criminalità organizzata

Così la mafia ha messo le mani su ciò che mangiamo

di Hannah Roberts


Agroalimentare, Caselli: senza regole è terreno ideale per mafie

17' di lettura

Giuseppe Antoci aveva ricevuto minacce più di una volta. «Finirai con la gola tagliata» avevano scritto su un biglietto, mettendo insieme singole lettere tagliate a caso da giornali e riviste.
Nel maggio 2016 si sono fatti vivi. Antoci, all’epoca presidente del Parco Nazionale dei Nebrodi, area protetta nel nord est della Sicilia, stava tornando a casa accompagnato dalla sua scorta di agenti. Quando la sua Lancia Thesis blindata ha imboccato una curva nella foresta di Miraglia, si è trovata davanti un tratto della carreggiata di montagna disseminato di pietre e massi. E l’autista ha dovuto fermarsi.

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Per prima cosa, due sicari hanno mirato agli pneumatici per immobilizzare l’automobile. Poi c’è stata la sparatoria. Alla fine, gli aspiranti assassini sono scappati, ma Antoci ricorda bene il terrore di quella sera: «Gli agenti cercarono di farmi salire su un’altra auto ma, spaventato com’ero, non li ho riconosciuti. Ho pensato che volessero rapirmi. Ho pensato alla mia famiglia e ho pregato che fossero al sicuro».
Antoci crede che il tentato omicidio sia stato ordinato dalla mafia siciliana per ritorsione contro le nuove regolamentazioni, da lui volute, che avrebbero bloccato i sussidi all’agricoltura dall’Ue per milioni di euro. Si è trattato dell’attentato contro lo stato a più alta risonanza dagli anni Novanta, quando furono assassinati molti procuratori italiani famosi.

Distrarre i fondi dei sussidi all’agricoltura non avrà il medesimo “fascino” dubbio del racket di droga che di solito si associa all’immagine della mafia, ma di certo è diventata una redditizia fonte di reddito per i gruppi italiani della criminalità organizzata. La loro incursione nel settore agroalimentare non si ferma qui: negli ultimi anni si sono infiltrati nell’intera catena alimentare. Così afferma l’Osservatorio sulla criminalità nell’agricoltura e sul sistema agroalimentare, un think tank con sede a Roma.
Approfittando della decennale crisi economica in Italia, la mafia ha comprato terreni a prezzo stracciato, bestiame, mercati e ristoranti, e li ha usati anche per riciclare il denaro sporco in uno dei settori di spicco e maggiormente trainanti del paese. Il cosiddetto business delle agromafie, afferma l’Osservatorio, ha un giro d’affari quasi doppio rispetto ai 12,5 miliardi di euro del 2011, essendo arrivato a superare i 22 miliardi di euro nel 2018 (e crescendo a una media del 10 per cento l’anno).

Oggi questo business costituisce il 15 per cento circa del presunto giro d’affari della mafia. Stefano Masini, professore di giurisprudenza presso l’Osservatorio, dice: «La solida tenuta di questo settore in tempo di crisi ha attratto l’interesse della mafia. Si tratta di un business redditizio e meno pericoloso del mercato degli stupefacenti. Ormai la mafia è onnipresente, dai campi alla tavola apparecchiata».
La mafia ha messo radici profonde in tutto il settore agroalimentare, dal terroir del Chianti agli antichi oliveti pugliesi, dalla produzione al packaging, dai trasporti alla distribuzione. I dati delle forze dell’ordine indicano che tutti i più importanti gruppi della criminalità italiana – dalla camorra napoletana a Cosa nostra siciliana, alla ’ndrangheta calabrese – investono sistematicamente nell’agricoltura.

Il professore Umberto Santino, storico della mafia di Palermo, afferma che gli interessi della mafia nel settore agroalimentare ormai includono il “traffico di esseri umani, il riciclaggio di denaro sporco, l’estorsione, lo strozzinaggio, la riproduzione e l’allevamento illegali, oltre a operazioni clandestine quali la macellazione, la panificazione, l’interramento di rifiuti tossici nei terreni agricoli. Si tratta di un ciclo integrato, di un pacchetto completo di interazioni sistematiche”.

