Agricoltura

Così l’azienda agricola fa business con agriturismi, agriasili ed energia: attività connesse da 12 miliardi

Nelle aziende agricole sono decollate le diversificazioni come la vendita diretta dei prodotti o la cura di parchi e giardini che hanno raddoppiato in pochi anni il proprio giro d’affari

di Giorgio dell'Orefice

(cobra1983 - stock.adobe.com)

3' di lettura

Una vera rivoluzione per l'agricoltura. Sono le cosiddette “attività connesse” al lavoro dei campi che regolamentate per la prima volta con la legge di orientamento e modernizzazione del settore agricolo (numero 228 del 2001) hanno in venti anni raddoppiato il proprio giro d'affari.

Si tratta in primo luogo dell'agriturismo, della vendita diretta dei prodotti aziendali, ma anche la prima trasformazione dei prodotti agricoli e dell'allevamento, della produzione di energia da fonti rinnovabili agricole (biomassa, biogas e fotovoltaico), fino alla lavorazione dei campi per conto terzi e alla sistemazione di parchi e giardini. Un complesso di attività che proprio in quanto “connesse” sono fiscalmente equiparate al reddito agricolo e in parte assoggettate ad una specifica tassazione: in media secondo le stime più accreditate, la tassazione media Irpef dell'impresa agricola non dovrebbe superare il 10%.

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Un aspetto, quest'ultimo, che spiega in maniera molto più incisiva rispetto a tante ricostruzioni romantiche il recente fenomeno del ritorno dei giovani all'agricoltura. Molti di loro infatti sono impiegati proprio nelle attività connesse, nelle quali hanno visto una chance di profondo rinnovamento e diversificazione di attività agricole spesso di famiglia.

Una grande opportunità quindi che gli agricoltori italiani hanno dimostrato di saper cogliere come emerso dal seminario organizzato nei giorni scorsi a Roma dal Crea (Consiglio per le ricerche in agricoltura e l'analisi dell'economia agricola) in occasione del ventennale dalla legge di orientamento in agricoltura. Il fatturato delle attività connesse dalla loro piena attivazione che è stata nel 2005 è passato da circa 6 miliardi di euro ad oltre 12,5.

«Un dato che riteniamo tra l'altro sottostimato – ha spiegato il direttore generale del Crea, Stefano Vaccari -. Basti pensare che l'Istat attribuisce alle vendite dirette in azienda un giro d'affari di 350 milioni di euro mentre i dati informali riferiti alla vendita diretta dei mercati delle organizzazioni agricole superano abbondantemente il miliardo».

Secondo i dati forniti dal Crea il contoterzismo (ovvero la lavorazione dei campi con proprie macchine agricole effettuate su terreni di altri imprenditori) vale circa 3,2 miliardi e risulta la principale attività connessa. Al secondo posto la prima lavorazione dei prodotti agricoli (2,3 miliardi), la produzione di agroenergie (2,2), l'agriturismo (che comprese le fattorie didattiche registra un giro d'affari di 1,5 miliardi).

Ma soprattutto dal seminario del Crea è emerso che l'ambito delle attività connesse all'agricoltura con pochi aggiustamenti e senza rivoluzioni potrebbe compiere un ulteriore salto di qualità.

«Innanzitutto – ha aggiunto Vaccari - dalle nostre riflessioni è emerso che la definizione italiana di imprenditore agricolo tracciata nel 2001 è estremamente flessibile e questo la rende ancora attuale mentre in Francia dal 1999 a oggi hanno effettuato ben 7 revisioni della medesima definizione. Dalla discussione degli esperti e delle organizzazioni professionali è emerso per il futuro il passaggio dall'imprenditore agricolo ‘custode di un territorio' come è stato finora a quello di ‘custode del ciclo della vita' rafforzando il sostegno alle attività legate alla cura e sviluppo di un ciclo biologico. Altri aspetti sui quali intervenire sono poi la definizione di impresa agricola familiare che oggi non consente l'impiego di figli e cugini con competenze manageriali ma ne prevede il solo lavoro dipendente. E infine è emersa la necessità di intervenire sul tema dell'indebitamento che nel caso delle ditte individuali (formula prevalente tra le aziende agricole) prevede che l'imprenditore risponda con il proprio patrimonio personale. Occorre individuare una soluzione che consenta alle imprese di settori più esposti come ortofrutta e zootecnia a gestire la propria situazione debitoria con maggiore flessibilità».

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