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Così l’incognita Pir frena la voglia di rivincita delle Pmi di Piazza Affari

di Maximilian Cellino

L’alto rendimento premia i PIR e la sostenibilità


3' di lettura

In ripresa, ma non troppo. Le società di media e piccola taglia quotate a Piazza Affari sembrano essersi messe alle spalle un 2018 complicato, ma il loro passo in questo primo scorcio del nuovo anno non può certo definirsi esaltante. Lo dicono le performance messe a segno finora, inferiori per esempio a quelle dei titoli a grande capitalizzazione di Piazza Affari, ma anche i volumi scambiati, che si mantengono su un livello inferiore alle medie registrate negli ultimi mesi. Una situazione, questa, conseguenza delle incertezze che circondano il nostro Paese a livello sia economico, sia politico, ma anche dell’impasse che si è creato attorno ai Pir, i Piani individuali di risparmio che nel 2017 avevano giocato un ruolo essenziale nella ripresa delle Pmi di Borsa.

Il «ritardo» delle Pmi
I dati di Borsa sono in sé piuttosto eloquenti. Nei primi due mesi e mezzo del 2019 l’indice Ftse Italy Mid-Cap ha infatti recuperato il 12,7% e le Small-Cap sono risalite del 13,3%. Entrambi gli indici sono però rimasti leggermente indietro quel Ftse Mib (13,8%) che registra l’andamento delle blue chip italiane. Si tratta pur sempre di scostamenti abbastanza ridotti, da valutare nel contesto di un recupero generalizzato che ha superato ogni aspettativa. Ma altrettanto significativo è il fatto che ci si sia mossi in senso opposto a quanto avvenuto nel resto d’Europa, dove le «piccole» sono sì risalite un po’ meno (+10,2%), ma sono tornate a sopravanzare l’indice generale (+9,2%).

NON PROPRIO A BUON MERCATO

Rapporto fra il P/e dei prossimi 12 mesi registrato dalle small-mid cap italiane e quello delle large cap. (Fonte: Intermonte Sim, Factset)

NON PROPRIO A BUON MERCATO

La divergenza è legata a peggioramento del quadro economico, ma soltanto fino a un certo punto. Quando infatti si prendono in considerazione gli utili attesi per il 2019, gli analisti di Intermonte Sim hanno da inizio anno tagliato le stime sul mercato in misura più rilevante per le «big» (-3,1%a inizio anno) rispetto alle «small» (-1,9%) e alle «mid» (-2,5%). L’effetto combinato di questi ultimi due fenomeni è che a livello di valutazioni (P/e, price earning ovvero il rapporto fra prezzi di Borsa e utili attesi) le Pmi italiane, pur essendo meno «care» delle europee (-8%), vengono scambiate rispetto alle grandi società del nostro Paese con un premio del 40% superiore alla media storica (27%).

I multipli delle Pmi italiane non sono così a buon mercato, è opportuno mantenere un approccio selettivo sui titoli

«Pur non essendo un segnale di per sé negativo perché giustificato da una diversa composizione settoriale dei due gruppi di analisi, il dato sulle valutazioni suggerisce comunque che in media i multipli non sono così a buon mercato e che quindi è opportuno mantenere un approccio selettivo sui singoli titoli», avverte di Andrea Randone, Head of Mid&Small Caps Research di Intermonte Sim e curatore del rapporto mensile sulle Pmi quotate italiane presentato in occasione della Star Conference che si è aperta oggi a Milano.

Il nodo liquidità
Anche sulla liquidità - tema chiave quando si parla di azioni sulle quali gli scambi non sono mai stati particolarmente importanti - il quadro delineato da inizio anni appare in chiaroscuro. Nell’ultimo mese la ripresa sulle mid-cap è infatti stata significativa (+5,6% rispetto alla media dei 12 mesi precedenti) e si è invertita la tendenza negativa osservata in precedenza, mentre per le capitalizzazioni più ridotte (small cap) la situazione resta piuttosto complicata (-19,6%). Pur riconoscendo che il confronto con i primi mesi del 2018 in cui l’attività era stata sostenuta è difficile e che il progresso dell’ultimo mese è incoraggiante, Randone conserva «la sensazione che gli investitori esteri siano ancora molto sottopeso relativamente al nostro listino, anche a causa dell’incertezza politica».

Pir, da acceleratore a potenziale freno a mano
Ma anche il dilemma dei Pir, con la controversa introduzione di nuove normative per favorire l’investimento in attività illiquide, esercita il suo peso. «Non ci sono ancora numeri ufficiali sul primo trimestre - ammette Randone - ma ci aspettiamo che l’incertezza abbia molto frenato la raccolta, impedendo di fatto la sottoscrizione da parte di nuovi investitori». Intermonte si augura che «la pubblicazione dei decreti attuativi porti chiarezza», intanto però abbassa da 3 a 2,5 miliardi di euro le stime sulla raccolta netta dei Piani per il 2019: un rallentamento in grado di condizionare anche la ripresa delle Pmi a Piazza Affari.

Riproduzione riservata ©
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    Maximilian CellinoRedattore

    Luogo: Milano

    Lingue parlate: italiano, inglese, tedesco

    Argomenti: Mercati finanziari, politiche monetarie, risparmio gestito, investimenti, fonti alternative di finanziamento, regolamento del sistema finanziario

    Premi: Premio State Street 2017 per il giornalista dell'anno - Categoria Innovazione

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