In un settore così globalizzato, la mafia allunga le sue grinfie ben al di là dei confini italiani, incidendo sul tragitto che gli alimenti effettuano per arrivare fino alle tavole di tutto il mondo. Spesso i sistemi a cui ricorre la mafia sono ancora quelli della vecchia scuola: mazzette, intimidazione, contraffazione ed estorsione. I cartelli, però, adesso hanno sviluppato anche un’esperienza da colletti bianchi, riuscendo a infiltrare i loro affiliati nei consigli e nei comitati locali che assegnano appalti e allocano sussidi.
In base allo schema scoperto da Antoci, i mafiosi e i loro affiliati prendevano in affitto dallo stato centinaia di migliaia di ettari di terreno pubblico nel Parco dei Nebrodi, ricorrendo all’intimidazione per sbaragliare le offerte della concorrenza. Quando ha assunto le sue funzioni nel 2013, Antoci ha scoperto che l’80 per cento delle concessioni del parco erano sotto il controllo diretto della mafia, compresa una a Gaetano Riina, fratello di Salvatore, detto “Totò” e noto anche come “La belva”, boss della mafia siciliana morto l’anno scorso in carcere mentre scontava la sua condanna a vita.

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Antoci ha appurato che raramente i terreni erano coltivati: un clan mafioso poteva chiedere un milione di euro l’anno di sussidi all’Ue per mille ettari di terreno e versare in cambio un affitto di soli 37mila euro. “Con margini di profitto che arrivavano al duemila per cento e in assenza totale di rischi, perché vendere sostanze stupefacenti o fare rapine quando basta limitarsi ad aspettare un assegno per posta?” ci ha detto Antoci a telefono da casa sua a Santo Stefano di Camastra, sulla costa, dove vive con una scorta armata.
Questo cinquantenne non ha niente del tipico eroe che combatte contro la criminalità: è basso di statura, porta occhiali senza montatura e prima di entrare in politica nel 2013 è stato direttore regionale di una banca. Proprio Antoci però è riuscito non soltanto a individuare lo schema col quale opera la mafia, ma anche una soluzione per porvi rimedio: nuove leggi che obbligherebbero anche gli affittuari più piccoli a superare vari controlli di polizia, anche retroattivi, per procedere infine a numerose confische dei terreni. “Quando le togli i soldi dalle tasche, la mafia passa alle rappresaglie” dice.

Chi ha attentato alla vita di Antoci non è stato assicurato alla giustizia e a settembre il caso di tentato omicidio è stato archiviato. In quanto a lui, è stato rimosso dalla presidenza del parco con una riforma politica condotta all’inizio di quest’anno dal nuovo governatore della Sicilia. All’epoca Antoci ha commentato la notizia dicendo che “in carcere molti avranno brindato”. Nel 2016 ha ricevuto l’onorificenza di Cavaliere d’Italia per “la sua coraggiosa determinazione nel difendere la legge e contrastare il fenomeno mafioso”.
Malgrado ciò, dice di aver sottovalutato l’effetto che il lavoro avrebbe avuto su di lui e sulla sua famiglia. “Dopo quella sera, non sono stato più lo stesso”. Ora che una scorta armata di soldati con il mitra a tracolla pattuglia l’ingresso della sua abitazione, le sue tre figlie non vogliono più invitare amici a casa. “Questa non è più vita per loro. Io ho fatto semplicemente il mio dovere, ma in un paese normale non si dovrebbe rischiare la vita per questo”.
Secondo uno studio del 2017 della commissione parlamentare antimafia, i vari gruppi della criminalità organizzata in Italia hanno un fatturato annuo di 150 miliardi di euro. Questa cifra supera di 40 miliardi il giro d’affari della più grande holding italiana, la Exor, formata da Fiat Chrysler e Ferrari. La loro influenza nella penisola italiana resta grande: quattro italiani su dieci tra quelli intervistati a ottobre da Libera Terra – un consorzio-cooperativa – hanno detto che dove vivono la mafia “è un fenomeno preoccupante e una presenza sociale pericolosa”.

