sbagliando si impara

Così la rincorsa sfrenata al profitto può arrivare a distruggere un’azienda

Massimizzare un solo parametro di valutazione(per esempio l’Ebit) rischia di avere un impatto negativo nel medio-lungo periodo sulle altre voci che determinano la salute di un’impresa

di Alessandro Cravera*


default onloading pic
(REUTERS)

4' di lettura

Profitto e creazione di valore sono considerate le principali misure del successo aziendale. Nella visione aziendalista classica, una crescita nel tempo di questi parametri, oltre ad essere considerata un’ottima notizia, rappresenta un indicatore di buona salute dell’azienda. E se non fosse così? Sembra incredibile, ma la modalità con cui continuiamo a misurare il valore delle aziende contraddice uno dei principi cardine della fisica moderna - la seconda legge della termodinamica - che ha dimostrato che, in un sistema chiuso, la quantità di energia disponibile può solo diminuire.

Il grande assente nelle discipline economiche e aziendali è proprio il concetto di entropia. Non vi è consapevolezza del fatto che ogni processo economico determina inevitabilmente un consumo e una degradazione non invertibile di risorse. Sotto questo punto di vista, un’azienda che persegue la massimizzazione dell’EBIT potrebbe pertanto distruggere risorse energetiche determinanti per garantire il processo di autorigenerazione delle stesse.

Soprattutto nel caso di target economico-finanziari particolarmente sfidanti, le scelte aziendali che permettono il loro raggiungimento potrebbero rappresentare la principale causa dell’indebolimento della vitalità dell’impresa. Ecco quindi che ciò che oggi è considerata una buona notizia e fa crescere il valore delle azioni, potrebbe nascondere il seme di una degenerazione progressiva dell’azienda.

L’inclusione del secondo principio della termodinamica nella strategia d’azienda porta inevitabilmente alla necessità di affiancare al linguaggio e alle metriche economiche i concetti fisici di entropia e neghentropia (riduzione dell’entropia). La consapevolezza che l’agire economico d’impresa provochi un consumo di risorse (quindi entropia), comporta inevitabilmente l’importanza di innescare all’interno delle organizzazioni dei processi di segno contrario (neghentropici) in grado di ripristinare le risorse connesse al processo generativo ed evolutivo dell’azienda.

Le risorse di cui stiamo parlando non sono solo finanziarie, ma riguardano in primo luogo gli intangibile assets che l’impresa possiede: la sua reputazione ed immagine sul mercato, la sua capacità di soddisfare e fidelizzare i clienti, le competenze delle proprie persone, il know-how aziendale, la capacità di innovazione e così via. Non si tratta di dare un valore economico a questi asset (come tenta di fare la dottrina aziendalista tradizionale) bensì di considerarli in base al loro contributo all’evoluzione dell’azienda (il potenziale neghentropico).

Il brand, la cultura aziendale, il know-how e le competenze accrescono le capacità di adattamento dell’azienda e il numero di opzioni strategiche a disposizione della stessa. Avere ad esempio un brand che consente l’estensione a prodotti e servizi diversi da quelli originari, apre all’azienda opzioni strategiche che i concorrenti potrebbero non avere. Così come possedere una cultura aziendale fortemente caratterizzata da decentramento decisionale e responsabilità diffusa potrebbe generare una rapidità e un'ampiezza di risposta al mercato difficilmente imitabile dai competitor. Sotto questo diverso punto di vista, il semplicistico scopo di massimizzare l’EBIT perde quindi qualunque significato. Massimizzare una variabile porta inevitabilmente alla distruzione di altre importanti variabili correlate alle capacità auto-rigenerative dell'impresa.

Un esempio può chiarire il concetto. Sull’altare dell’EBIT un’azienda potrebbe decidere di monetizzare il valore di un asset intangibile, ad esempio la customer loyalty. Potrebbe quindi diminuire progressivamente la qualità dei suoi prodotti e aumentare i prezzi confidando sulla fedeltà alla marca dei clienti. L’operazione genererebbe automaticamente un aumento di EBIT, ma determinerebbe il consumo dell’asset customer loyalty. Questa operazione estrae dall’asset tutto il suo potenziale futuro per monetizzarlo ora.

L’irreversibilità sta proprio qui. Se l’azienda volesse, in un secondo momento, ricostruire la propria customer loyalty, dovrebbe investire mezzi molto superiori a quelli prodotti dallo sfruttamento precedente. Inoltre, distruggendo la fedeltà di marca, l’azienda potrebbe essere soggetta ad attacchi della concorrenza. In casi come questo lo stato di salute aziendale risulterebbe compromesso, pur in presenza di indici economici e finanziari positivi.

Una maggiore consapevolezza del principio entropico dovrebbe anche portare ad un ripensamento dei parametri e delle metriche di performance management, i cosiddetti KPI. Il loro limite è insito nel fatto che oggi sono prevalentemente utilizzati in un’ottica di efficienza e massimizzazione. In pratica, un miglioramento dei KPI fondamentali dell’azienda è considerato, senza eccezioni, una buona notizia. La buona pratica dovrebbe invece portare a valutare gli impatti del miglioramento di certi KPI sul sistema azienda nel suo complesso. In questo senso, potrebbe essere utile considerare l’azienda come un sistema vivente. Dotarsi quindi di «parametri vitali» in grado di misurarne non la mera performance, bensì il suo stato di salute e, quindi, di valore nel tempo.

Nei sistemi viventi parametri vitali quali la pressione arteriosa, il battito cardiaco, la temperatura corporea e l’ossigenazione sanguigna non sono - per usare una terminologia manageriale - KPI a scala crescente di valore, devono al contrario essere letti in un’ottica di omeostasi complessiva. Nessuno si sognerebbe mai di giudicare positivamente un parametro vitale, come la pressione o la temperatura corporea, che continua a crescere. Una persona è giudicata sana se questi parametri mantengono valori entro determinati range.

Nello stesso modo, assimilare un’impresa a un sistema vivente porterebbe a definire parametri vitali che, a differenza dei KPI usati oggi in azienda, che migliorano al crescere del loro valore, avrebbero dei range di risultato ottimale in una logica complessiva di omeostasi del sistema. In questo senso un eccesso di profitto (o di qualunque altro parametro ritenuto importante per l’esistenza dell'azienda) sarebbe considerato come un potenziale pericolo per la capacità autogenerativa del sistema. Di conseguenza, la misura del profitto a cui dovrebbe mirare l’impresa dovrebbe essere quella che non intacca le risorse necessarie per la propria evoluzione nel tempo.

Questa rivoluzione porterebbe cambiamenti radicali anche nella società: più investimenti di medio-lungo periodo, meno peso alla finanza e ai comportamenti speculativi, redistribuzione di ricchezza e più coesione tra i vari stakeholder in quanto uniti dall’unico scopo di mantenere elevata la capacità dell’azienda di esistere nel tempo. Utopia? Può darsi, ma se le conseguenze positive di questa rivoluzione sono molto superiori allo status quo, possiamo limitarci a considerarla a lungo solo come tale?

* Partner di Newton S.p.A.

Riproduzione riservata ©
Per saperne di più

loading...

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti
Loading...