i primi risultati del voto

Così l’Italia chiude col passato: addio regioni rosse e re delle preferenze al Sud

di Angela Manganaro


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5' di lettura

Forse il titolo più significativo delle elezioni del 5 marzo 2018 è quello di Enrico Mentana che alle 6 del mattino legge la nuova mappa d’Italia alla luce dei primi risultati: «Tutto il Sud tranne Agropoli», il movimento Cinque Stelle domina il mezzogiorno come non si vedeva dai tempi della Dc. Il Nord va a destra ma la coalizione di Salvini e Berlusconi non si impone nel resto del Paese. Oltre il trionfo di Luigi Di Maio e Beppe Grillo, la sconfitta del Pd, le mancata rimonta di Berlusconi, si profilano alcuni risultati certo provvisori che non influiscono sulle immediate sorti del nuovo parlamento e quindi sulla nascita di un governo ma che dicono molto di una Italia che conferma tendenze in atto da anni. Con questo voto sembra fare un passo in più, chiude col suo passato, lascia al Novecento, si oserebbe dire, alcuni aggettivi e modelli culturali. Per farsi un’idea non basta guardare le singole tendenze e la geografia che pure è cruciale per capire questo voto, bisogna sforzarsi e mettere tutte queste cose insieme.

La Lega attecchisce al Sud
«La Lega c’è ed è pronta a trainare il centrodestra anche in Puglia». Basterebbe la mattutina dichiarazione di Rossano Sasso, segretario regionale della Lega-Salvini premier in Puglia, a far riflettere chi ancora collega la Lega a Bossi e Pontida e la ricorda come l’alleato di Forza Italia confinato al Nord. In Puglia vince il M5S, seconda Forza Italia, terzo Pd ma la Lega chiude con un ottimo 6%. In Calabria, rispetto al 2013, il partito di Salvini passa da un po’ più di zero a un risultato che per ora è tra il 5 e il 6%, simile percentuale anche in Sicilia. La Lega è anche primo partito al Nord, ciò significa che un altro desaparecido del 5 marzo è il voto moderato e conservatore di quel settentrione che per anni ha sostenuto Forza Italia e Silvio Berlusconi.

Milano isola controcorrente
Nella débâcle il Pd si consola a Milano, è il primo partito nella capitale del Nord e si differenzia dal resto della Lombardia in mano al centrodestra. Milano non è da tempo certezza di Berlusconi, non è mai stata tentata dal Movimento Cinquestelle né conquistata da Matteo Salvini che pure la rivendica come sua culla, città, ripete sempre volentieri, dove ha fatto il liceo classico. Milano non è forse neanche più l’ultimo fortino di Matteo Renzi perché se due suoi parlamentari sono in vantaggio, Lia Quartapelle e Mattia Mor, è Bruno Tabacci a vincere la sfida della Camera in centro (+Europa della Bonino supera solo qui l’8% mentre a livello nazionale raggiunge a stento il 3).

Addio regioni rosse/1 In Toscana Lega al 17%
Nel 2018 il rosso si porta solo sulle passerelle. Le regioni indentificate con questo colore sono ormai uno strascico del passato ed è quantomeno pigro definirle così. In Toscana il Pd è sì primo partito al 30% ma il centrodestra cresce soprattutto grazie alla Lega che raggiunge il 17% (contro lo 0,77% nel 2013) sia alla Camera e al Senato, il M5S è il secondo partito al 24%. Conferma che si dovrebbe smettere di ricorrere al vecchio colore del Pci per descrivere il centro Italia è il risultato di Liberi e uguali: il partito di Bersani e D’Alema non va oltre il 4% alla Camera. Un esempio per tutti il risultato di Pisa, qui dove un tempo la sinistra raggiungeva percentuali buIgare il centrodestra conquista ora entrambi i seggi parlamentari dell'uninominale, fra gli sconfitti c’è il ministro dell'Istruzione Valeria Fedeli, battuta per pochissimo dalla candidata leghista Rosellina Sbrana, veterinaria e consigliera comunale a Cascina.

Addio regioni rosse/2 Umbria al centrodestra
Altra regione non più rossa è l’Umbria, a scrutinio non ultimato, il centrodestra vince qui in tutti i collegi uninominali. Il Pd non ce la fa neanche a fare eleggere l'ex ministro del Lavoro Cesare Damiano e il sottosegretario Gianpiero Bocci. Addirittura nel collegio di Perugia al Senato, Franco Zaffini (Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni) supera il parlamentare uscente del Pd Giampiero Giulietti. Niente più rosso neanche a Ferrara, città natale del ministro della cultura Dario Franceschini che perde contro la candidata del centrodestra Maura Tomasi.

Addio regioni rosse/3 Emilia Romagna, Pd non più primo partito
Il Pd soffre anche in Emilia Romagna, perde circa 11 punti percentuali rispetto alle politiche del 2013, e si ferma così al 26%. Un risultato pesante se si considera che a livello nazionale la flessione è stata di circa la metà. Per la prima volta da quando esiste, il Pd non è il primo partito in Emilia-Romagna: quando mancano ancora alcuni seggi da scrutinare, si profila un sorpasso, sia pure per pochi voti, del Movimento 5 Stelle.

Addio ai re delle preferenze al Sud
Sicilia illuminante risultato di un Sud in cui i re delle preferenze non hanno più quel potere personale indipendente dai partiti a cui si accompagnano: il M5S va verso una vittoria di 28 a zero nell’uninominale (19 alla Camera, 9 al Senato). Un trionfo così riporta a quello del centrodestra, politiche 2001, quando la coalizione guidata da Berlusconi ottenne l’indimenticato 61 a 0. Certo ha pesato il meccanismo della legge elettorale detta Rosatellum, ma in Sicilia il centrodestra vincente alle regionali del 5 novembre scorso scopre che la formidabile macchina da guerra dei consensi si è ingrippata.

Si aspettano certo i risultati delle liste, ma rispetto al 2001 il 2018 segna il declino dei re delle preferenze, politici che nella prima e seconda repubblica passavano disinvolti da un partito all’altro, da una coalizione all’altra a seconda del vento. Al loro posto il collettivo Cinquestelle; inevitabile conseguenza è che dal Sud non emergerà alcun leader locale se non il designato a priori, il trentenne Luigi Di Maio.

Come spesso accade la Sicilia è la più nitida e radicale mappa del presente: chiude con la più bassa affluenza tra le regioni italiane (62,7%, dieci punti in meno della media nazionale), qui il movimento di Grillo si avvicina alla maggioranza assoluta, 48% dei voti, la sinistra in tutte le sue declinazioni patisce più che altrove, Forza Italia tocca il 20-21% ma la Lega può gioire per un 5-6%, quasi il doppio di Leu che a fatica supera il 3.

Cinquestelle, e ora?
Ovvio che protagonista assoluto del 5 marzo è il movimento Cinquestelle ma anche la forza antisistema è cambiata rispetto allo scioccante debutto alle politiche 2013. In queste prime ore non è tanto interessante sottolineare un successo annunciato quanto le ipotesi di alleanze. Alcuni pensano che possa formare un’alleanza con Pd e Leu, altri con la Lega. Una grande forza elettorale che si immagina plasmabile.

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