inchiesta

Così il Cabernet resistente ai parassiti elimina i pesticidi

di Micaela Cappellini


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(Marka)

3' di lettura

I nuovi vitigni di Merlot, Cabernet e Sauvignon realizzati con la tecnica dell’innesto per essere resistenti ai parassiti funzionano. E permettono una diminuzione del ricorso ai pesticidi dell’80%. Una buona notizia sia per l’ambiente sia per le tasche degli agricoltori, che ora potranno risparmiare sui trattamenti chimici.

Sono incoraggianti, i primi risultati del vigneto sperimentale di Tebano, in Emilia Romagna, gestito dal Crpv, il Centro ricerche produzioni vegetali di Forlì. Il vigneto è sorto tre anni fa grazie al sostegno finanziario di quattro grandi gruppi cooperativi del vino Made in Italy, evidentemente interessati ai risparmi che può generare l’uso dei vitigni resistenti: Cantine Riunite & Civ, Cevico, Caviro e Cantina Sociale di San Martino in Rio. L’obiettivo era quello di testare l’idoneità alla coltivazione di 12 vitigni resistenti alla peronospora e all’odio, i due funghi più diffusi e dannosi per la vite. Tutti e dodici i vitigni testati risultano già iscritti al Registro Nazionale delle Varietà di Vite. I risultati vengono ufficialmente presentati oggi, nel corso della giornata inaugurale della Mostra della meccanizzazione in vitivinicoltura alla Fiera di Faenza.

Queste varietà resistenti ottenute col metodo tradizionale dell’innesto sono frutto del lavoro di alcuni tra i più importanti poli di eccellenza italiani per la ricerca e l’innovazione in agricoltura: l’Università di Udine, i Vivai Rauscedo e l’Istituto di San Michele all'Adige. «I vitigni in questione non sono solo iscritti al Registro nazionale, ma sono già in uso in tre regioni italiane – racconta Giovanni Nigro, responsabile della Filiera vitivinicola del Crpv -. Veneto, Friuli Venezia Giulia e Trentino Alto Adige infatti ne avevano già autorizzato la coltivazione anche senza i tre anni della sperimentazione preventiva».

È dal 2015 insomma che queste varietà resistenti si possono trovare tra le vigne del Nordest, «ed è dal 2018 che sono arrivate sul mercato le prime bottiglie frutto di questi vitigni», racconta Nigro. Del resto, a più di un produttore non è sembrato vero poter diminuire drasticamente le operazioni di trattamento dei terreni. «A questi viticoltori - aggiunge Nigro - i risultati della nostra sperimentazione danno la conferma che le piantine utilizzate sono ben inserite nell’ambiente che le ospita e addirittura hanno caratteristiche enologiche migliorative rispetto a quelle delle loro piante genitrici».

Il prossimo passo del Centro ricerche produzioni vegetali sarà allargare la sperimentazione ad altri vitigni, attraverso il Programma di miglioramento genetico della vite finalizzato alla costituzione di varietà resistenti autoctone dell’Emilia Romagnastra terra: Trebbiano romagnolo, Sangiovese, Albana, Pignoletto, Lambrusco Salamino, Lambrusco Grasparossa, Lambrusco di Sorbara e Ancellotta. E anche questo è un progetto finanziato e voluto dai produttori che si riconoscono nelle più importanti strutture cooperative della regione: Cantine Riunite & Civ, Cevico, Caviro e Cantina Sociale di San Martino in Rio.

Questo percorso di innovazione potrebbe essere accelerato dalle nuove tecniche di editing genetico, sempre che la Ue decida di ammetterle in futuro? «Rispetto alle tecniche tradizionali dell’incrocio - spiega Nigro - il genome editing accelera il processo dalla ricerca al campo di un anno o due. Ma al momento la sentenza della Corte di Giustizia europea del luglio scorso è stata chiara, l’utilizzo di questa tecnica non è ammessa». O almeno non è ammessa in campo no, perché nei laboratori di ricerca, compresi quelli italani, i primi passi sono già stati mossi.

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