reportage

Così il Qatar risponde all’embargo: cresce il nazionalismo e il tifo per l'emiro

di Angela Manganaro

default onloading pic
Le foto a sostegno dell’emiro Tamim al Thani ovunque a Doha e in Qatar(foto Angela Manganaro)


6' di lettura

DOHA - Tamim ricamato sui cuscini e formato gigante sui grattacieli, sullo schermo dei bancomat e negli hotel di lusso. Tamim al controllo passaporti e al rifornimento di benzina; sulla vetrina della bottega di spezie e alla parete della sala da gioco, sfondo di un’asiatica e un’europea che giocano a dama senza veli. Il ritratto in bianco e nero del giovane emiro della famiglia al Thani è ovunque in Qatar. Se dimentichi un momento dove sei, pensi a un’abile strategia di marketing. Se chiedi ti sarà risposto «è il nostro leader» e noi lo sosteniamo. Anche la bella pittrice russa sulla quarantina che vive da undici anni a Doha e dipinge matrioske con gli occhi azzurri e l’abaya, risponde allo stesso modo, mostra il banchetto suo e quello del vicino in una galleria del lindo souq. Divani rossi e spazzolati lungo le stradine, il bianco della pietra, un leggero odore di carne grigliata e di oud, telecamere ovunque. Oltre le bambole di legno islamizzate, la russo-qatarina che si firma Lyubov vende il quadretto «We support Qatar», ha un vestito occidentale, «tutti noi sosteniamo l’emiro» dice; anche lei come altri giovani qatarini in città sostengono che nulla è cambiato, non ci sono state conseguenze negative per «la questione diplomatica».

Non si può non rimanere ammirati da simile basso profilo, e quasi ci si sente scortesi a chiamarlo embargo, aerei e navi costretti a cambiare rotta, interruzione dei rapporti diplomatici, isolamento deciso il 5 giugno 2017 da Mohammed bin Salman futuro re a Riad, aspirante signore del Golfo, leader del gruppetto che Foreign Affairs ha definito «la banda dei quattro»: Arabia Saudita, Egitto, Bahrain ed Emirati Arabi Uniti.

Il souq di Doha

Il piccolo e ricchissimo Qatar, il paese col Pil pro capite più alto al mondo, è ora solo in mezzo al Golfo ma a quanto pare va tutto bene. Solo Didi, splendida studentessa di origini eritree, racconta spensierata che qualcosa è cambiato, «una situazione strana ma non peggiore, il blocco ha creato un’apertura. Paradossalmente ci ha costretto a guardare altrove e a nuovi mercati e a facilitare gli ingressi». Da agosto sono stati infatti cancellati i visti per ottanta paesi fra cui l’Italia. Ora lo yogurt arriva dalla Turchia, dall’Oman e dal Marocco, il latte dalla Gran Bretagna e costa un po’ di più (6,35 rial al litro cioè 1,41 euro contro l’1,70 rial per un litro di benzina, rincarata a febbraio ma comunque 37 centesimi di euro). Il latte è un piccolo problema - prima arrivava dai sauditi - che forse si risolverà quando le quattromila mucche comprate in Europa, California e Australia inizieranno a produrre e procreare; per ora si chiacchiera amabilmente del loro spettacolare arrivo sugli aerei di Qatar Airways e si apprende che sono state trasferite nel nord della penisola dove hanno trovato entusiasti allevatori pronte a farne un prodotto 100% made in Qatar.

La sceicca Mozah e lo sceicco Hamad al Thani, genitori dell’emiro Tamim, ritratti al Mathaf Museum

Quello che manca sarà rimpiazzato, è il senso di tutte le risposte, ed è il sentimento scritto in inglese sui muri degli innumerevoli cantieri «Qatar deserves the best». «Il Qatar si merita in meglio» si legge ogni volta che si passa davanti alle transenne oltre le quali sorgeranno nuovi grattacieli, nove stadi, tre linee della metropolitana, tutto quello che vedrà la luce per la Coppa del Mondo 2022 o poco dopo.

L’entusiasmo di un paese giovane (l’età media è 31 anni) e multietnico (i qatarini sono solo l’11,6%) che si coccola con i ninnoli occidentali (nei ristoranti le Chanel e le Hermes dondolano sulle abaya, ai piedi spuntano i gattini di Charlotte Olympia, le cilindrate delle macchine non si contano) è attutito da una vaga inquietudine. E dall’offesa subita dai sauditi che non attraversano più il confine anche solo per il weekend, delusione sempre trattenuta che mai diventa risentimento manifesto. Piuttosto si palesa come sostegno al proprio leader, Tamim, figlio di Hamad e della bella seconda moglie Mozah.

«I qatarini si sentono profondamente traditi dai loro vicini. Il boicottaggio e il trattamento loro riservato soprattutto dall’Arabia Saudita e dagli Emirati Arabi li ha intimamente turbati» ci spiega Mehran Kamrava, professore alla Georgetown University di Doha (sede aperta grazie alla lungimirante Mozah), direttore del centro per gli studi regionali e internazionali, autore del saggio «Small State, Big Politics»: «C’è adesso questo senso di orgoglio e un grande patriottismo ma anche una profonda incredulità per quello che i sauditi hanno fatto. Le foto dell’emiro ovunque a Doha sono un fenomeno nuovo, diretta conseguenza dell’embargo. Non è mai successo prima. Vivo qui da dieci anni ma non ho mai visto questo profondo sentimento nazionalistico e orgoglio patriottico, sono tutti stretti attorno all’emiro».

