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Così Cial e Nespresso riciclano le capsule del caffè che hanno soppiantato la moka

Sono cambiati i consumi. A Lecco un sistema separare e destinare alla fonderia 57 tonnellate l’anno di cialdine d’alluminio. Le tecnologia White Star

di Jacopo Giliberto

Dal Caffè al compost al riso: un'economia circolare per Nespresso

Sono cambiati i consumi. A Lecco un sistema separare e destinare alla fonderia 57 tonnellate l’anno di cialdine d’alluminio. Le tecnologia White Star


5' di lettura

Certo, il caffè dev’essere nerissimo; però anche verde. Cioè deve avere un contenuto di tutela ambientale. L’argomento è il riciclo dei fondi di caffè, fondi che una volta avevano un riciclo assicurato — le zie sbriciolavano la polvere nel vaso delle petunie, «tutto nutrimento» — ma oggi con il cambiamento del modo di produrre e di consumare è un riciclo assai più difficile. Colpa delle benedette e maledette capsule e cialdine con cui più di un terzo degli italiani adora fare il caffè espresso in casa. E di conseguenza con gli usi e i costumi anche le regole per il riciclo devono assecondare i cambiamenti della società. Lo fa la Nestlè per il caffè Nespresso e lo fa il Cial — consorzio nazionale di riciclo dell’alluminio — in alcuni impianti specializzati. Come l’impianto Seruso di Verderio Inferiore, in provincia di Lecco. L’impianto riesce a separare dai rifiuti e a mandare al riciclo le difficilissime capsule del caffè.
Non è l’unico sistema. Per esempio, un gruppo di tecnici italiani ha messo a punto il sistema White Star che ha la peculiarità di aprire in automatico cialde e capsule di qualsiasi materiale siano realizzate e di separare il fondo di caffè dal piccolo contenitore, consentendo il riciclo di entrambi.

Ho voluto verificare di persona la qualità del riciclo, e qui lo racconto.

Il cambiamento del caffè

La prima rivoluzione del caffè avvenne quando la moka del cavalier Bialetti soppiantò negli usi degli italiani la cuccuma napoletana; sugli scaffali dei supermercati si allinearono decametri di sacchetti (alcuni con valvolina espirante per poter apprezzare l’aroma) e di barattoli classici da 250 grammi.

Nespresso e la cultura italiana del caffe' in nuove miscele

Oggi, seconda rivoluzione del caffè, i decametri di barattoli sono ridotti a poche spanne mentre sulle scaffalature è un trionfo metrico di capsule, cialde e filtri per l’espresso domestico.
In maggio la ricerca « Il mercato del Caffè tostato nella Distribuzione Moderna » realizzata dall’Iri osservava che nei primi tre mesi del 2020 il mercato del caffè per moka era 159,4 milioni di euro, le capsule 114 milioni, le cialde 16,7. Un’altra analisi ha confermato in queste settimane che circa il 45% dei consumi di caffè in casa avviene con macchinette espresso.

Ottimo gusto, pessimo riciclo

A differenza dei fondi delle caffettiere, destinazione compost della raccolta differenziata oppure il vaso dei gerani o il terriccio dei pomodori dell’orto, invece le capsule e le cialde sono nemiche convinte del riciclo.
Ovviamente è sempre possibile ricuperare in modo differente e riciclare i due materiali diversissimi che compongono le capsule, cioè il fondo di caffè umido e biodegradabile racchiuso in una confezione studiata per resistere tempi lunghissimi a ogni aggressione contro l’aroma. Ma se è sempre possibile dividere polvere usata e capsula contenitrice, è un lavoro complicato, in genere manuale e quasi sempre con esiti economici disastrosi.

Fra le soluzioni, marche prestigiose hanno puntato su capsule di plastica biodegradabile, in modo che l’insieme possa andare negli impianti di compost agricolo. La Nestlè ha individuato due filoni paralleli, cioè la resa dell’usato (anche di marche compatibili) nei 116 negozi Nespresso ma anche il riciclo come quello sviluppato con il Cial alla Seruso di Verderio.

Dal chicco al chicco

Marta Schiraldi, direttrice tecnica della Nespresso Italia, spiega le due vie. «Si chiama “ Dal chicco al chicco ” il sistema di consegna delle capsule usate ai nostri negozi. L’anno scorso in questo modo i clienti ci hanno portato 1.350 tonnellate di alluminio, che abbiamo mandato a riciclare nelle fonderie del Cial mentre la polvere usata di caffè è diventata concime per produrre riso nelle risaie italiane, e quel riso è stato donato al Banco Alimentare».
Nei punti vendita della Nespresso c’è un angolo attrezzato per la consegna delle capsule usate. Possono essere consegnate anche le capsule di alluminio di altre marche, ovviamente nella speranza che chi vi ha portato le cialde di altra marca venga sedotto dai profumi e torni a casa con una scorta di Nespresso.
Quando la quantità è sufficiente, arriva un furgone autorizzato e porta le capsule al riciclo in alcune fonderia di alluminio del circuito del consorzio Cial.
La polvere di caffè invece viene trasformata in un concime biologico di qualità per le colture del riso della pianura padana. Dal chicco di caffè al chicco di riso. Il riso prodotto viene donato al Banco Alimentare per le mense dei poveri.

