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Così le imprese sociali possono superare le diseguaglianze

di Mario Calderini *


(EPA)

3' di lettura

Abbiamo riposto nella cosiddetta economia della conoscenza grandi aspettative per una nuova stagione di crescita, prosperità ed eguaglianza. Molte evidenze dimostrano, tuttavia, che i nuovi paradigmi industriali intensivi di conoscenza, intangibili e tecnologia hanno invece contribuito ad aumentare le diseguaglianze, creando grandi densità di ricchezza ed opportunità in pochissimi luoghi, perlopiù urbani, ed in selezionate porzioni di società. Molti territori, segmenti sociali e comunità sono stati esclusi da queste dinamiche di sviluppo. La domanda che dobbiamo porci è quali siano le opzioni a disposizione per contrastare questa crescente diseguaglianza sociale e territoriale, senza rinunciare ad un modello di crescita basato su innovazione e conoscenza.

Una delle possibili risposte risiede in una nuova generazione di imprese che sappiano coniugare la capacità di produrre intenzionalmente impatti sociali positivi con la sostenibilità e la redditività economica e finanziaria delle proprie iniziative. Questo modello di impresa orientata all’impatto sociale è il prodotto possibile di due traiettorie evolutive che si contaminano e che convergono.

Da un lato, l’impresa profit che si adatta alle nuove sfide e supera la nozione di responsabilità sociale d’impresa come pratica laterale, marginale e rendicontativa, per sperimentare modelli nei quali l’impatto sociale è parte integrante e inscindibile della strategia d’impresa. Dall’altro, alcune forme di imprenditorialità sociale del terzo settore, ibride nel saper rispondere a bisogni sociali ed insieme nell’essere economicamente sostenibili, che si strutturano managerialmente e diventano intensive di tecnologia e competenze.

È in particolare a quest’ultima traiettoria che dobbiamo guardare con grande attenzione in termini di possibile risposta all'esclusione e alla diseguaglianza. La convinzione che questa nascente generazione di imprese incarni credibilmente un paradigma di creazione del valore più inclusivo, capace di distribuire il valore della conoscenza e dell’innovazione in modo più diffuso ed equo tra i territori e nella società, si fonda su varie considerazioni.

Primo, esiste un mercato.
Il mercato interno dei bisogni sociali, decine di miliardi all’anno di spesa privata delle famiglie italiane per il welfare, con un profilo di spesa che va sempre più qualificandosi e personalizzandosi, richiamando modelli di intervento innovativi. A questi bisogni si risponde solo con modelli di impresa capaci di coniugare mercato e impatto sociale.

Secondo, esistono opportunità tecnologiche, low e medium-tech, destinate a innovare radicalmente le forme di risposta ai problemi sociali e a consentire la scalabilità dei modelli imprenditoriali connessi, ampliando considerevolmente il numero dei possibili beneficiari e realizzando diverse forme di efficienza. Questo significa che modelli di imprenditorialità sociale che si reggevano su margini esigui, se scalati su alti volumi, acquisiranno profili di sostenibilità economica più robusti.

Terzo, l'esplosione dell'offerta di capitali e strumenti finanziari per l'impatto sociale, finalizzati a sostenere modelli di impresa che perseguono insieme obiettivi di impatto sociale e di rendimento finanziario.

L’insieme organizzato di un mercato, di un modello di impresa sostenibile e di capitali specializzati pronti a sostenerlo costituisce, di per sé, un’ipotesi credibile di paradigma industriale. Ma, soprattutto, contano i numeri, la base installata già esistente delle diverse forme di imprenditorialità sociale, a cominciare dal modello cooperativo. All’interno del terzo settore contiamo oggi più di diecimila forme organizzative orientate all’imprenditorialità e oltre duecentomila forme associative non strettamente imprenditoriali, che portano in sé un asset fondamentale, la capacità di rispondere ai bisogni.

Se volessimo fare una scommessa prudente, che ogni anno una piccola parte di queste, diciamo una su cento, completasse il percorso evolutivo già intrapreso verso un modello più ibrido, manageriale e intensivo di tecnologia, ci ritroveremmo con una consistente coorte di imprese immediatamente disponibili ad interpretare concretamente una nuova visione di economia e di sviluppo tecnologico. Inoltre, l’elemento più importante è che questi numeri si trovano uniformemente distribuiti proprio in quei territori nei quali i modelli di impresa tradizionali cominciano a scarseggiare o faticano a produrre e distribuire valore alla società.

Ecco perché io credo che, nella lotta alle diseguaglianze, un’opzione interessante sia guardare alle grandi reti dell’imprenditorialità sociale, innervate e diffuse proprio in quelle porzioni di mondo che sono rimaste indietro, come a un grande incubatore e acceleratore d’impresa distribuito, da cui far nascere una nuova morfologia industriale, capace di restituire coesione al Paese.

* Ordinario di strategia e social innovation alla School of Management del Politecnico Milano

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