Nel 1991 il procuratore Giovanni Falcone, più tardi assassinato dalla mafia siciliana, istituì la DIA, la Direzione investigativa antimafia, una sorta di agenzia d’intelligence multi-force come l’Fbi. Oggi la Dia è diretta dal generale Giuseppe Governale, un siciliano alto e baffuto con una lunga esperienza alle spalle nella lotta alla criminalità organizzata. Nella sede centrale della Dia a Roma, negli uffici moderni di un edificio che richiama alla mente una nave da crociera, il 59enne Governale racconta con evidente soddisfazione la storia della mafia in Sicilia.
In un modo o in un altro, dice, la criminalità organizzata ha sempre avuto le mani in pasta nei terreni del sud Italia. “Fino al XX secolo c’è stato un sistema di signorotti feudali e vassalli, e gli intermediari della mafia dirigevano le fattorie e i terreni per conto dei proprietari terrieri”. I clan mafiosi sono stati collegati all’abigeato, il furto di bestiame, e sia Totò Riina sia Bernardo Provenzano, detto ’Il trattore’, suo successore come Capo di tutti i capi, hanno iniziato le loro attività da contadini pressoché analfabeti dopo aver abbandonato la scuola senza concludere il ciclo delle elementari.

Negli anni Ottanta, continua Governale, il business dell’eroina delle mafie ha fatto rivolgere la loro attenzione verso le grandi città. “A tenere ben stretti tra loro gli affiliati mafiosi dei vari clan sono però i legami con la terra, anche quando le varie famiglie hanno allungato i loro tentacoli fino agli Stati Uniti, al Canada e all’Australia. Hanno uno straordinario senso di appartenenza, quasi religioso” dice. “Se si trattasse di semplici organizzazioni della criminalità le avremmo già sbaragliate”. La parola italiana che identifica i vari clan mafiosi è “cosca”, che originariamente deriva dalla fitta corona di foglie del cuore del carciofo. “Perché la mafia è proprio come un carciofo: tutte le foglie sono collegate al cuore”.

Se le radici rurali della mafia rendono il settore agroalimentare un territorio a lei familiare, l’influenza da brividi dei clan mafiosi sui carrelli dei nostri supermercati o il pranzo che ci portiamo da casa è stata accelerata dalla crisi finanziaria. La stretta creditizia ha costretto alcune aziende a rivolgersi per aiuto alla mafia, ricca all’inverosimile di liquidità. “L’Italia è la terza superpotenza agricola d’Europa” dice il professor Santino, “ma l’intero settore è vulnerabile perché molto frammentato. Tante aziende sono in difficoltà finanziarie. La mafia le ha sostenute in tutti i loro guadagni illeciti, abbassando i costi della produzione e assorbendo gli effetti della crisi”.

Sono andato a trovare il professore Santino e sua moglie Anna, anche lei studiosa di mafia, nel centro di Palermo dove, circa quarant’anni fa, hanno trasformato casa loro nel primo centro italiano di studi sulla mafia, perché “la gente diceva che la mafia non esisteva”. Il centro è stato ribattezzato col nome del loro amico Giuseppe Impastato, nipote di un boss mafioso, ammazzato per il suo attivismo contro la mafia. Casa loro è una biblioteca, piena zeppa di libri, giornali, riviste, foto e documenti legali originali che vanno dal pavimento fino al soffitto. In 35 faldoni di pelle blu sono contenute le sentenze del cosiddetto maxi-processo alla mafia del 1987, quando oltre 300 affiliati alle cosche furono condannati.
Santino mette “gli incisivi aumenti dello sfruttamento delle terre italiane” da parte della mafia in relazione con gli introiti minori derivanti dal traffico di sostanze stupefacenti e il calo del denaro pubblico per i contratti statali di lavoro. Aggiunge anche che l’infiltrazione della mafia nel settore agroalimentare commerciale riflette la propensione sempre più spiccata da parte dell’organizzazione criminale a entrare in attività in modo legale, sotto forma di veri e propri imprenditori.

