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Così l’Europa si trasforma in una lotteria

di Paolo Bricco

(FOTOGRAMMA)

3' di lettura

L’Unione europea del sorteggio. Milano non ha l’Ema. Ma il sistema si copre di ridicolo. Finisce come se fosse una puntata di “Giochi senza frontiere”, la trasmissione andata in onda dal 1965 per fare conoscere usi e costumi dei Paesi membri della allora Comunità economica europea.

Una procedura discutibile, adoperata anche per l’Eba, l’autorità bancaria, strappata come a una riffa da Parigi a Dublino. E, in più, uno schiaffo alla ragione industriale. La scelta dell’Unione europea di assegnare così ad Amsterdam la nuova sede dell’Agenzia del farmaco rappresenta entrambe le cose. E mostra, ancora una volta, le condizioni di appannamento sostanziale – e quasi di cupio dissolvi - in cui versano le élite dei governi europei. Il sorteggio, appunto. Ma, anche, una serie di silenzi istituzionali e di dichiarazioni personali da parte della Germania che hanno evidenziato, in questa partita, la sua leadership informale sul blocco del Nord, come l’Olanda, e sull’Europa dell’Est, sfaldatasi come soggetto politico e ridotta all’astensione della Slovacchia, essenziale per il pareggio fra Milano e Amsterdam al terzo turno, anticamera dell’Ue che sceglie come se giocasse al lotto.

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E, poi, c’è la ragione industriale. L’Europa o è manifattura o non è. L’Europa o è economia della conoscenza o non è. L’Ema significa farmaceutica, biotecnologie, scienze della vita: l’incrocio fra l’industria tradizionale e la ricerca, le fabbriche e i laboratori, i mercati dei consumatori finali e il sapere più astratto.

L’assegnazione della nuova sede dell’Ema rappresentava un test sulla tenuta e sullo sviluppo della fisiologia economica più profonda dell’Unione e sulla forza e sulla razionalità politica di sostenerla. Questo test non è andato bene.

La non scelta di Milano costituisce una contraddizione rispetto agli obiettivi neo-industriali che l’Europa – nella forma dei Paesi fondatori dell’Unione guidati e plasmati dalla Germania – ha prefissato, ha dichiarato, ha sostenuto in questi anni. A partire dal 20% del valore aggiunto industriale sul Pil dell’Unione europea, da raggiungere entro il 2020. Parole, appunto. Perché, al dunque, in un episodio così simbolico da risultare quasi predittivo sul futuro dell’Unione europea, tutto è diventato flatus vocis. Non è – non era - una questione di nazionalismo. È – era - una questione, allo stesso tempo, di interesse nazionale e di interesse europeo. Che, in questo caso, coincidevano. La farmaceutica italiana, che ha nella Lombardia la sua architrave, ha 130mila addetti, 30 miliardi di euro di produzione (21 di export) e 2,7 miliardi di investimenti all’anno. La dinamica dell’export assegna ad essa il primato continentale per crescita cumulata fra il 2010 e il 2016: +52 per cento. È prossima a quella tedesca per grandezza complessiva. La profondità della sedimentazione culturale nelle scienze della vita è evidente: la metà dei farmaci sperimentali per terapie avanzate al vaglio dell’Ema è stata concepita qui, a Milano, in Italia.

Scegliere Milano significava compiere la decisione più coerente con il disegno di una Europa che, se non vuole soccombere sulle cartine della geo-economia e della geo-politica internazionale, deve – doveva, dovrà, dovrebbe, avrebbe dovuto – privilegiare la sua identità collocata sul confine fra tecnomanifattura e frontiera tecnologica. Assecondando le specializzazioni economiche. Non scegliere Milano ha invece assunto un altro, preciso significato: trasformare prima le specializzazioni economiche in merce di scambio nel Suk del dare e dell’avere fra gli Stati membri dell’Unione europea e poi coprirle di ridicolo con una procedura finale incomprensibile, per la quale è facile immaginare i sorrisi di Washington, Mosca e Pechino. In questo modo, le grandi scelte di politica economica e di politica industriale diventano degli involucri vuoti e afflosciati.

Nel mondo della post-globalizzazione, l’Unione europea è un nano – politico e istituzionale - sulle spalle di altrettanti nani, ossia i Paesi che la compongono. E lo è tanto più se la Germania non riesce a superare la dicotomia fra Paesi del Nord e Paesi del Sud, sperimenta una crisi politica interna lancinante e perde perfino la corsa di Francoforte all’Eba. L’Ue non ha una politica estera comune, non ha un esercito comune, non ha una politica fiscale comune, non ha un bilancio comune. Ha soltanto una politica monetaria comune. Per anni ha auspicato di avere una specializzazione produttiva: l’industria. La scelta di ieri, con la politica e con la politica economica ridotte a Bazaar e a sala scommesse in cui cade il principio di razionalità, getta ombre sinistre su questa idea di Europa.

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