DANIMARCA, REGINA DIGITALE D’EUROPA/2

«Così a Copenaghen attiriamo Microsoft, Google e Apple (ma costringendoli a pagare le tasse)»

di Enrico Marro

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4' di lettura

La nazione più digitale d’Europa è la Danimarca, stando al famoso Digital Economy and Society Index (DESI), l’indice redatto ogni anno dalla Commissione europea per misurare il grado di evoluzione tecnologica all’interno dell’Unione. L’Italia si ritrova in quartultima posizione, al venticinquesimo posto davanti a Grecia, Romania e Bulgaria.

Come ha fatto la piccola monarchia scandinava a diventare la regina europea del digitale? Dall’attrazione di investimenti esteri alla formazione superiore, passando per una nuova struttura diplomatica connessa a Silicon Valley e Cina hi-tech: il Sole 24 Ore ha fatto un viaggio alla scoperta della Danimarca digitale e di cosa potrebbe imparare l’Italia dal modello scandinavo.
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Ormai la collezione è quasi completa. A Copenaghen ci sono Microsoft, con il più grande centro di ricerca e sviluppo europeo, e la colossale sede di Ibm, una delle più grandi società informatiche presenti nell’area della capitale. Mentre ad Aarhus troviamo Google, con un polo di R&S dal quale sono nati il browser Chrome e il linguaggio di programmazione Dart, e Uber, che dal territorio danese costruisce le sua infrastrutture informatiche globali. Ad Aalborg, sulla punta della penisola dello Jutland, ecco i centri di ricerca e sviluppo di Samsung (specializzato nel bluetooth) e Intel (chipset, antenne e Lte).

E ancora: Apple sta costruendo due data center, con quello di Viborg che avrà un’estensione di 166mila metri quadrati, mentre Facebook ne costruirà uno di 55mila metri quadrati a Odense, la città dello scrittore di favole Hans Christian Andersen che oggi è diventata la capitale europea della robotica (e dello sviluppo di droni) grazie a un ecosistema di oltre 130 aziende specializzate.

La Danimarca insomma sfodera una collezione invidiabile di colossi tecnologici, tra l’altro intelligentemente diffusi sul territorio. E questi sono solo i grandi nomi. Ma il vero miracolo è il “come” è riuscita ad attirarli: non con incentivi fiscali di tipo irlandese, oppure offrendo fondi strutturali Ue destinati alle regioni europee depresse. La corporate tax danese, al 22%, è sì inferiore a quelle tedesca o francese, ma è quasi il doppio di quella irlandese. E allora perché Big Tech ha scelto la Danimarca?

«Abbiamo scelto di non usare la leva fiscale: chi ci sceglie lo fa per il nostro particolare ecosistema dell’innovazione - spiega al Sole 24 Ore Lasse Grøn Christensen, responsabile della struttura del ministero degli Esteri incaricata di attirare investimenti ICT in Danimarca - . Qui esistono ottime infrastrutture, manodopera qualificata, un mercato del lavoro flessibile, un’economia in salute, un quadro normativo stabile e favorevole, senza costi nascosti (leggi: corruzione, ndr). Abbiamo una grande tradizione informatica - per esempio il linguaggio C++ è nato in Danimarca, così come Turbo Pascal e Visual Prolog - accompagnata però dallo sviluppo di un pensiero critico». Aggiungiamo per la cronaca che il rapporto debito-Pil danese si aggira poco sopra il 36%, mentre la crescita del Pil reale nel 2017 ha toccato il 2,1%.

Prima al mondo per utilizzo delle tecnologie informatiche secondo il World Economic Forum, prima in Europa per il digitale secondo la Commissione Ue, prima in Europa per facilità nel fare impresa secondo la Banca Mondiale, la Danimarca è anche terza al mondo per numero di utenti internet procapite e per abbonamenti alla banda larga fissa.

Le infrastrutture digitali sono notevoli: il Paese scandinavo è quello con la più ampia copertura 4G, con piani ambiziosi sul 5G entro il 2020. «I programmatori danesi sono considerati tra i migliori al mondo in alcuni specifici settori: sicurezza, crittografia, e-Government, robotica, software di acustica e sviluppo di soluzioni business», spiega ancora Christensen, che coordina una sessantina di persone incaricate di attrarre investimenti ICT stranieri, come quello effettuato di recente dal colosso indiano Infosys nella startup danese di intelligenza artificiale Unsilo.

La popolarità della Danimarca nel settore dei data center si deve alla disponibilità di spazio, a una rete elettrica efficiente (anche perché per l'80% interrata), alla bassa latenza resa possibile dal collegamento transatlantico in fibra, ma anche al fatto che il 72% dell’energia proviene da fonti rinnovabili e che il 64% delle case danesi sono riscaldate dall’incenerimento dei rifiuti.

Non pago dei suoi primati, in gennaio il Regno ha lanciato la sua nuova Strategia di Sviluppo Digitale, per continuare a migliorare l’attrazione di investimenti esteri rafforzando ulteriormente l’ecosistema tecnologico nazionale. Il settore pubblico, che assicura al piccolo Paese nordico uno dei sistemi di welfare più avanzati al mondo, ha inoltre adottato un suo piano di Digital Strategy 2016-2020 per continuare a migliorare l’efficienza dell'e-government: si tratta di un programma esteso a tutte le amministrazioni, da quelle centrali a quelle locali, e che pone l’accento sulle partnership con il settore privato e perfino con le Ong.

La vision di una nazione costruita sulla fiducia reciproca ma soprattutto sulla fiducia dei cittadini nello Stato (e viceversa), ha insomma costruito le fondamenta per un sistema Paese in grado di attrarre i colossi della Silicon Valley, mettendo loro a disposizione un ecosistema digitale probabilmente unico nel suo genere. Anche perché li costringe - e questa è la vera notizia - a pagare regolarmente le tasse.

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