“La mafia ha sempre avuto molto successo nello sfruttare la vulnerabilità del paese per la sua capacità di adattarsi” dice. “I mafiosi oggi si candidano a cariche politiche locali e mandano i loro figli a frequentare le facoltà di legge negli Stati Uniti. Si sono imborghesiti”.
Roberto Moncalvo, direttore della Coldiretti, la più importante associazione del settore agroalimentare, dice che “a spiegare la più incisiva presenza della mafia nel settore è la potenzialità di introiti consistenti”. A mano a mano che i consumatori sono diventati sempre più interessati alla filiera e alle origini degli alimenti, alcuni settori agricoli sono diventati redditizi in modo eccezionale. Con margini di guadagno che possono raggiungere anche il 700 per cento, gli utili derivanti dall’olio d’oliva, per esempio, possono addirittura sbaragliare quelli della cocaina, e con molto meno rischio.

A detta di Moncalvo, l’espansione nel settore dell’agribusiness è utile anche per un altro motivo, perché “fornisce un modo per riciclare il denaro sporco proveniente da attività illecite più tradizionali come il traffico di sostanze stupefacenti”. La ’ndrangheta – la mafia calabrese che controlla circa l’80 per cento del traffico di cocaina in Europa – ha così tanta liquidità che i suoi boss sono disposti ad accettare perdite fino al 50 per cento investendo in agricoltura, pur di riciclare i loro capitali sporchi, dice Governale. Si ritiene che Matteo Messina Denaro, il latitante mafioso numero uno in Italia da oltre 25 anni, abbia investito cifre molto consistenti negli oliveti.
Il mercato generale di Palermo apre alle 3 di notte e all’alba il chiasso raggiunge un crescendo incredibile: i vari ambulanti delle singole bancarelle strillano a squarciagola il prezzo dei kiwi del giorno prima, mentre i facchini espongono con perizia casse di meloni e di fichi d’India. Presso un furgoncino a tre ruote che vende l’alta pizza siciliana si formano lunghe code.

Nell’agosto scorso la polizia ha effettuato controlli in questo mercato. Gli inquirenti hanno detto di aver scoperto “una sala di regia segreta” che fissa il prezzo delle merci, dei trasporti, dei facchini, dei parcheggi, e del materiale di trasporto e da imballaggio. Uno scaricatore, che ha chiesto di restare anonimo, dice che fino ad allora l’unica entità a comandare è sempre stata la mafia. “Venivano al banco una volta alla settimana, chiedendo il pizzo. La gente di qui li conosce e quindi li pagava. Chi teneva il banco accanto, invece, non li conosceva, non ha pagato, e si è trovata tutta la merce e il banco ridotti in cenere. Purtroppo, il fuoco è dilagato anche al nostro e ci abbiamo rimesso anche noi”.
Negli ultimi anni, un numero sempre maggiore di mercati italiani di prodotti freschi è caduto sotto il controllo del sottobosco della criminalità organizzata. La polizia crede che siano state addirittura formate alcune alleanze tra varie regioni per spartirsi il bottino fino in fondo: nel 2016 le mafie napoletane e siciliane concordarono di imporre i loro fornitori, trasportatori e affiliati a tutti i più importanti mercati generali dell’Italia centrale.

Per i consumatori il pericolo più grande arriva dalla contraffazione. “L’alterazione dei prodotti alimentari è adesso la seconda attività più redditizia nell’Unione europea dopo il traffico di sostanze stupefacenti” dice Chris Vansteenkiste dell’Europol. “Il settore agroalimentare: lì si fanno davvero i soldi. Le donne comprano una borsetta soltanto poche volte l’anno, ma la spesa per mangiare la devono fare tutti i giorni”.
Il settore più redditizio in assoluto è quello della contraffazione dei prodotti bio. Nel corso di un’operazione di polizia, si è scoperto che i clan italiani importavano grano dalla Romania e lo spacciavano per bio, etichettandolo e vendendo a tre-quattro volte il prezzo normale. Imitazioni di prodotti prestigiosi della tavola italiana come la mozzarella di bufala campana e il parmigiano reggiano ormai sono entrati in massa sul mercato.

