Il docufilm

Così “Seaspiracy” mette a nudo lo sfruttamento del mare

Il docufilm del videomaker inglese Ali Tabrizi è ormai un caso per la forza della sua denuncia. I suoi dati verificati anche dalla Bbc ma non mancano le contestazioni

di Cristiana Allievi

6' di lettura

Prima del 24 marzo si poteva ancora credere che il pesce finisse nei nostri piatti grazie al lavoro di pescatori che uscivano in mare con barche di legno colorate. E impegnarsi nello svuotare le spiagge dalle bottiglie di plastica sicuri che siano la causa principale dell'inquinamento dei nostri mari, e quindi del pianeta. Seaspiracy, esiste una pesca sostenibile?, docufilm del videomaker inglese Ali Tabrizi, ha creato una linea di demarcazione: un prima e un dopo. Con immagini shock da cui lo spettatore si riprende solo fino a un certo punto.

Se dovessimo sintetizzare i 90 minuti del lavoro di questo ventisettenne, che vediamo anche davanti alla telecamera come guida del racconto, potremmo dire che mostra l'impatto catastrofico che la pesca intensiva ha sul sistema ecologico della terra, e quanto questo fenomeno incida sul climate change e sulla nostra sopravvivenza.

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Tabrizi mostra una violenza ingiustificabile nei confronti degli animali e smaschera una vera e propria forma di schiavitù a cui sono sottoposti i pescatori della Tailandia, e forse non solo loro. Il tutto per alimentare la logica di un'industria multimilionaria.

Finito in quarantotto ore ai vertici delle classifiche dei 10 film Netflix più visti in 32 paesi, Seaspiracy è stato osannato dalle celebrities, fra cui Brian Adams, Kourtney Kardashian e Tom Brady, ma anche firme del giornalismo come George Monbiot del Guardian, che è anche fra le voci che intervengono nel documentario.

C'è stato anche chi ha accusato Seaspiracy di essere troppo semplicistico nell'analisi, e chi ha gridato al falso partendo da uno dei tantissimi dati che emergono dalla ricerca: la proiezione secondo cui nel 2048 il mare si troverà svuotato completamente di pesce, se il trend della pesca commerciale continua a questi ritmi. Il dato, riportato dal New York Times nel 2006, non è più attuale ed è stato ritrattato dalla fonte stessa. Ma pare un'inezia, di fronte a un'operazione che ha il coraggio di sfidare direttamente il potere di un'industria che in alcune situazioni sconfina nel crimine. E di portare l'attenzione sulla pretesa dell'uomo di sfruttare il mondo e gli altri esseri viventi a proprio piacimento, mettendosi in una posizione di superiorità.

È una questione delicata, quella che pone, perchè invita a riposizionarci sul pianeta, ed evidentemente l'idea non piace a tutti.

I contenuti del film sono stati bollati come “propaganda vegana” dall'industria ittica prima ancora che uscisse. Ma la BBC, che si è premurata di vagliarli punto per punto, ne ha riposizionati solo alcuni, e solo di qualche millimetro, rafforzandone altri a favore della tesi di Seaspiracy (vedi alla voce oceano, anidride carbonica e ossigeno).

L'incipit vede Tabrizi bambino che insegue i gabbiani con una telecamera e sogna di catturare la vita selvaggia immersa nell'oceano. Un'ossessione, la sua, cresciuta con i documentari di Jacques Cousteau, David Attenborough e Sylvia Earle.

A 22 anni è finalmente pronto a mostrarci la meraviglia del mare: ma la crasi del titolo, fra sea – mare- e cospiracy, cospirazione, fa capire che si sposterà su terreni tanto scomodi da mettere a rischio la sua vita.

Dopo i primi minuti di romanticismo si iniziano a vedere balene spiaggiate imbottite di plastica, 30 casi solo nel 2019 in Europa, e delfini morti con la pancia piena di immondizia. Sono queste due specie aa avere una funzione fondamentale nella produzione dell'85 per cento dell'ossigeno che respiriamo, perché quando emergono verso la superficie rimescolano le acque garantendo così la sopravvivenza del “fitoplancton”.

Questi microorganismi assorbono l'anidride carbonica e restituiscono ossigeno quattro volte più di quanto non facciano le piante dell'intera foresta amazzonica. Distruggere queste specie significa distruggere l'essere umano.

Mentre il regista, ignaro di ciò che avrebbe scoperto di lì a poco, è impegnato nella raccolta di bottiglie sulle spiagge, la sua attenzione viene catturata dal Giappone, che porta avanti una caccia indiscriminata nel Pacifico nonostante il divieto internazionale che vige dal 1986. Ric O'Barry, fondatore del Dolphin project, avverte Tabizi (e noi) che il Giappone cerca di nascondere al resto del mondo ciò che fa, e si sbarazza di tutti gli oppositori: la sua vita, quindi, è in pericolo.

Nonostante questo raggiunge Taiji, un luogo in cui ogni anno 700 delfini e balene vengono radunati in una baia grande come un campo di calcio e massacrati. Si vede molto sangue e si fatica a rintracciare una logica in ciò che si apprende: dal 2000 al 2015 per ogni delfino catturato ne sono stati uccisi 12, nonostante quella carne non abbia mercato. La spiegazione ufficiale è che i delfini mangiano troppo pesce, sbarazzandosene resta più cibo alle popolazioni locali. E intanto in uno dei più grandi porti di pesca del mondo, poco distante, il regista scopre tonnellate di tonno rosso, il più costoso del pianeta: un esemplare vale 3 milioni di dollari al mercato di Tokyo.

