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Così Brexit inceppa le ruote della Ue

Ciò che scuote l’Ue non è tanto la decisione britannica di lasciarla quanto la difficoltà a farlo

di Sergio Fabbrini


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(EPA)

4' di lettura

Brexit ha conseguenze strutturali sul funzionamento dell’Unione europea. Finora l’attenzione pubblica si è concentrata su Londra, non su Bruxelles. Eppure Brexit sta scuotendo il progetto di integrazione, anche se le leadership europee sembrano non esserne consapevoli. Ciò che scuote l’Ue non è tanto la decisione britannica di lasciarla quanto la difficoltà a farlo. Vediamo.

Il Regno Unito ha notificato il 29 marzo 2017 (un anno dopo il referendum del 23 giugno 2016) la sua decisione di recedere dall’Ue. Secondo la procedura prevista dall’Art. 50 (del Trattato sull’Unione Europea o Tue), da quel momento è partito il periodo di due anni che avrebbe dovuto condurre a un’uscita il 29 marzo 2019. L’accordo negoziato per il recesso concordato è stato però bocciato per ben tre volte da Westminster, obbligando l’allora governo di Theresa May a chiedere al Consiglio europeo due estensioni all’uscita, oggi formalmente prevista per il 31 ottobre 2019. La settimana scorsa, il governo (questa volta) di Boris Johnson ha dovuto chiedere una terza estensione fino al 31 gennaio 2020.

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È probabile che tale estensione verrà approvata dai capi di governo nazionali del Consiglio europeo, anche se i loro rappresentanti permanenti, riunitisi venerdì scorso a Bruxelles, hanno deciso di attendere la prossima settimana per capire cosa avverrà a Londra. Infatti, dopodomani, il premier Johnson chiederà a Westminster di andare a nuove elezioni a dicembre come condizione per avere più tempo per esaminare l’accordo di recesso (negoziato pochi giorni fa con l’Ue). Un calendario che verrà difficilmente rispettato. Westminster ha rivendicato non solo il diritto di discutere l’accordo di recesso nei dettagli, ma anche il suo potere di emendarlo nel corso della discussione parlamentare. Così, ad esempio, potrebbe essere introdotto un emendamento alla legge sul recesso che preveda la necessità di svolgere un referendum popolare sull’accordo negoziato con Bruxelles.

Secondo gli attuali sondaggi d’opinione, una maggioranza di elettori (per ragioni diverse) potrebbe addirittura bocciare l’accordo, rinviando ancora Brexit. Tra un’estensione e l’altra, il Regno Unito è venuto così ad acquisire uno status speciale, quello di un Paese che ha deciso di uscire dall’Ue ma non riesce a farlo.

Secondo l’Art. 50.3 Tue, il Regno Unito (durante il periodo di estensione) continua ad essere un membro a tutti gli effetti dell’Ue. Fino a quando non si concluderà la procedura di recesso con il voto finale di Westminster e del Parlamento europeo, esso mantiene gli stessi diritti e obblighi degli altri Stati membri. Tant’è che, come esito della seconda estensione, il Regno Unito ha potuto/dovuto partecipare alle elezioni del Parlamento europeo per eleggere i suoi 73 rappresentanti. Anche se il Consiglio europeo ha stabilito che, quando Brexit avrà luogo, quei 73 parlamentari dovranno essere rimpiazzati da 27 parlamentari, eletti nel frattempo in altri Paesi (e che sono ora in stand-by). Quei 73 parlamentari hanno comunque partecipato all’elezione della presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, e parteciperanno all’elezione della nuova Commissione.

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Hanno così contribuito (in particolare i parlamentari laburisti e liberali) a dare vita alla nuova maggioranza parlamentare (von der Leyen è stata eletta con uno scarto di appena nove voti), di cui non saranno più responsabili quando dovranno abbandonare il loro seggio. Peraltro, non è affatto scontato che dovranno abbandonare il loro seggio con la conclusione del processo di recesso, in quanto essi rappresentano (in base al Tue) i cittadini europei e non quelli britannici (si veda il numero, appena pubblicato, di European Law Review 5/2019). Ma anche le altre istituzioni comunitarie sono condizionate dalla politica dell’estensione.

Il Regno Unito non ha nominato il suo commissario per la Commissione der Leyen, ma ciò creerà problemi con l’estensione dell’estensione. Il Regno Unito ha deciso di non partecipare alle riunioni del Consiglio dei ministri, ma si è riservato il diritto di parteciparvi quando vengono discusse politiche che sono di suo interesse. Prima di Brexit, il Regno Unito era un Paese che stava dentro con un piede fuori. Dopo Brexit, è un Paese che sta fuori con un piede dentro.

Le conseguenze per l’Ue sono plurime. La Brexit posticipata sta assorbendo le sue energie e il suo tempo, di fatto impedendole di affrontare priorità cruciali, come il quadro finanziario multi annuale, il completamento dell’unione bancaria, la politica di sicurezza. La Brexit posticipata sta spingendo l’Ue verso l’introversione, mentre al suo esterno avvengono grandi trasformazioni, con la crescita di influenza della Russia in Medio Oriente, con il declino di influenza degli Stati Uniti, con la conseguente disarticolazione del sistema di difesa della Nato (incapace di tenere sotto controllo un suo membro, come la Turchia, con pulsioni autoritarie e militaristiche).

La Brexit posticipata sta indebolendo la coesione delle istituzioni dell’Ue. Ciò favorisce i governi sovranisti, la cui strategia è quella di gettare sabbia nel motore di quelle istituzioni, per poi denunciarne il malfunzionamento. Le leadership europee (con l’eccezione, forse, del francese Emmanuel Macron) non sembrano percepire la gravità (per l’Ue) di una politica reiterata di estensione. Con il risultato che il Regno Unito continua a condizionare il processo di integrazione anche ora che è uscito, come quando non era ancora uscito.

Insomma, la crisi britannica chiama in causa il modello integrativo adottato dall’Ue. Nonostante gli opt out e le flessibilità, quel modello continua a prevedere una modalità unica (di integrazione) per Paesi diversi. Brexit, prima, e la sua continua estensione, poi, dimostrano la necessità di superare quel modello a taglia unica, se si vuole rilanciare il progetto fondativo dell'«unione sempre più stretta». L’Ue va differenziata costituzionalmente, distinguendo tra progetti integrativi diversi. Quando il mondo cambia, è consigliabile cambiare il modo di pensarlo.

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    Sergio Fabbrinieditorialista

    Luogo: Luiss Guido Carli

    Lingue parlate: francese, spagnolo

    Argomenti: Scienze politiche, relazioni internazionali

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