l’intervista

«Così riparte la vita a Wuhan dopo il lockdown», il racconto dall’epicentro del coronavirus

Lorenzo Mastrotto, manager italiano che è rimasto nella città per tutta la quarantena con la sua famiglia, ci racconta come ha vissuto questi mesi e com’è la fase 2 in Cina.

di Luca Salvioli

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Lorenzo Mastrotto con i 2 figli a Wuhan, dove l'8 aprile è terminato il lockdown

Lorenzo Mastrotto, manager italiano che è rimasto nella città per tutta la quarantena con la sua famiglia, ci racconta come ha vissuto questi mesi e com’è la fase 2 in Cina.


5' di lettura

Immersi come siamo in uno scenario inedito e improvviso, la cosa più difficile da immaginare è come riprendereanno le nostre vite. Di fase 2 ormai si parla apertamente in Italia e in Europa, ora che la curva epidemica è in calo ma lontana dall’essersi esaurita, con molte incognite legate a un virus che conosciamo da pochi mesi. La Cina, dove tutto è iniziato a gennaio, è più avanti di noi, in particolare a Wuhan, focolaio del contagio cinese.

La città dell’Hubei ha allentato il lockdown l’8 aprile, dopo 76 giorni. Ci siamo fatti raccontare come sta riprendendo la vita a Wuhan da Lorenzo Mastrotto, 47 anni, direttore vendite in Cina e Nord Asia per Fiamm, azienda di Montecchio Maggiore (Vicenza). A questo link anche un’intervista video a Sara Platto, professoressa associata di Comportamento e benessere animale alla Facoltà di Scienze Biologiche della Jianghan University di Wuhan.

Entrambi hanno passato tutta la quarantena nella città cinese, decidendo di non rientrate a fine gennaio come invece hanno fatto molti occidentali residenti in Cina. «Siamo rimasti qui in una decina di italiani. Abbiamo fatto una chat WhatsApp chiamata “survivors” che ci è stata molto utile per scambiarci aggiornamenti sull’evoluzione della situazione e rimanere in contatto».

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Ora come vanno le cose? Si fa un po’ fatica a valutare le notizie che arrivano dalla Cina, tra riaperture e nuovi lockdown in alcune regioni.
In effetti leggo molte notizie imprecise. Qui a Wuhan non ci sono giornalisti internazionali. Arriva solo quello che viene scritto dalla stampa locale e dal racconto di noi stranieri che siamo qui. Quello che posso dire io è che a Wuhan siamo tornati a lavorare. Il 7 aprile sono tornato nel mio ufficio. L’ultima volta era stato il 21 gennaio. Ho ritrovato le decorazioni di Natale.

Cos’altro è cambiato rispetto alla chisura totale?
È un primo passo, siamo ancora molto distanti alla vita di prima del 20 gennaio. Le scuole sono ancora chiuse. Non esiste uscire la sera in un locale e bere qualcosa con gli amici. I ristoranti sono aperti solo per take away. Tutti escono con mascherina obbligatoria. Anche per uscire ci sono delle limitazioni. Alcuni compound (grossi complessi residenziali dove vivono migliaia di famiglie) sono ancora chiusi. Anche alcune strade non hanno riaperto. Ci sono inoltre limitazioni al movimento per chi non ha il codice verde.

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Cos’è?
È il codice di buona salute, dice che posso uscire perché non sono contagioso. È legato a un codice personale cinese, come fosse il codice fiscale ma più dettagliato. È integrato in app molto popolari qui come WeChat (una specie di WhatsApp ma con molte più funzioni, tra cui i pagamenti, ndr) e Alipay di Alibaba. Se io prendo la metropolitana, treno o aereo devo usare questo codice con tecnologia QR ai tornelli. Le autorità sanno che la sto prendendo e che percorso faccio. Se poi scoprono, sempre via app, che c'era un infetto sul mio vagone, il mio codice diventa rosso e per precauzione sto in casa 14 giorni in quarantena. Questo è l’ultimo passo. Prima, nel periodo di lockdown, venivamo chiamati a casa da una voce registrata che chiedeva come stavi e se qualcuno in casa aveva sintomi. Potevi anche fare delazioni: segnalare casi sospetti nel compound.

Al di là del tema della privacy e dei dati personali, anche solo come disponibilità tecnologica è difficile immaginare una cosa del genere in Europa.
Il coronavirus in Cina ha fornito una spinta a tecnologie come l’intelligenza artificiale che già erano avanzate. Noi è da 3 anni che non usciamo con il portafoglio e paghiamo via app. Anche i mendicanti non raccolgono più monete ma mostrano il qr code. Credo che soluzioni di tracciamento con uso di tecnologie siano inevitabili ma devono essere gestite dal governo, non da aziende private.

Torniamo alla ripresa delle vostre vite fuori da casa. Voi state uscendo?
Sì, siamo usciti con i due bambini di 6 e 8 anni e mia moglie. Non c’è molta gente in giro. Sono tutti molto cauti, anche più di quanto prevedano le restrizioni. Potremmo andare al parco o a passeggiare lungo il fiume ma per il momento preferiamo restare tra di noi. Sappiamo che il problema non è risolto. Passo davanti all’ospedale e vedo ancora addetti con la tuta bianca e tutte le protezioni. C’è un ingresso apposta per i potenziali infetti.

Come avete vissuto questi mesi?
Abbiamo cercato di prendere le cose positive. Prima di tutto non ci siamo ammalati. I racconti che ci arrivavano dagli ospedali erano drammatici, come alcuni che ho letto dall’Italia. Quando abbiamo realizzato che stavamo bene e ormai eravamo in casa da 14 giorni ci siamo detti: ok questa sarà la nostra vita per un po’. Possiamo insegnare qualcosa ai nostri figli, io gli insegno inglese e italiano. Certo non possono andare in palestra o andare a scuola di pianoforte. Cose che ci mancano.

Quando crede che potrete entrare in una fase di maggiore normalità, ad esempio una cena con amici?
Bella domanda! Per il momento qui a Wuhan hanno riaperto gli aeroporti, molti sono partiti. Si ipotizza un’apertura delle scuole a giugno o luglio, quando normalmente ci sarebbe la chiusura estiva. Diverse province le hanno già riaperte, circa il 20% del paese. Le zone di campagna e il sud della Cina sono più avanti, mi raccontano di ristoranti aperti e maggiore tranquillità. Nelle grandi città, come anche Pechino e Shangai, la situazione invece è simile a qui. Hanno riaperto i ristoranti ma c’è una sorta di coprifuoco non scritto. Ci vuole attenzione in grandi agglomerati.

Riavvolgiamo il nastro a inizio epidemia. Come avete saputo che c’era un nuovo virus vicino a casa?
Mia moglie, che è cinese, me ne ha parlato a fine dicembre. Noi viviamo a 200 metri dal famoso mercato che ora è chiuso. Il weekend del 4 gennaio hanno riunito le classi di danza di mia figlia perché al corso si era presentata pochissima gente. Erano impauriti. Il 6 gennaio sono andato per lavoro a Hong Kong ed erano molto preoccupati, tutti mi chiedevano. Il 20 gennaio il presidente Xi Jinping ne ha parlato pubblicamente. La situazione è precipitata in fretta. Ci siamo trovati spiazzati.

A quel punto non avete pensato di tornare in Italia?
Certo, ci ho pensato. Alla fine abbiamo scelto di rimanere, restando in casa con qualche giorno di anticipo rispetto all’obbligo. La mattina del 23 gennaio alle 4 di notte ci è arrivato un messaggio che ci avvertiva che a breve sarebbe arrivato il lockdown. Un po’ di gente è scappata, dalle 10 è diventato operativo. I miei suoceri erano ospiti da noi e sono andati a casa loro. Fino a metà febbraio si poteva ancora uscire per fare la spesa e gli alimentari sono stati presi d’assalto. Si poteva anche portare giù il cane. Poi in molti non rispettavano le regole, i numeri dei contagi erano ancora alti e allora ci hanno detto che non si poteva proprio più uscire di casa. La spesa arrivava online. È stato così per un mese e mezzo, mentre da inizio aprile hanno lentamente riaperto. È stata dura ma con il senno di poi ho fatto bene a restare qui. Anche perché oggi gli stranieri non possono ancora rientrare nel paese, come ad esempio gli insegnanti delle scuole internazionali.

Per approfondire:
Wuhan, il racconto della docente italiana che non se n'è mai andata
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