Il sistema White Star

Un gruppo di esperti italiani ha messo a punto la tecnologia White Star che ricorda, per certi versi, la macchina che nei bar fa le spremute partendo dalle arance intere. In questo caso, la fila di capsule di plastica (circa due terzi del mercato) o di alluminio si allinea verso un dispositivo che apre i contenitori e divide in due parti i materiali costitutivi: da una parte cade purissima polvere di caffè, dall’altra si accumulano le capsule aperte senza residui di caffè, pronte per la rigenerazione.
Anche se ancora sperimentale, questa tecnologia è già diffusa dove è utile per finalità di marketing, come in alcuni negozi monomarca e flagship store del caffè, ma la sua vera efficacia è ambientale.

Il sottovaglio

L’altro modo è raccogliere le capsule con i rifiuti di alluminio, come avviene con la Seruso, ma si può fare solamente nelle fabbriche del riciclo attrezzate.
Il problema è appunto quello degli impianti specializzati. Non tutti gli stabilimenti di riciclo dell’alluminio possono trattare le capsule del caffè, che siano firmate originali come quelle «what else» di George Clooney o che siano semplicemente compatibili. Sono troppo piccole e sfuggono alla selezione che blocca e destina al riciclo lattine e barattoli.

Scrivendo in tecnichese, per raccoglierle e separare le capsuline usate del caffè va aggiunto un dispositivo a induzione dopo il sottovaglio, o il sovvallo. Scrivendo in italiano corrente, negli impianti di selezione, dopo la separazione dei rifiuti riciclabili resta una minutaglia indifferenziata irriciclabile destinata a bruciare come combustibile povero; ecco, se alla fine di questa prima selezione si aggiunge un dispositivo magnetico capace di separare dal misto dei frantumi minuscoli il pregiato alluminio, in questo caso le capsule del caffè vengono separate, raccolte e riciclate. Lo fanno in pochi.

«Noi abbiamo questo impianto a induzione magnetica per separare le capsule di caffè dai frantumi fini», afferma Omar Sozzi, direttore tecnico della Seruso a Verderio Inferiore, nella bassa lecchese.

La Seruso è un impianto di selezione dei rifiuti riciclabili che lavora per la Silea del Lecchese e per la Cem della Brianza.
Vi entrano le bottiglie di plastica e le lattine di alluminio separate in modo differenziato da 900mila lombardi.
Poi le diverse linee separano le lattine (352 tonnellate nel 2019) e le bottiglie, ne dividono qualità e colore e così via.
E dopo le lavorazioni restano i sovvalli, cioè una minutaglia di plastica, alluminio, etichette di carta e altri materiali troppo piccoli per essere rigenerati.
Materiali irriciclabili che per evitare l’infamia della discarica devono essere destinati al ruolo triste di combustibile povero.

Negli impianti normali di selezione le capsule del caffè finiscono lì, in quel cumulo indistinto di pezzetti di metallo e di plastica.

Però la Nestlè e il consorzio Cial con la Seruso hanno messo a valle del ciclo di selezione un’altra selezione aggiuntiva. Hanno istallato un sistema magnetico a induzione che separa ancora una volta l’alluminio da quel misto di pezzettini altrimenti non rigenerabili, e sottrae le capsule usate del caffè dal destino infame dell’inceneritore. L’anno scorso 57 tonnellate di capsule hanno trovato la sia del riciclo, mandate in fonderia per tornare alluminio nuovo.

I bravi cittadini

Una nota a margine. Anche se non serve, perché le temperature di fusione dell’alluminio vaporizzano la polvere residua di caffè, ma si è osservato che gran parte delle capsule separate dalle linee di selezione della Seruso erano state aperte con cura a casa dai bravi lecchesi e brianzoli, i quali avevano gettato da una parte nel sacchetto del rifiuto umido la polvere del caffè e dall’altra parte nel sacchetto dei metalli la capsula vuota di alluminio. Quando dicono che i cittadini sono maleducati, non è vero: quando si dà loro il servizio, i cittadini rispondono sempre. I maleducati sono coloro che non danno un servizio efficiente ai loro cittadini.

Riproduzione riservata ©
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    Jacopo Gilibertogiornalista

    Lingue parlate: italiano, inglese

    Argomenti: ambiente, energia, fonti rinnovabili, ecologia, energia eolica, storia, chimica, trasporti, inquinamento, cambiamenti climatici, imballaggi, riciclo, scienza, medicina, risparmio energetico, industria farmaceutica, alimentazione, sostenibilità, petrolio, venezia, gas

    Premi: premio enea energia e ambiente 1998, premio federchimica 1991 sezione quotidiani, premio assovetro 1993 sezione quotidiani, premio bolsena ambiente 1994, premio federchimica 1995 sezione quotidiani,

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