La Dia sovrintende alle operazioni contro le agromafie condotte da tutte le diverse forze di polizia e dell’ordine in Italia. Alcuni assaggiatori della polizia lavorano in incognito per scoprire gli alimenti adulterati, specialmente l’olio d’oliva. Le loro papille gustative sono considerate così affidabili che le loro deduzioni possono essere ammesse nei tribunali italiani come prove attendibili.
Dagli studi effettuati risulta una gamma di frodi alimentari che lascia basiti, e induce in qualche caso la nausea. Si è scoperto che alcune mozzarelle sono sbiancate con detergenti, che l’olio d’oliva è mescolato con olio di basso prezzo importato dall’Africa, che il pane è fatto con segatura e asbesto, che il vino da quattro soldi è riconfezionato ed etichettato Brunello di Montalcino di Toscana.
Nel febbraio dell’anno scorso, sono stati arrestati 42 membri del clan calabrese dei Piromalli e 40 terreni sono stati espropriati in associazione all’accusa di esportazione negli Stati Uniti di olio contraffatto, venduto come extra-vergine e in genere ad almeno sette euro al litro. Molti degli arrestati sono ancora in carcere in attesa di processo. Secondo la polizia, circa il 50 per cento di tutto l’olio extra-vergine d’oliva venduto in Italia è mescolato a olio di basso prezzo e di scarsa qualità. A livello globale la percentuale è decisamente più alta.
Quando un alimento è contraffatto, spiega Roberto Moncalvo, “il consumatore non soltanto è raggirato, ma mette anche a rischio la propria salute”. Come se non bastasse, compromettere l’esportazione italiana più prestigiosa dal punto di vista culturale colpisce l’identità dell’Italia dritta al cuore. Questo è un problema di reputazione. L’Italia è nota in tutto il mondo per il suo ottimo cibo”.

L’infiltrazione della mafia nella catena agroalimentare pare completa in modo deprimente, ma esistono alcune sacche di resistenza. In alcune zone, gli allevatori e i contadini si sono alleati a livello locale in consorzi. Nel 2003, in Calabria, una delle regioni più povere d’Europa, l’attivista Vincenzo Linarello ha fondato Goel, un’associazione di 30 tenute agricole bio mafia-free, i cui prodotti freschi si vendono a prezzi maggiorati. Da allora, però, molti soci sono stati presi di mira dalla ’ndrangheta locale.
“La mafia vuole scoraggiarci, fermarci, impedirci di dimostrare che si può essere liberi e disobbedienti” dice Linarello. “Vuole farti arrivare il messaggio che in Calabria senza la ’ndrangheta non puoi combinare nulla”. Poi spiega come la mafia approccia i coltivatori: “All’inizio in qualche caso ti chiedono un piccolo favore, per esempio assumere qualcuno o comprare un trattore da tizio o caio. In questo modo, poco alla volta, perdi il controllo dei tuoi terreni e alla fine ci rinunci una volta per tutte”.

In un’amena e ridente località lungo la costa ionica, la masseria “A Lanterna” produce peperoncini, olive e limoni. L’azienda ha subito sette roghi in sette anni, uno dei quali ha provocato danni per 200mila euro. Le aggressioni continue ti lasciano “a terra”, dice la proprietaria Annalisa Fiorenza. “Cominci a chiederti se ne valga la pena”.
La 39enne, cresciuta nel paesino vicino, è un avvocato che lavora per il ministero dell’agricoltura. Ha acquistato la tenuta agricola per un appassionante progetto con alcuni amici nel 2003, quando ha scoperto che era abbandonata. Le aggressioni non sono mai state precedute da richieste o intimidazioni, dice. “Nessuno spiega chi è e che cosa vuole. Vogliono solo che tu cerchi protezione, e scelga di sottometterti”.

