Cinema e Media

Così crescono i movimenti neonazisti in Europa: ecco il film di Christian Schwochow

In “Je suis Karl” il regista tedesco, attraverso un thriller avvincente, racconta l’ascesa dei movimenti neonazi. Sarà presentato al festival “Berlinale”

di Cristiana Allievi

Il regista Christian Schwochow (Ansa)

7' di lettura

2015. Berlino apre le braccia ai rifugiati. Un pacco bomba scoppia in un palazzina devastando una famiglia.  Il padre sopravvissuto si chiude in un dolore quasi folle. Sua figlia, Maxi, ritrova lentamente la speranza grazie a Karl, un affascinante studente che la introduce nel movimento giovanile europeo di cui è leader.

È l’incipit di Je Suis Karl, il film che il 4 marzo scuoterà la Berlinale, in programma per gli addetti ai lavori in versione virtuale dall’1 al 5 marzo (per il pubblico in presenza se ne riparlerà a giugno).

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Fra i titoli della sezione Berlinale Special, il film è opera del regista tedesco Christian Schwochow che ha scritto la sceneggiatura insieme a Thomas Wendrich e che attraverso un thriller avvincente ci racconta in realtà l'ascesa dei movimenti dei giovani neonazisti in Europa.

Sullo schermo vediamo volti il cui intento è quello di confezionare una nuova immagine dell’estrema destra, grazie ad idee creative abili e seducenti, a un bell’aspetto e soprattutto a una costante manipolazione della verità. Niente scarponcini in pelle nera, colli taurini e braccia tatuate: i neo nazi sono giovani eleganti dall’eloquio raffinato, che attirano altri giovani smarriti in raduni dai nomi rassicuranti, come Summer Academy, Rigeneration, e al ritmo di slogan accattivanti, “fate il 69, non il 68…”.  Offrono la promessa di diventare casa, là dove nessuno dei governanti è in grado di proteggere dalle minacce del mondo esterno, come dimostrano i recenti attacchi terroristici.

Per esprimere le idee di egemonia culturale e metapolitica messe in bocca al leader del movimento, Karl (interpretato dall’attore tedesco Jannis Niewöhner), il regista si è ispirato a due video che fanno paura. SDU, Salute to the European Youth, girato a Stoccolma nel 2014, mostra un carosello di giovani che recitano il loro slogan contro l’Unione europea con voce militare e occhi sbarrati, come se qualcosa dentro di loro si fosse letteralmente rotto.

Le immagini di Identitäre Bewegung Bayern stellt sich vor aggiungono al quadro anche l’elogio dell’esercizio fisico all’aria aperta, e la natura come meraviglia nazionale da preservare e sottrarre alla globalizzazione, leggi agli extra europei.

Ispirato all’Identitarismo, ideologia di estrema destra che si oppone al multiculturalismo, il film è tragicamente  attuale se si considerano i recenti attacchi al Parlamento tedesco durante la protesta contro le restrizioni anti-Covid,  e a quelli in Usa al Campidoglio. Ma anche all'avvicinamento del giovane movimento fascista con gli intransigenti dell’ecologia, che si radunano sotto l'ombrello di Querdenken 711, o “pensiero laterale, fuori dagli schemi”.

Ne parla il regista e sceneggiatore Christian Schwochow, 42 anni, che ha diretto da poco Münich per Netflix, con Jeremy Irons nei panni di  Neville Chamberlain (ora in fase di post-produzione), e che prima ancora è stata la firma di due episodi della terza serie di  The Crown.

Je Suis Karl racconta una realtà inquietante della società contemporanea, com’è stato calarsi in questa dimensione?

«È stato duro lavorare a questo film per cinque anni, e non solo perché si parla di fascisti, odio e razzismo. Sono un uomo sposato e padre di due bambini, gestire una storia di una madre e due figli che muoiono in un attentato terroristico è stato intenso, e ha rappresentato una specie di leit motiv per mesi».

Da dove viene il suo interesse per i movimenti neo nazisti?

«Sono nato nella Germania dell’Est, sono un figlio della riunificazione. Ho visto molte trasformazioni nel mio paese,  persone che hanno perso la propria ideologia dopo il 1989 e che, nonostante la ricchezza della Germania, hanno sempre percepito di vivere in uno stato di insicurezza. Prima di Je suis Karl avevo girato un film su tre giovani fascisti che fra il 2000 e il 2010 uccisero 11 immigranti turchi (The perpetrators). Scavando nel loro passato avevo scoperto che erano della mia generazione e avevano vissuto nei miei stessi luoghi, e se le loro vite non tanto diverse dalla mia, com’era possibile che agissero in quel modo? È stato a quel punto che io e Thomas Wendrich abbiamo iniziato a indagare in profondità nel fascismo, per farne un film di finzione (gli attacchi xenofobici non adeguatamente indagati dalle autorità tedesche hanno poi dato vita anche a una mini serie T,  Mitten in Deutschalnd: NSU, di cui Schwochow ha girato un episodio)».

A che domande ha cercato di rispondere,  con il suo lavoro?

«Molto prima di frequentare la scuola di cinema ho lavorato come giornalista tv, e già in quel periodo ho iniziato a investigare nel movimento fascista, fondamentalmente perché non ho mai creduto che qualcosa di simile al passato potesse succedere di nuovo in Germania. Due dei tre giovani della NSU si sono tolti la vita, la terza è ancora viva ed è in prigione.  Il processo è iniziato nel 2012 e ha mostrato che la nostra polizia non fece vere indagini ma si limitò a cercare i colpevoli all’interno della comunità turca, fatto che suscitò un grosso scandalo».

Possiamo parlare di razzismo nelle istituzioni.

