Inflazione e alimentari

Così il rialzo dei prezzi sta cambiando la spesa delle famiglie

Le previsioni di Iri dicono che la ricerca di contenimento del caro spesa favorirà private label e discount. In vista anche un taglio delle promozioni

di Manuela Soressi

(IMAGOECONOMICA)

3' di lettura

Quest’anno le famiglie spenderanno dai 125 ai 200 euro in più per continuare a fare la spesa al supermercato mentre la grande distribuzione aumenterà gli incassi di una cifra compresa tra 1,2 e 1,7 miliardi di euro, ma perderà dal 2,5% al 3,6% dei volumi venduti. A delineare questo scenario è Iri, che ha rivisto le sue previsioni sull’andamento del largo consumo in Italia nel 2022 alla luce della disrupture causata dal conflitto in Ucraina. «Vista la situazione di grande incertezza che stiamo vivendo elaborare una previsione è molto complesso – spiega Angelo Massaro, head of southern Europe and south Africa managing director Italy – quindi abbiamo ipotizzato due scenari diversi, partendo dallo stesso livello di pressione sui fattori di produzione, in termini di rincari dei costi energetici e delle materie prime, ma differenziando poi le risposte fornite dai produttori e dai distributori per far fronte alla crisi dei costi che preme sui bilanci aziendali».

Punto di partenza è l’inflazione media: dopo i primi due mesi del 2022, in cui è aumentata del 2,2%, Iri prevede che continuerà a salire fino a crescere tra il 4,2% e il 5,8% su base annua, comportando un aumento dei prezzi dei prodotti di largo consumo che, a parità di carrello della spesa, costringerà gli italiani a spendere dall’1,6% al 2,2% in più rispetto al 2021. Dietro questo scenario ci sono un settore produttivo che nel food deve affrontare maggiori costi e maggiori incertezze (soprattutto sul reperimento delle materie prime e sulla tenuta delle filiere), e un mondo della distribuzione che deve rispondere alle esigenze di convenienza di uno shopper più attento che mai ai prezzi e che percepisce un aumento dell’inflazione maggiore di quello reale perché lo calcola sui prodotti ad alto prezzo che mette maggiormente nel carrello della spesa, e che ora sono i più bersagliati, come gli oli e gli avicoli.

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«Il problema oggi in Italia è il ripiegamento dell’indice di fiducia dei consumatori che li spinge a rivedere le scelte d’acquisto, invertendo il trading up attuato nel 2021 e adottando strategie di risparmio, privilegiando negozi, marchi e prodotti meno costosi», aggiunge Massaro. Quindi, più private label (+1,4% di quota nelle prime nove settimane del 2022) e meno grandi marche (-0,6% le prime cinque), più discount (+7,9% le vendite) e ipermercati (+1,3%), meno prodotti superpremium e premium (-0,4%) e più prodotti standard (+0,6%), quelli che fanno la “pancia” del mercato e sono realizzati soprattutto da Pmi.

A pesare sulle scelte dei consumatori sono anche l’attenzione a evitare sprechi, la riduzione degli acquisti non necessari e la minor propensione a fare scorte. E poi c'è il taglio delle promozioni proposte dai retailer, che, già nelle prime nove settimane del 2022, ha fatto perdere alla Gdo 110 milioni di euro di incassi. E questo ha colpito soprattutto le grandi marche premium, che, alla luce del trading down del consumatore, potrebbero rivedere le strategie di innovazione riprese nel 2021.

A livello distributivo questa situazione si traduce in un inasprimento della concorrenza orizzontale: i primi cinque retailer controllano il 57% del mercato (+6% rispetto al 2019), i primi cinque discounter sono arrivati al 17% (+2,5%) e tre catene sono entrate tra le prime 10 nazionali. A rallentare è, invece, il fenomeno ecommerce (+2,3% le vendite contro il +175% dello scorso biennio), per effetto di una mancanza di strategie chiare dei retailer, che non riescono ancora a cogliere un ampio bacino di domanda inespressa.

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