Da quando ha aderito alla cooperativa Goel nel 2012, Fiorenza ha imparato a difendersi, a usare gli attacchi per farsi pubblicità e raccogliere fondi per porre rimedio ai danni subiti. “Al termine di questo processo, organizziamo una grande festa per far vedere che prenderci di mira è inutile. Se colpisci uno, colpisci tutti. E il fatto di essere uniti, in cooperativa, dà a tutti maggiore forza”. Per coloro che si battono contro la mafia, una legge del 1996 che stabiliva che i terreni e i beni confiscati alla mafia dovessero essere riconvertiti in progetti comunitari è stata una vittoria epocale. Da allora, sono stati confiscati alla mafia oltre undicimila terreni e proprietà. Un terzo di queste erano tenute agricole.
A Corleone, il ground zero di Cosa Nostra, il luogo al quale è ispirato il don Vito del Padrino, il vecchio casale che apparteneva a Salvatore Riina è oggi la sede di una tenuta agricola di 150 ettari che produce pomodori e legumi bio coltivati da ex tossicodipendenti, da persone con problemi di apprendimento o comportamentali e da rifugiati. Grazie al programma Campi della Legalità, la cooperativa ospita alunni della scuola secondaria che si prestano come volontari a lavorare due settimane nella tenuta.

Il suo fondatore, Calogero Parisi, porta i capelli neri lunghi e ha una sigaretta che gli pende sempre dalle labbra. Mi racconta di essere diventato un attivista negli anni Novanta, dopo aver preso parte alla cosiddetta carovana antimafia, un convoglio di camion che ogni estate effettua il giro completo di tutta la Sicilia. La tenuta agricola della famiglia Riina di cui la cooperativa è entrata in possesso nel 2011, ha dovuto far fronte a numerosi attacchi da parte della mafia.
La terra rappresenta il potere della singola persona, spiega Parisi. “Non puoi mai dire che la terra è tua” dice, e ricorda in che modo le fiamme divorarono le vigne, e l’attentato che distrusse un campo di lenticchie. “Poi” aggiunge ridacchiando, come se parlasse di un bambino dispettoso, “piantammo un bosco, e loro mandarono le loro pecore a pascolare lì, così che le piante non sono mai cresciute”.

Il proprietario originale dei terreni era il nipote di Riina, Giovanni Grizzaffi. Rilasciato dal carcere dopo una condanna a più di venti anni, dice Parisi, lo incontrano ora a passeggio per la cittadina. “È davvero molto imbarazzante incontrarlo per strada, a dire poco. Diciamo che non gli rivolgiamo la parola”.
Lo scorso aprile due trattori, due rimorchi e un camion della cooperativa sono stati rubati, un bottino di circa 70mila euro, e questo ha costretto Parisi a chiedere un prestito che non potrà essere onorato in meno di cinque anni. Da allora sta pensando seriamente di lasciar perdere tutto. “Con una tenuta bio abbiamo da lavorare moltissimo, e dobbiamo fare tantissimi sacrifici. Abbiamo mietuto perfino il giorno di Natale. Ogni tanto sorge spontaneo chiederti se ne valga davvero la pena”.
L’ultimo anello della catena agro-alimentare è quella dei ristoranti e dei locali pubblici, che costituiscono il canale prioritario per riciclare il denaro sporco. L’Osservatorio calcola che oggi in Italia i locali nelle mani della mafia siano almeno cinquemila. A Roma e a Milano si stima che un ristorante su cinque sia nelle mani dei mafiosi.

A Palermo un gruppo di giovani laureati voleva aprire un pub ed è rimasto sconvolto scoprendo che avrebbe dovuto pagare soldi in cambio di protezione, il cosiddetto pizzo. Con un gesto di sfida, i giovani hanno fondato “Addiopizzo”, un’associazione che aiuta le imprese che oppongono resistenza alle minacce di estorsione. L’attivista Daniele Marannano dice: “Abbiamo distribuito volantini in un quartiere intero. Dentro c’era scritto ’Una persona che paga il pizzo è una persona priva di dignità’”.
Il 33enne Marannano con voce calma e bassa ricorda quel giorno del 1992 quando il procuratore Paolo Borsellino fu ucciso dall’esplosione di un’autobomba a Palermo. “Avevo otto anni. Stavo tornando dalla spiaggia con mio papà. Per strada incontrammo mio cugino che si precipitò accanto alla nostra macchina per informarci dell’accaduto. Non lo dimenticherò mai… penso che per quanti tra noi hanno vissuto una cosa del genere in tenera età, quell’evento abbia avuto un impatto enorme, non si dimentica più”.

