a tu per tu / paola antonelli

«Così il museo entra nella società»

di Marco Valsania

Paola Antonelli, senior curator e direttrice del Department of Research & Development del Museum of Modern Art (MoMa)

7' di lettura

È una missione che per questa bocconiana mancata – alle stanze del business preferì le sale dei musei – oggi ha trovato nuovo, urgente impeto all’ombra della grande crisi del 2008 e dei suoi postumi. Di una debacle, è convinta, che può essere trasformata in occasione preziosa per dimostrare come la cultura più che mai non sia ancella dell’onnipotenza di finanza o industria, ma possa semmai farsi motore di sviluppo a misura d’uomo.

Incontriamo la senior curator e direttrice del Department of Research & Development del Museum of Modern Art, il celeberrimo Moma, nel suo ufficio nel cuore di Manhattan. Fisicamente vicino, ma intellettualmente anni luce dai corner office di banche e fondi che dominano Midtwown. Una piccola stanza che trabocca del disordine creativo di libri e carte e dove da qualche parte sulla scrivania si nasconde anche un’insalata, take-out per la fretta. Un ufficio che piuttosto non sfigurerebbe nella magica Hogwarts di Harry Potter, come forse neppure la sua protagonista.

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Antonelli mischia un’aria di franchezza e passione a quella di acuta osservatrice che le spetta per professione. Si scusa per l’affanno ma quando ci riceve sta ultimando, neanche a dirlo, i preparativi per una nuova, ambiziosa mostra – «Items: Is fashion modern?» – che ha debuttato il primo ottobre. Centoundici oggetti che hanno segnato indelebilmente il secolo scorso quali, appunto, il rossetto di color rosso. Senza dimenticare quel che resta davvero il suo grande sogno nel cassetto: il desiderio irrealizzato di aggiungere alla collezione del museo un colossale 747, che rimanga in servizio con una compagnia aerea ma voli sotto l’egida del Moma. Contrassegnato, chissà, forse da una carta d’imbarco e menù particolari, da un numero di acquisizione “tatuato” sulla coda, da interni decorati ad arte.

Perché arte e design sono un universo in continua espansione per Antonelli. Come forse è giusto sia per chi, come lei, ama ricordare che l’avventura in una grande e innovativa istituzione museale americana è cominciata un po’ per caso. E per chi alla modestia affianca la determinazione, la certezza che qualcosa l’abbia spinta ad arrivare esattamente dove si trova. «Mi sembra di non aver mai preso una decisione, che tutto mi sia capitato, tranne quando ho deciso di lasciare la Bocconi per passare ad Architettura» dice. «La realtà è invece che le decisioni ci sono e a volte non sono così visibili; sono un po’ come l’ago di una bussola che punta in una direzione».

Il lavoro al MoMa, questo è sicuro, lo trovò nel modo più semplice e diretto. «Risposi a un annuncio quando ero già negli Stati Uniti per ragioni sentimentali. Sono stata fortunata ma è qui che dovevo atterrare. Poteva andarmi male, potevo non riuscirci, però mi accorgo adesso, a posteriori, che è il posto giusto per me. Dove posso utilizzare le mie poche qualità, che ho in dose industriale, in modo efficace. Io so fare solo quello che mi vedete fare».

Quel che sa fare è scritto nella sua affermata carriera in un museo di arte moderna e contemporanea che è il settimo negli Stati Uniti per budget, 145 milioni l’anno, e tredicesimo al mondo per numero di visitatori, 3,1 milioni.

Ma andiamo con ordine: negli States arrivò nel 1989, all’inizio non per restarci. «Giunsi per la International Design Conference di Aspen, che purtroppo ora non esiste più. Era stata fondata nel 1951 per far incontrare grandi designer con influenti industriali. Designer quali George Nelson, Charles e Ray Eames. Fondatore dell’Aspen Institute e della conferenza era Walter Paepcke, della Container Corporation, che aveva reso Aspen centro turistico e non solo minerario». La conferenza di quell’anno, ricorda, era sull’Italia e i due co-presidenti erano Bill Lacy e Paolo Viti, mancato lo scorso febbraio, alla guida delle attività culturali di Olivetti, poi direttore di Palazzo Grassi e “grande mentore” di Antonelli.

Altro “maestro” fu per lei Italo Lupi, il direttore creativo di quella conferenza. «Ero la coordinatrice italiana. Aspen fu a giugno e in agosto decisi di andare in California, a Los Angeles, e da lì cominciò un incarico di lecturer a Ucla».

Per tre anni e mezzo visse in parte a Milano, lavorando prima alla rivista Domus poi ad Abitare, e quattro mesi all’anno in California, tra Los Angeles dove insegnava e San Francisco dove aveva legami affettivi. «Andando a Los Angeles, allora non c’erano voli diretti, mi fermavo a New York per cercare storie per Domus e Abitare, all’epoca diretta proprio da Lupi», ricorda di quegli anni sempre in movimento. Una vita nomadica che poi cambiò. «Dopo tre anni e mezzo di questa gavetta, con 3.600 diapositive nel bagaglio a mano, una volta mi dissi, sono un po’ stanca. Nel giorno in cui decisi che ne avevo abbastanza, almeno così vuole la mia memoria, aprii la rivista ID magazine e trovai un annuncio del MoMa». Antonelli sostiene che ci provò «quasi per gioco». Non aveva mai lavorato per un museo, né pensato di vivere a New York. «Ma così fu», aggiunge semplicemente.

