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Così il climate change rischia di far esplodere l’Africa e il Sahel

La fascia di oltre 5mila chilometri che percorre i confini a sud del Sahara è minacciata dallo stesso nemico: il riscaldamento eccessivo delle temperature, con conseguenza catastrofiche per economie appese all’agricoltura pluviale. Il malessere alimenta le tensioni sociali, ma non si scappa perché costa troppo. E chi resta diventa vittima dei terroristi

dal nostro inviato Alberto Magnani


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(Afp)

5' di lettura

Ouagadougou (Burkina Faso) - «Piove sempre meno. Servirebbero i fertilizzanti, ma costano troppo. È per quello che la gente se ne vorrebbe andare». Kafando Mouni è un operatore che lavora per il ministero della Salute del Burkina Faso a a Ziniaré, meno di 40 chilometri a nord della capitale Ouagadougou. Quando descrive i danni alle coltivazioni del villaggio fa trasparire le ansie che incombono su conoscenti diretti e intere famiglie, forse anche la sua.

L'agricoltura, settore che occupa un cittadino su tre nel solo Burkina Faso, è minacciata dallo stesso nemico che dilaga nel resto dell'Africa occidentale: il cambiamento climatico, l'innalzamento delle temperature che sta colpendo con più violenza della media i territori del Sahel. La regione, una fascia che percorre il Continente dalla Mauritania all'Eritrea, dividendo il deserto del Sahara dalla Savana sudanese, è già stato classificata dalle Nazioni unite come «l'area più vulnerabile» al mondo agli effetti del cambiamento climatico.

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Le temperature sono proiettate a crescere a un ritmo superiore di 1,5 volte rispetto alla media globale, spingendo il termometro fino a 3-5 gradi centigradi in più rispetto agli standard (già pari a 35 gradi) entro il 2050. L'alterazione del clima si sta già facendo sentire su un'attività agricola del tutto appesa all'andamento delle piogge, in assenza dei più basilari sistemi di irrigazione. Con un effetto domino pronto a innescarsi su crescita, approvvigionamenti di cibo e la sicurezza già vacillante della regione, insanguinata dall'incrocio fra ostilità locali e l'insorgenza di un revival jihadista.

Il colpo al cuore dell'economia saheliana
Non è facile quantificare l'impatto più immediato, quello economico. Di sicuro il fenomeno sta aggravando la condizione di paesi già in poverissimi e, appunto, dipendenti dalle rese minime che possono essere garantite da un'agricoltura di sussistenza. Il climate change “africano” non si manifesta più nelle siccità intense che avevano soffocato la regione fra gli anni '70 e '80 del secolo scorso, ma nell'imprevedibilità delle precipitazioni. «Da un lato c'è una maggiore probabilità di precipitazioni violente e temporali – spiega Benjamin Schraven dell'Istituto di sviluppo tedesco, un think tank – Ma dall'altro, c'è anche una maggiore probabilità di periodi di siccità durante la stagione delle piogge, che è già breve e potrebbe accorciarsi ancora». Il mix decima il raccolto dei campi di prodott come miglio e cotone, colpendo il cuore di economie che non hanno mai vissuto un processo serio di diversificazione. Per restare nell'Africa occidentale, secondo dati della World Bank, l'agricoltura dà lavoro al 76% della popolazione del Niger (con un'incidenza pari al 44,3% di un Pil da poco più di 9 miliardi),al 65% degli abitanti del Mali, al 55% della popolazione della Mauritania e a circa il 29% dei residenti del Burkina Faso. Minori raccolti affossano la crescita già precaria del territorio, esacerbando disagi e tensioni sociali ben radicate lungo tutta la regione. In primo luogo resta la minaccia dell'insicurezza alimentare, la carenza di cibo di qualità che coinvolge – dati Fao – almeno 30 dei 300 milioni di abitanti della regione Saheliana.