Nel quartiere generale di Addiopizzo, Marannano indica una cartina geografica che riporta i confini dei territori delle famiglie mafiose in città. Molte imprese pagano il pizzo non perché siano indotte a farlo dalla paura, ma per abitudine e semplice convenienza, dice. “Se faccio il macellaio e poco più avanti nella stessa strada apre un’altra macelleria a prezzi più convenienti, è ovvio che la situazione mi secchi e mi preoccupi. Se pago il pizzo, la mafia andrà dal nuovo macellaio e gli dirà: ’Amico, il prezzo che devi applicare è questo’”.
Natale Giunta, chef molto noto a Palermo, ha ricevuto una visita di questo tipo quando, nel 2012, ha inaugurato il suo nuovo ristorante. “Sono venuti da me in tre, compreso un signore che conoscevo già e che ci ha presentati” racconta. “Mi hanno detto che non avevo chiesto il permesso e hanno chiesto duemila dollari al mese, più del doppio a Natale e Pasqua”. Giunta si è rifiutato di pagare. Subito dopo quella prima visita, però, ha ricevuto alcune pallottole per posta. Poi uno dei furgoncini che assicurano il suo servizio di catering è andato a fuoco, e ha avuto danni per centomila euro. Da allora Giunta gode della protezione della polizia.

Marannano dice che nel 2004, quando Addiopizzo è nata, quelli che osavano denunciare le estorsioni alla polizia si potevano contare sulle dita di una sola mano. “Adesso posso affermare che la gente può scegliere davvero”. Il coraggio di quelli che oppongono resistenza, l’esistenza di movimenti antimafia dalla base, impensabili fino a una sola generazione fa, adesso prendono piede e rincuorano.
Da soli, comunque, è impensabile pensare di costringere i clan ad allentare la morsa sui terreni. A parte una legge speciale varata nel 2013 per tutelare l’olio d’oliva italiano, l’attuale legislazione contro i reati commessi nel settore agroalimentare è clemente in modo singolare, e i colpevoli rischiano davvero poco.
Elena Fattori, una parlamentare del gruppo Cinque Stelle, adesso ha presentato un disegno di legge che porterebbe a creare molti nuovi reati: in base a esso, infatti, si potrebbero punire severamente le “disgrazie per la salute pubblica”, l’avvelenamento o la contaminazione di alimenti o dell’acqua, e anche “l’agro-pirateria”, ovvero la vendita di prodotti contraffatti. “In Italia abbiamo moltissimi controlli sui generi alimentari, ma nessuna conseguenza” dice Fattori. “I rischi per i colpevoli sono bassi, molto bassi: pagano una penale e la cosa finisce lì. Continuano a lavorare. Per tutelare la salute pubblica e chi lavora in modo onesto e pulito dobbiamo fare molto di più” dice. Le tempistiche di questa riforma, tuttavia, sono poco chiare: la proposta di Fattori non fa parte dell’accordo di governo concordato dai Cinque Stelle con i partner della coalizione, gli esponenti della Lega.

Al di là delle leggi e dei disegni di legge, tuttavia, i consumatori possono fare qualcosa di concreto: possono acquistare prodotti sicuri, con documentazione etica e trasparente. Governale della Dia, però, crede che la soluzione migliore sul lungo periodo stia tutta in una governance migliore. Nelle aree più povere – dove lo stato non garantisce i diritti di base come l’accesso ai servizi, posti letto in ospedale o trasporti per i lavoratori agricoli – la gente ha maggiori probabilità di rivolgersi ai boss della mafia che alle istituzioni o alle autorità per prestiti e protezioni. “In definitiva, la popolazione arriva a dare il proprio appoggio e sostegno a quelle stesse persone che la soffocano…”
“Dal 1992, a livello investigativo noi (giudici e forze dell’ordine) siamo stati sempre all’avanguardia. Per vincere in modo definitivo, però, non basta svolgere indagini: abbiamo bisogno che il livello della società migliori”. In caso contrario, la mafia diventerà insidiosa e si infiltrerà in ogni settore possibile. “In agricoltura la mafia ha la presa di un parassita. La mafia è come un’erbaccia: occorre un potente erbicida per sterminarla in maniera definitiva”.
Traduzione di Anna Bissanti
Copyright 2018, The Financial Times. All rights reserved.

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