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Così l’Europa veglia sui diritti fondamentali

L’Agenzia ha il compito di monitorare il livello di protezione dei diritti in Europa, in un contesto in cui l’amplificazione del processo di digitalizzazione durante la stagione pandemica impone una attenzione particolare

di Oreste Pollicino

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L’Agenzia ha il compito di monitorare il livello di protezione dei diritti in Europa, in un contesto in cui l’amplificazione del processo di digitalizzazione durante la stagione pandemica impone una attenzione particolare


3' di lettura

Oggi inizia il mio mandato quinquennale quale membro titolare del Management Board dell’Agenzia dell’Unione europea per diritti fondamentali di Vienna.
L’Agenzia ha il compito di vegliare, insieme alle altre istituzioni competenti dell’Unione europea, sul livello di protezione dei diritti in Europa, in un contesto in cui l’amplificazione del processo di digitalizzazione durante la stagione pandemica impone una attenzione particolare, su cui cercherò, per quanto possibile, di orientare l’attività dell’Agenzia, per la tutela dei diritti nel sempre più complesso ed invasivo ecosistema digitale.

Vi è però, ancor più prioritariamente, un punto su cui battersi: la presenza di uno scheletro nell’armadio italico da rimuovere il prima possibile, e che, tra l’altro, non è poi così nascosto, visto che a Vienna, come in tutte le altre sedi internazionali competenti, se ne chiede conto da molti anni. Si tratta dell’assenza e, di fatto si tratta dell'unico Stato dell’Unione europea a vantare questo triste primato, di una Commissione nazionale indipendente per la protezione e promozione dei diritti umani, nonostante una Risoluzione dell’Assemblea generale dell’Onu, sottoscritta dall’Italia nel 1993, ne imponga l’istituzione.

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Non si tratta solo di una questione formale di inadempimento agli obblighi di diritto internazionale gravanti sullo Stato italiano, di per sé già assai significativa, ma anche di un tema sostanziale in cui il quadro di protezione che il nostro ordinamento attribuisce a chi voglia denunciare una violazione dei diritti umani è meno articolato e meno efficace di quello presente nella stragrande maggioranza dei Paesi dell'Unione. Oggi, in Italia, a differenza che altrove in Europa, per fare valere una violazione di un diritto umano tutelato a livello internazionale, vi è bisogno, non potendo rivolgersi alla Commissione nazionale, di attendere tre gradi di giudizio e, ammesso che si sia ancora in vita, visti i tempi della giustizia in Italia, adire la Corte europea dei diritti dell'uomoIn questo quadro si inserisce il vuoto normativo cui si faceva riferimento che la proposta di legge n. 855 presentata il 3 luglio 2018 alla Camera dei deputati cerca di colmare. Come ribadito da tale proposta, la Conferenza mondiale sui diritti umani di Vienna già nel 1993 ha riaffermato il ruolo cruciale e costruttivo svolto dalle istituzioni nazionali per la promozione e la tutela dei diritti umani, in particolare attraverso la loro capacità di fornire consulenza alle autorità competenti, nonché il loro ruolo nella riparazione delle violazioni dei diritti umani e nella diffusione dell'informazione circa la tutela apprestata agli stessi diritti.

La Conferenza ha incoraggiato la costituzione e il rafforzamento di tali istituzioni nazionali. Tutto ciò è fatto proprio dalla risoluzione Onu n. 48/143 del 1993 prima richiamata. La creazione di una Commissione indipendente per i diritti umani con compiti anche ispettivi è quindi un impegno internazionale che l’Italia ha assunto ed al quale non ha ancora adempiuto. Qualcosa sembra essere cambiato o quanto meno poter cambiare negli ultimi anni. Proposte di legge, come quella richiamata, sono presentate con più frequenza ed il clima politico istituzionale sembra essere più sensibile all'esigenza di liberarsi definitamente dello scheletro prima richiamato e del suo fardello reputazionale nei confronti delle istituzionali internazionali competenti. Il momento è propizio e bisogna agire senza esitazioni, cercando di cogliere l’opportunità per l’istituzione di un meccanismo di garanzia dei diritti umani che sia in linea con quanto richiesto dalle Nazioni Unite e messo in atto da tutti gli altri Paesi europei.

Ciò che deve essere compreso è che la Commissione non andrà a sovrapporsi agli ambiti di applicazione delle tutele dei diritti già previste dalle Autorità esistenti, dalla autorità indipendenti di protezione esistenti. Dal garante per la protezione dati a quello per i diritti delle persone detenute, solo per fare qualche esempio. Al contrario: ne rafforzerà le singole istanze di protezione creando una cornice unitaria. Non solo, l’istituzione di un Commissione ad hoc farà emergere, accanto alla dimensione reattiva, quella promozionale, al momento quasi assente, di protezione dei diritti umani. Ciò grazie alla possibilità per la Commissione di formulare pareri, raccomandazioni e proposte, anche con riferimento a provvedimenti di natura legislativa o regolamentare, al Governo e alle Camere su tutte le questioni concernenti il rispetto dei diritti umani, sollecitando ove necessario la firma o la ratifica delle convenzioni e degli accordi internazionali. Si tratta quindi di un obiettivo impellente, la cui realizzazione non potrà che impattare positivamente su due livelli: l’effettività del livello di tutela dei diritti umani e la credibilità internazionale per il nostro Paese.

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