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Così Google prova a entrare nelle nostre case (grazie a Nest)

di Biagio Simonetta


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3' di lettura

Il mondo degli smart speaker corre veloce. Talmente veloce che i cilindri intelligenti di Amazon Echo e Google Home, a guardarli adesso, sembrano quasi vecchi. Eppure sono device arrivati sul mercato da un paio d'anni al massimo. L'altro ieri, diremmo, se non si trattasse di tecnologia.

Cosa è successo allora? È successo che sia Google che Amazon, ad oggi le due realtà più consumer (e forse anche più evolute) in fatto di assistenti virtuali e altoparlanti intelligenti, hanno deciso di affrontare un nuovo step: affiancare i contenuti video a quelli audio. Così i cilindri si sono slargati per fare spazio a un display: gli Amazon Echo Plus sono diventati Echo Show, e i Google Home sono evoluti in Nest Hub. Proprio quest'ultimo passaggio, però, merita un discorso diverso. Perché è la prima prova tangibile di un'operazione commerciale avvenuta qualche anno fa, che solo oggi sta facendo parlare di sé in modo concreto.

Google gioca la carta Nest
Il Google Nest Hub è il primo vero progetto di Google che include Nest. E lo si capisce già dal nome. Nest, azienda californiana diventata famosa per i suoi termostati intelligenti, negli anni ha prodotto device per la smart home che hanno conquistato il pubblico per qualità e design: dal campanello Nest Hello! alle varie videocamere (per interno ed esterno), fino ai sensori per il rilevamento di fumo. C'è un particolare che non tutti sanno, però: dal gennaio 2014, Nest è un'azienda di proprietà di Google. Costo dell'operazione: 3,2 miliardi di dollari.

Cosa abbia fatto Google in questi 5 anni con Nest è abbastanza un mistero. O forse no, è una vera e propria strategia d'attesa, studiata per monetizzare al momento giusto. Non c'è dubbio, infatti, che la domotica a basso costo stia crescendo progressivamente nell'ultimo biennio. E oggi Big G sembra pronta a giocarsi per bene la carta Nest, con un progetto di Smart Home che integra in modo ragionato il suo assistente virtuale.

I vantaggi di Big G
Quello che ha fatto Google in questi anni, insomma, sembra abbastanza chiaro: ha creato massa critica. Mentre il numero di utenti Nest cresceva in tutto il mondo, da Mountain View hanno lavorato in sordina, lasciando i due marchi apparentemente autonomi. Ora è il momento di raccogliere i frutti. E lo si è capito già durante l'ultima conferenza degli sviluppatori, in cui i manager di Google hanno tirato fuori dal cilindro i due Nest Hub: uno con display da 10 pollici e uno da 7 (quest'ultimo è appena arrivato anche in Italia). Grazie a Nest, Google entra con prepotenza nel mondo della smart home. E lo fa dalla porta principale, legando ai prodotti il famoso Google Assistant. Un rapporto esclusivo, che dal punto di vista commerciale può tradursi in un vantaggio competitivo non indifferente. Oggi, infatti, i prodotti Nest non sono compatibili con i dispositivi Amazon Echo. In altre parole: chi ha un termostato o un campanello Nest, non può azionarli da uno smart speaker Amazon, ma solo da un Google Home (oggi Nest Hub). Quale può essere la scelta in fatto di smart speaker per un utente che ha già in casa un prodotto Nest è dunque abbastanza intuibile.

Il ruolo dei dati
L'attenzione sulla smart home, insomma, sembra aver raggiunto livelli importanti. La competizione è serrata, e allo stesso tempo questi dispositivi sono poco costosi. Il Nest Hub lanciato da Google in Italia costa 129 euro. Non un prezzo così alto, se si pensa a tutte le cose che può fare. Ma perché le big company si contendono questo mercato? E perché questi device costano relativamente poco? Le risposte possono essere diverse. Ce ne viene in mente una: un altoparlante intelligente è una fonte formidabile di informazioni per l'azienda che lo produce. Un Nest Hub (come un Amazon Echo) posizionato in salotto può conoscere quando spegniamo le luci per andare a dormire, o a che ora ci svegliamo e gli chiediamo di alzare le tapparelle. Ma anche cosa abbiamo in frigo, che primo piatto ci piace, quante ore al giorno accendiamo il climatizzatore d'estate, o i termosifoni d'inverno, quante volte azioniamo il robot per pulire casa, il nostro cantante preferito, l'appuntamento dal dentista. Le nostre abitudini insomma. Abitudini che diventano dati. E i dati, oggi, sono diventati un po' come i soldi: non puzzano mai.

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