Il timore che la destituzione del trentasettenne Tamim per mano dei principi vicini e un tempo amici sia il vero obiettivo della rottura sunnita nel Golfo, non è dunque solo un’ipotesi di cui si chiacchiera fra i vellutati divanetti di Doha e di cui scrivono i giornalisti occidentali. Resta però un non detto, nessuno ha voglia di lamentarsi dell’embargo. «Se parliamo di affari – continua il professor Kamrava – le aziende che hanno fatto investimenti nei paesi vicini hanno risentito del blocco, ma prevale lo slancio patriottico che non è ancora stato piegato dalle difficoltà finanziarie». Il regno di 2,7 milioni di abitanti va in un’unica direzione, non si discute. «Il punto di vista è solo uno - dice il professore - i qatarini appoggiano il modo in cui emiro e ministri stanno affrontando la situazione. Non c’è un dibattito su come affrontare la cosa in modo diverso o migliore. Sono tutti convinti che il governo stia agendo al meglio e con la giusta cautela».

Sulle prime pagine dei due quotidiani in inglese, Gulf Times e The Peninsula, oltre ai titoli sul rilancio di Meridiana al 49% di Qatar Airways, si contano quattro articoli in tre giorni che danno un’unica notizia: il governo di Doha cerca di fare amicizia con tutti. «Il vicepremier e ministro degli esteri qatarino incontra il Gran Mufti di Gerusalemme», «Qatar e Chad firmano un memorandum per riallacciare i rapporti», «I rapporti fra Qatar e Kuwait sono ora più forti», «Sua Altezza l’emiro Tamim riceve un messaggio del presidente sudanese». Subito sotto il virgolettato del vicepremier e ministro degli esteri ovviamente della famiglia al Thani, lo sceicco Mohammed bin Abdulrahman che ribadisce la linea «Nessuno dialogo se il prezzo è la sovranità». In questo contesto non è un caso che alla recente conferenza sulla sicurezza di Monaco, l’emiro Tamim al Thani abbia proposto un sistema di sicurezza per i paesi mediorientali sul modello Ue.

Museum of Islamic Art

Quello che però il Qatar aspetta «disperatamente», ha scritto Politico, è una telefonata che non arriva, quella del presidente Donald Trump. Attesa legittima non solo perché Doha è alleato americano ma anche perché ospita da anni undicimila militari americani ad al Udaid, la più grande base Usa della regione al confine con l’Arabia Saudita da cui sono partite le missioni per Iraq e Afghanistan . Politico scrive anche che un possibile avvicinamento del Qatar a Russia e Iran (a questo punto la via più comoda per trasportare il gas di cui Doha è primo produttore mondiale) è «l’incubo» per gli Stati Uniti; ma Trump non chiama. Anche se pare abbia «ricalibrato» il suo caloroso sostegno a sauditi ed emiratini, innervosito dalle manovre di Riad per rimuovere il primo ministro libanese.

Il 9 febbraio i ministri qatarini di esteri e difesa hanno incontrato a Washington i i colleghi americani, Tillerson e Mattis hanno confermato che gli Stati Uniti sono ancora amici del Qatar. Erano le ore in cui nella capitale americana il governo di Doha scatenava una formidabile offensiva di lobby. In qualsiasi serio articolo americano sull’argomento troverete comunque sempre lo stesso poco aulico aggettivo che non fa arabeschi: la situazione è incasinata. Niente di nuovo visto che si tratta di Medio Oriente ma una certa confusione regna pure a Washington, si intuisce leggendo il New York Times, dove alcuni parlamentari accusano il Qatar di aver finanziato per anni Hamas e il famoso avvocato Alan Dershowitz incontra l’emiro Tamim e subito dopo dice «il Qatar è l’Israele degli Stati del Golfo».

Museum of Islamic Art

Ufficialmente l’Arabia Saudita e i vicini hanno isolato il Qatar perché ha stretti legami con l’Iran (in effetti ad agosto Teheran ha riaperto l’ambasciata a Doha) e finanzia il terrorismo (accusa che se viene dai sauditi spingerebbe a battute come per le quattromila mucche in business class).

Fra le condizioni per la fine del blocco, i quattro paesi vicini pongono - e non è un dettaglio - la chiusura della tv al Jazeera. Chiedo al professor Kamrava se tre anni fa quando ha pubblicato Small State, Big Politics si poteva prevedere simile situazione: «penso che nessuno, non solo io - risponde - poteva immaginare una cosa del genere. Ci sono sempre state tensioni fra Qatar e Arabia Saudita, e le famiglie reali di Doha e degli Emirati Arabi non sono sempre andate d’accordo ma nessuno poteva immaginare né quanto grande poteva diventare la crisi, né un litigio fra vicini, né la natura personale di questa rottura». Forse è l’ultimo il vero punto, e bisognerebbe entrare nella testa di tre regnanti che discendono dalla stessa tribù. Quanto teme il qatarino Tamim, qual è la strategia del cinquantenne principe emiratino Mohammed bin Zayed al Nayan, soprattutto dove vuole arrivare l’ambizioso saudita Mohammed bin Salman.

loading...

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti