ANALISI

Così rischiamo di rendere i ragazzi meno motivati

di Andrea Gavosto

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(Afp)


2' di lettura

Dopo le prime settimane, in cui ha prevalso la logica dell’emergenza, la scuola italiana sta organizzandosi per un lungo periodo di sospensione. Difficile che si riapra prima di settembre; se non oltre, nel caso i ritorni di fiamma del virus costringano a chiusure selettive anche nel nuovo anno scolastico.

In questa situazione, la scelta obbligata è stata l’insegnamento online: nonostante il ritardo nella didattica digitale, la nostra scuola ha reagito con rapidità, se è vero che 6,7 milioni di studenti seguono le lezioni in rete. Certo, è tragico che il restante 20% rischi di rimanere escluso perché non dispone di devices e connessioni o non ha uno stimolo sufficiente, dalla famiglia, dai docenti, da se stesso. Sul primo aspetto, molto potrebbero gli operatori informatici e delle telecomunicazioni: ad esempio, in Brasile non si paga quando si accede a risorse per la didattica a distanza.

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A metà marzo, il ministero ha evidenziato due punti condivisibili. Primo: la didattica a distanza non può limitarsi all’invio di compiti via registro elettronico; servono spiegazioni, interazioni con gli allievi e feedback. Deve, cioè, essere didattica vera. Secondo: occorre continuare a valutare gli studenti. Pur in emergenza, non c’è didattica senza valutazione e va evitata la tentazione di un “liberi tutti” generalizzato. La valutazione andrebbe fatta con ragionevolezza e adattata al momento: ad esempio, potrebbe includere la certificazione di attività extra curriculari nel terzo settore.

Purtroppo, nel decreto atteso oggi, il ministero fa marcia indietro. Se non si tornerà a scuola prima di settembre, nessuna bocciatura (o quasi) e un’ammissione generalizzata all’anno successivo, quando saranno colmati eventuali debiti. Così molti allievi perderanno la motivazione a affrontare seriamente gli ultimi mesi. Una scelta poco comprensibile, specie per le secondarie.

Il governo sembra invece molto preoccupato di regolamentare i due esami, di terza media e la maturità. Anche questo è poco comprensibile. Perché avviare un meccanismo complesso come la maturità, che coinvolge mezzo milione di studenti, se la situazione di contagio permanesse grave? Peraltro, sappiamo che oggi l’esame è poco più di una formalità, con il 99% di promossi, giudizi disomogenei fra le commissioni, nessun valore per le università e i datori di lavoro. In altri paesi si è preferito abolire gli esami, rimpiazzandoli con i normali scrutini dei propri insegnanti. Così in Francia, dove quest’anno il temuto Bac non si farà. Così a livello internazionale, dove l’International Baccalaureate, l’esame centralizzato per l’ingresso alle principali università del mondo, è stato sostituito da una certificazione di frequenza. Così negli Usa, dove i Sat, prove standardizzate per accedere al college, sono stati cancellati. Così in Cina, dove il Gaokao, durissimo esame di ammissione all’università che ogni anno riguarda 9 milioni di studenti, è stato rimandato. Solo da noi si continua a dare più peso al pezzo di carta che ai reali apprendimenti, rischiando di complicare il già arduo cammino della didattica a distanza.

(*) Direttore Fondazione Agnelli

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