La specie è stata massacrata tanto che oggi nel Pacifico ne resta il 3 per cento, ma il fatturato è di 42 miliardi di dollari l'anno.

Il docu passa poi all'industria degli squali, la specie che tiene pulito l'oceano che diversamente diventerebbe una palude. Anche in questo caso i dati presentati sono impressionanti: uccidiamo tra 11mila e 30 mila esemplari all'ora e il 50% di questi muore a causa della pesca accessoria portata avanti da pescherecci commerciali. Come dire che ogni anno 50 milioni di squali muoiono fianco a fianco al pesce che mangiamo e vengono ributtati in mare come immondizia, già morti perché soffocati prima.

Sea Sheppard, associazione volontaria che sta in mare a intercettare chi non rispetta le regole, ha fatto scoperte scioccanti. Per esempio sulla costiera atlantica della Francia vengono uccisi 10 mila delfini ogni anno, un numero 10 volte superiore a quelli uccisi accidentalmente a Taiji. Accade da 30 anni, e il governo francese lo ha sempre nascosto.

Quando Seaspiracy passa al capitolo dei marchi che garantiscono la “pesca sostenibile”, come la Marine Stewardship Council, premiato per anni con l'etichetta “salva delfini”, raggiunge l'apice del giornalismo investigativo. Per ammazzare otto tonni, ci spiega il docu, vengono uccisi fino a 44 delfini: questo è ciò che fanno proprio i marchi che si dichiarano “salva delfino” (le testimonianze vengono dalla Sea Sheppard).

A questo punto il film intervista un rappresentante dell'Earth Island Institute, gruppo ambientalista californiano a cui fanno capo le etichette: spiega che nessuno è in grado di garantire una pesca di tonno che sia “dolphin safe”. Stiamo ascoltando uno scoop: un marchio riconosciuto a livello internazionale è in realtà una frode, perché basta pagare, per averlo.

Il filo del discorso

Il vero mostro presente nel mare, il killer che uccide chi resta impigliato nella sua trama, è il filo con cui sono fatte le reti da pesca, che secondo il film inciderebbero per il 46 per cento sull'inquinamento di plastica nel mare. E il quantitativo è tale per cui ogni giorno potremmo avvolgere il pianeta per 500 volte. Fatto ancora più grave, le reti intrappolano, strozzano e uccidono gli animali: ogni anno vengono ferite 250 mila tartarughe in questo modo. Eppure le campagne contro l'uso della plastica non le citano, e le associazioni ambientaliste si limitano a scoraggiarci dal consumare filtri del te, cannucce di plastica e chewingum.

La pesca sostenibile non esiste?

Con 2.700 miliardi di pesce pescato ogni anno, il famoso studio del 2006 avvisava che nel 2048 avremo svuotato completamente il mare di pesce. Se anche i numeri fossero da ritoccare, resta il fatto che nessuna industria uccide, o ha ucciso, così tanto.

L'80 per cento dei guadagni del mercato ittico, 30 milioni di dollari, viene dalla licenza del marchio di “pesca sostenibile”: stiamo dicendo che più etichette vengono distribuite, più chi le distribuisce guadagna. Non bastasse, chi è incaricato di controllare i criteri di pesca sui pescherecci, viene ucciso e buttato in mare, come è accaduto al 41enne Keith Davis e ad altre 17 persone sparite nel nulla in cinque anni.

Quando pensiamo di avere scoperto il peggio, Seaspiracy ci porta in Thailandia, nel cuore della pesca dei gamberetti. Lì il regista riesce a effettuare interviste a pescatori schiavi, persone che sono state rinchiuse per anni sulle navi, lavorando giorno e notte sotto lo sguardo di guardie armate. «Ti minacciano e ti buttano in acqua se ti opponi», raccontano uomini a cui viene oscurato il viso.

Il viaggio dell'orrore termina alle isole Faroe, tra l'Islanda e la Scozia, con la caccia alle balene che continua nonostante il divieto che perdura dal 1986. Una mattanza ingiustificata, quella che passa davanti ai nostri occhi, se si pensa che persino i medici, a causa dell'alta quantità di mercurio presente nella carne di balena, ne sconsigliano l'assunzione se non in dosi minime. Eppure, i locali continuano a far festa davanti al mare che si tinge di color rosso sangue.

È a questo punto che arriva la testimonianza di Sylvia Earle, biologa marina, oceanologa, esploratrice. La sua voce porta informazioni che chiedono allo spettatore di fare un salto di consapevolezza, come del resto accadeva nei suoi film precedenti Mission blue, Sea of hope, A plastic ocean.

«La gente si chiede se gli animali sentono dolore», racconta con voce pacata. «Da scienziata dico che si tratta solo di buon senso. Hanno un sistema nervoso, e sentono come noi nemmeno immaginiamo: i pesci percepiscono i più piccoli movimenti dell'acqua, come possono non avvertire tutto il resto? Credere che non sentano dolore è solo un modo per giustificare un comportamento barbaro nei loro confronti».

La buona notizia? Gli oceani hanno la capacità di rigenerarsi, ma a una condizione: essere lasciati in pace per un periodo sufficiente di tempo. Quindi spetta a noi, consumatori, rivedere le nostre abitudini alimentari per permettere al pianeta di tornare in equilibrio.

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