«Mi sono fatto l’idea che in Germania aveva a che fare con la caduta del Comunismo. Con Thomas abbiamo iniziato le nostre ricerche nel passato, e preparandoci a girare Je Suis Karl,  nel 2015, abbiamo colto un’evoluzione nei movimenti contemporanei. Da gruppi locali hanno iniziato a diventare movimenti globalizzati, con cellule presenti in tutta Europa. E soprattutto hanno capito il mondo moderno: non sono più skinheads dalle teste rasate, ma giovani colti, belli, capaci di parlare e incantare, e che quando credi siano spariti tornano più forti di prima».

Ne ha incontrati molti durante le sue ricerche per il film?

«Era difficile trovare qualcuno disposto a parlare, a causa del mio lavoro precedente io e Thomas siamo abbastanza noti sulla scena dell’estrema destra. Questi gruppi non hanno bisogno di registi che facciano un’opera d’arte, mentre hanno bisogno dei giornalisti. Così abbiamo trovato nuovi amici giornalisti specializzati sul tema, abbiamo partecipato di persona ogni volta che c’erano proteste, abbiamo ascoltato ore e ore di podcast fascisti e guardato molti video su YouTube. Sui social ci sono centinaia di canali, serve solo il tempo per seguirli.  Non  devi nemmeno navigare nella darknet, la maggior parte del materiale è pubblico».

Come vi siete orientati?

«Seguendo i leader delle organizzazioni, per esempio quelli di Fronte nazionale francese, entri in ogni paese europeo. Adesso non devi più contare i membri, per quei due o tre grossi personaggi che lavorano in pubblico ce ne sono centinaia di migliaia dietro le quinte, in incognito, perché è ancora spiacevole essere visti come membri dell’estrema destra, hai degli svantaggi, per fortuna sei bollato come razzista. Ma dietro i Karl che fanno il lavoro, c’è una massa che supporta senza mostrare la propria faccia».

Quali sono i libri manifesto?

«The Turner diaries è una bibbia per i fascisti, per prepararsi al “giorno X”, quello che mostro alla fine del film».

Il giorno X assomiglia a quello che abbiamo visto a Washington D.C. poco tempo fa?

«Quell’assalto è stata la loro versione del sogno, per fortuna non erano abbastanza organizzati per realizzarlo. Quando sei mesi fa abbiamo fatto sapere che avevamo un film in cui succedevano episodi molto simili e quelli visti a Washington, ci hanno risposto che fatti di quel tipo non sarebbero mai accaduti, soprattutto in Europa. Ma la realtà ha dimostrato che in America, dove il potere della polizia è enorme, puoi entrare facilmente alla Casa Bianca armato. E una settimana prima in Germania le persone erano entrate nel parlamento tedesco protestando contro le restrizioni anti Covid». 

Secondo lei quali sono le differenze fra i nuovi neo nazisti e quelli vecchio stile?

«Le idee sono le stesse e ruotano intorno al razzismo. Anche questi giovani lavorano attraverso la paura, e soprattutto agganciano con un linguaggio visuale che emula grandi riferimenti. Se guardi ai loro lavori grafici è molto difficile distinguerli da quelli di Greenpeace o Amnesty International, un quindicenne non riesce a comprendere dove si trova veramente».

Nel film avete usato lo slogan “diversità sicura”…

«Loro dicono “dobbiamo proteggere l’Europa dagli africani, la diversità europea è da proteggere” e rendono impossibile distinguere la destra  dalla sinistra, una combinazione molto variegata e bizzarra raccoglie chi si riunisce sotto l’ombrello del radicalismo, inclusi gli  anti Covid».

La manipolazione della verità è forse il tema più forte del film, e oggi sta alla base di molti conflitti sociali

«Oggi per un giovane è complesso capire dove sta la verità, e qual è, inoltre c’è una crescente rabbia verso chi fa informazione. E posso dire con cognizione di causa che in Germania la stampa è libera, il governo non ha controllo sui media, ma l’odio sta diventando molto forte come la divisione all’interno del paese. Il giornalismo di oggi è in una posizione molto difficile rispetto al populismo, confrontarcisi è quasi impossibile. Credo che in questo momento siano gli artisti quelli che devono vincere la battaglia».

Perché il movimento neo nazi annovera tanti giovani? 

«Perché se hai 20 anni hai fatto un’esperienza diversa della crisi dei rifugiati del 2015. Per settimane abbiamo accolto moltissime persone in difficoltà, questo ha portato un veloce cambiamento nella nostra società, i tedeschi hanno iniziato a sentirsi minacciati. Negli ultimi sei anni la situazione è cambiata radicalmente, nel mio paese pensano di non essere più al sicuro, e allo stesso tempo anche i cittadini con radici turche, o africane, che hanno vissuto tutta la vita in Germania, hanno iniziato a non sentirsi più al sicuro. I gruppi di giovani identitari offrono un rifugio agli altri giovani,  vendono un’idea di stabilità che nessun altro promette loro».  

Cosa li rende così determinati, cosa cercano?

«Sognano un mondo non diverso da quello che sognava Hitler, forse solo un poco più aperto. Sognano un’Europa bianca, con forti muri tutt’intorno».

Lei cosa sogna che accada, con la proiezione del suo film?

«Sogno di vederlo con molte persone, a giugno, quando si svolgerà la Berlinale in presenza. Vorrei che odiassero il film perché gli fa male, e che ne parlino. E soprattutto vorrei che ognuno si chieda che posizioni ha preso, da due anni a questa parte».

Sta già lavorando al prossimo film?

«Con mia madre, sceneggiatrice, abbiamo già lavorato insieme a cinque film. Adesso stiamo preparando una serie tv, Fuck my heritage. Racconteremo un gruppo di bambini che, grazie a una rivoluzione, cercherà di cambiare il mondo».

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