La posizione era di «associate curator» e negli anni fu seguita da una promozione a curator, a Senior curator Architecture and Design e infine alla nomina, anche, a Director di Research & Development per l’intero Museo. Un’attività della quale va particolarmente fiera perché impegnata in quella che considera una battaglia da combattere con convinzione. Esamina e considera i musei come centri di ricerca e sviluppo della società e della cultura. «Ho sempre avuto questa perplessità, forse perché ho studiato anche economia: fatico a capire perché i settori finanziario e industriale siano considerati tanto importanti per i destini della società, troppo grandi per fallire. Mentre il settore culturale venga ritenuto superfluo. Il problema, credo, è che non abbiamo unità di misura che possono essere facilmente utilizzate da politici o economisti. Ma il settore culturale potrebbe aiutare un progresso più affidabile, che richiama alla mente il movimento slow food. Invece quando c’è da tagliare un budget si comincia da lì».

La crisi del 2008, a suo avviso, ha svelato «i veri colori del settore finanziario e offerto una buona occasione per il settore culturale». Ricorda che andò dal direttore del MoMa, Glenn Lowry, e gli propose l’idea di lanciare il dipartimento di R&D «per mostrare che i musei sono luoghi dove si possono progettare strumenti economici e sociali consoni al lato umano e culturale della società».

Due anni dopo il piccolo Dipartimento era una realtà. «Ha a che fare con l’interno e l’esterno del museo», spiega. All’interno dissemina nuovi strumenti tecnologici per i curatori e passa in rassegna iniziative di altri, da mostre solo digitali, ad esempio sull’arte persa, a esperimenti legati a eventi nei musei.

Ma Antonelli sottolinea anzitutto la missione verso l’esterno: organizza “salon”, in media ogni due mesi, dedicati a temi che considera «essenziali per la società e sui quali il museo può dare un contributo di comprensione, quali verità, morte, futuro». I seminari, disponibili online, cominciano con una reading list e prevedono quattro relatori e due ore di discussione tra un pubblico eclettico composto di artisti, scienziati, designer, giornalisti, trustee, membri e dipendenti del MoMa. Antonelli ad oggi ha compilato un elenco di duemila persone per gli inviti.

Questo non eclissa affatto l’altro suo ruolo, di senior curator. Prima di «Items», mostra ispirata al fashion senza precedenti da 70 anni al MoMa, ricorda le tante tappe influenti nella sua evoluzione con l’obiettivo, ogni volta, di ampliare l’idea del design al passo con la tecnologia e i tempi. Ecco Capolavori Umili, Humble Masterpieces, nel 2004 con i suoi Chupa Chups e Post-it. Design and the Elastic Mind è del 2008, dove design e scienza si intrecciano per la costruzione del mondo di domani. «La Scienza, con la ripetitività degli esperimenti e le valutazioni “inter pares”; il design con le sue congetture e prototipi», spiega. Rammenta la sua “acquisizione” della chiocciola @ della posta elettronica, «oggetto innovativo, di dominio pubblico e che non può essere davvero posseduto». Lo mette sul muro quando vuole nel carattere American Typewriter, simile all’originale usato da Ray Tomlinson. «È un simbolo che esisteva dal Medioevo, per collegare una cosa all’altra e utilizzato dai mercanti. Era anche sulla tastiera con lo stesso significato». Ancora, ecco dal 2006 i videogiochi. L’anno scorso gli Imogi. E adesso tocca al bio-design: il primo virus digitale da collezione l’ha “preso” l’anno scorso.

Una delle recenti iniziative che però più l’hanno segnata è stata ancora una volta legata a doppio filo ai temi sociali più difficili da trattare. Il progetto Design e violenza, un programma online, poi concretizzatosi a Dublino in una mostra, e che era nato dalla notizia della pistola stampata in 3D. «Ogni settimana o due abbiamo aggiunto un oggetto ambiguo sulla violenza», con un percorso sotto forma di blog e una “catena” di interazioni in continua crescita. «Mi auguro che qualcosa di simile accada anche per Items» afferma. «Gli oggetti influenti che abbiamo scelto rappresentano il nostro punto di vista parziale, spero altri formino la propria lista. La vogliamo stimolare attivamente. La nostra scelta parte dal senso comune, che ci ha suggerito 500 oggetti ridotti a 111, già più dei 99 che avevamo inizialmente pensato di selezionare. Si va dal filtro solare alla collana di perle, che dagli anni Cinquanta arriva a Margaret Thatcher. Dal rossetto di color rosso a fitbit. Da scarpe a indumenti». E ricorda che per i musei, oggi come ieri, è impossibile non essere coinvolti sui temi che scottano, non cimentarsi con le grandi sfide: «Seguono le vicissitudini della società e il clima politico ha sempre un impatto».

Un esempio di attualità su tutti l’ha offerto, ancora una volta, il Museum of Modern Art: «Dopo l’ordine sull’immigrazione di Donald Trump abbiamo voluto esibire i lavori di artisti dei paesi islamici che erano stati messi al bando».

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