Il cambiamento climatico nel Sahel

Il cambiamento climatico nel Sahel

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Il malessere che ne deriva alimenta l'insofferenza per i governi locali e il senso di marginalizzazione rispetto agli interessi delle autorità. In paesi come Mali, Burkina Faso e Niger si sta assistendo da anni alla rinascita di cellule terroristiche, soprattutto jihadiste, capaci di guadagnare consenso nelle comunità locali come alternativa ai politici «corrotti» (o assenti) e alle presenza ingombrante dei «crociati francesi» nelle sue ex colonie. La violenza dei miliziani ha mietuto oltre 1.100 vittime nel solo Burkina Faso nell'arco del 2019, sommandosi ai conflitti che si accendono fra agricoltori e pastori per l’utilizzo dei territori ancora in salvo dalla desertificazione. «Gli effetti del climate change stanno sicuramente avendo qualche effetto sui conflitti e il problema generale della sicurezza nella regione – spiega Schraven - Soprattutto i conflitti fra pastori e contadini, come quelli che esplodono in Nigeria, hanno una componente legata al climate change».

La bomba a orologeria di siccità, terrore e demografia
Si potrebbe pensare che la via di uscita siano le migrazioni, vista la vicinanza relativa al Mediterraneo. Non è così. La povertà estrema del Sahel impedisce a larghissime fette della popolazione di affrontare le spese per spostarsi a nord, o addirittura all'interno della regione, venendo meno anche a quei flussi di micro-mobilità che si erano sempre legati all'andamento stagionale dell'agricoltura. In compenso paesi come il Burkina Faso stanno diventando frontiere di transito per migranti di altre nazioni, diretti a sud e a nord per sfuggire alle violenze e alla siccità che sta prosciugando una fonte di reddito già precaria. «Le migrazioni dal Sahel sono praticamente nulle. Invece è diventata una zona di transito, con tutte le tensioni che si possono creare in un contesto messo sotto una pressione simile», dice Bernardo Venturi dell'Istituto affari internazionali, un centro di ricerca. Gli abitanti restano così intrappolati in un territorio sempre meno fertile, in balìa della sua instabilità e di una esplosione demografica che sta facendo lievitare la popolazione locale a ritmi anche superiori alla media del Continente.

Secondo un report dell'Instituto Español de Estudios Estratégicos, un centro di ricerca del ministero della Difesa spagnolo, il tasso di fertilità nella regione del Sahel viaggia su una media di 4,9 figli a donna, con picchi di 7,1 figli nel Niger. La combinazione dei tre fattori sta creando un contesto esplosivo, con effetti su lungo termine che non possono che ricadere anche l’Europa e sul paese più coinvolto nell'area, la Francia. Non ci sono i presupposti per immaginare un esodo di massa verso il Vecchio Continente, arginato proprio dalla capacità di spesa minima delle popolazioni della zona. Ma non è rassicurante la crescita di una regione gonfia di tensioni sociali a poche ore dal Mediterraneo, abbandonata a se stessa e alla proliferazione di cellule terroristiche di ispirazione anti-europee.

Da qui le iniziative europee già dispiegate nell’area, anche se quasi sempre sotto forma di operazioni rivolte al contrasto militare delle tensioni terroristiche come la missione francese Barkhan o il sostegno al G5 Sahel, l'alleanza securitaria siglata da Burkina Faso, Ciad, Mali, Mauritania e Niger con il sostegno europeo alle spalle. C'è ancora poco per lo sviluppo economico e l’investimento sulle opportunità che emergono anche dalle situazioni di crisi, incluso il climate change. «Il limite è che si tratta sempre di un approccio “emergenziale”, rivolto alla dimensione securitaria – fa notare Venturi – Non di un approccio integrato e di lungo corso, come servirebbe, e servirebbe in fretta».

Riproduzione riservata ©
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    Alberto MagnaniRedattore

    Luogo: Milano

    Lingue parlate: inglese, tedesco

    Argomenti: Lavoro, formazione, esteri, innovazione

    Premi: Premio "Alimentiamo il nostro futuro, nutriamo il mondo. Verso Expo 2015" di Agrofarma Federchimica e Fondazione Veronesi; Premio giornalistico State Street, categoria "Innovation"

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