante, le cui radici – come ricorda ancora Sonia Bolzani – vanno cercate negli orafi attivi a partire dal Medioevo. Di generazione in generazione, di fatto, i repertori tradizionali non sono mai stati abbandonati, anche quando si sono aggiunte nuove forme decorative.

In Lombardia possiamo addirittura parlare di radici millenarie: tesori longobardi sono conservati nel Duomo di Monza, nella Basilica di Sant’Ambrogio, a Milano, in alcune chiese di Bergamo e di Chiavenna. L’arte orafa raggiunse a Milano il suo pieno sviluppo nel XV secolo e oggi, accanto all’attività dei gioiellieri milanesi, va segnalata la nascita di un centro di lavorazione a Mede (Pavia), sotto l’influenza della vicina Valenza Po. Per l’argento, sono famosi gli esperti cesellatori di Como, Cernobbio e Fino Mornasco.

I dati della Camera di commercio

Venendo ai dati, i più recenti sono l’elaborazione della Camera di commercio di Milano Monza Brianza Lodi aggiornati al terzo trimestre 2019. In Lombardia si concentrano il 12,6% delle imprese nazionali, per un totale di 4mila imprese con 11mila addetti, a fronte di 29mila aziende in tutta Italia, che danno lavoro a 73mila persone. Negli ultimi anni si può notare un fenomeno di concentrazione: diminuisce il numero di imprese, ma crescono gli addetti. Milano guida la classifica con 1.728 attività, circa la metà del totale e con oltre 7 mila addetti, concentrati nel commercio all’ingrosso (circa 3mila), al dettaglio (circa 2mila), oltre a quasi mila nella lavorazione. Negli ultimi cinque anni gli addetti sono cresciuti dell’8%, trainati da Milano (+14%).

«Dai dati emerge la forte concentrazione della Lombardia nel settore dell’oreficeria e dei gioielli,un settore che offre sempre maggiori opportunità di lavoro – sottolinea Marco Accornero, membro di giunta della Camera di commercio di Milano Monza Brianza Lodi –. Il settore è legato alla moda e al design e riesce a esprimere la creatività degli artisti e il buon gusto che le nostre imprese sanno proporre anche in altri ambiti. Si tratta di un comparto legato alla manualità e spesso artigiano: l’offerta sul territorio tra laboratori e negozi diventa un fattore di attrattività e di richiamo proprio per l’alta qualità della produzione».

Il legame con la moda e il lusso

Tra i marchi più famosi della gioielleria mondiale (che per l’80% resta unbranded) c’è Pomellato, fondato a Milano nel 1967 da Pino Rabolini. Oggi è i tra i primi cinque produttori europei di gioielli e dal 2013 è parte del gruppo Kering, che dall’acquisizione ha ulteriormente investito nelle strutture produttive italiane: Pomellato è sul mercato anche con il marchio DoDo e dà lavoro a oltre cento orafi e artigiani. Una fabbrica (ma sarebbe meglio definirla grande laboratorio artigianale) si trova proprio a Milano e realizza soprattutto la collezione DoDo.

Vicino a Legnano c’è invece la sede della divisione gioielleria di Dolce&Gabbana, che hanno linee pret-à-porter (da donna e da uomo) e una collezione di alta gioielleria, che viene presentata due volte all’anno insieme all’alta moda, alta sartoria e alta orologeria (si veda Il Sole 24 Ore dell’8 dicembre). In settembre ha presentato la sua prima collezione di alta gioielleria anche Giorgio Armani: in questo caso l’ufficio stile è ovviamente a Milano, mentre la produzione viene fatta soprattutto nel distretto di Valenza Po.

La forza delle scuole

Vista la tradizione millenaria di cui abbiamo detto, non deve stupire la grande quantità di scuole orafe presenti a Milano, alcune delle quali con una lunga storia e frequentate da studenti da tutto il mondo. Le più specializzate, tutte nel centro di Milano, sono la Scuola orafa ambrosiana, la Scuola d’arte orafa, l’Istituto gemmologico italiano e il Centro di formazione professionale Galdus, con il quale Pomellato ha una partnership consolidata. Nel 2018 tra l’ente di formazione e l’azienda, con il supporto di Regione Lombardia, è anche partita la Pomellato Virtuosi, vera e proprio academy del gioiello italiano e circa 150 ragazzi hanno seguito i corsi impartiti da orafi e specialisti del lusso. La formazione professionale nel settore orafo può durare dai 3 ai 7 anni. «Dopo la qualifica del terzo anno, il 50%dei nostri studenti trova occupazione e il restante 50% prosegue nella specializzazione sia con l’apprendistato di I livello che con la frequenza ai percorsi di alta formazione», spiega Diego Montrone, presidente di Galdus. Tra gli istituti che offrono corsi per aspiranti orafi e designer di gioielli ci sono poi L’Istituto europeo di design (Ied) e il Poli.Design.

L’anima commerciale

Del panorama milanese, ancora più che di quello di altre città, colpisce il numero di gioiellerie che in periodi che vanno dai 30 ai 50 anni (in alcuni casi anche più lunghi) sono diventate anche piccoli grandi brand. I titolari disegnano i gioielli e poi si affidano per la realizzazione o la personalizzazione sui desideri dei clienti a laboratori orafi di loro fiducia e con i quali, quasi sempre, hanno collaborazioni di lunghissima data. Tra questi ricordiamo la gioielleria Merù di via Solferino, fondata dai fratelli Mereu, originari della Sardegna, che da qualche anno si è in un certo senso sdoppiata. Uno dei fratelli, Angelo, ha aperto una boutique nella stessa via, ma sul lato opposto e una decina di numeri più avanti. Una “nuova” impresa famigliare: nella gestione, anche commerciale del negozio (che in settembre ha raddoppiato la metratura) Angelo Mereu è affiancato dalla moglie Francesca e dai figli Gianmarco (che segue il sito e l’e-commerce) e la figlia Giolina, che disegna le collezioni insieme al padre. Da qui il nome della boutique, Giolina e Angelo. Stessa vocazione commerciale-creativa per Monica Rossi, che nel suo negozio Anaconda vende da sempre solo sue creazioni, in alcuni casi brevettate. Negli ultimi anni ha puntato sul recupero di antichi monili e ciondoli, che vengono rimontati (anche su misura). Cristina Malvisini si è spostata da poco da corso Monforte a piazza Sant’Alessandro e anche lei disegna i suoi gioielli, oltre a venderne di antichi , trovati nei mercati dell’antiquariato e “rivisti” per un pubblico più giovane.

Tra i protagonisti milanesi del gioiello c’è poi Carlo Traglio, propietario del marchio Vhernier, che viene prodotto a Valenza perché lì nacque nel 1984, ma che, con la direzione creativa di Traglio e la componente artistica e di design che ha portato al Dna del brand, è oggi quanto di più milanese esista. Nel senso migliore del termine, perché interpreta la vocazione globale della città e del suo stile rendendola appetibile in tutto il mondo.

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