Auto

Così lo smartphone si integra con l’infotainment

di Luca Figini

2' di lettura

Le evoluzioni, di solito, sono lente ma inesorabili. Quella dell’auto si sta dimostrando essere veloce e travolgente. Soprattutto in merito al processo pervasivo e inarrestabile di connettività onboard che si sta infilando nel cruscotto, strisciando sotto la scocca e arrivando a inglobare il motore.

Il paradigma di connected car stravolge il modo di usare e intendere il veicolo, andando a scardinare addirittura alcuni dogmi che hanno contraddistinto da sempre il mondo dell’automotive: a iniziare dall’auto come oggetto autoreferenziale. L’elettronica, in fondo, ha costi bassi e può essere integrata con sforzi minimi nelle utilitarie e poco più; non è una prerogativa dei modelli di lusso. E se l’auto rimane uguale come design esterno, è salendo che si scopre quanto sia cambiata la plancia in virtù della connettività. In un lustro il veicolo ha subito una rivoluzione più intesa che nel precedente escolo: merito dello smartphone.

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L’onnipresente e insostituibile telefonino ha obbligato i produttori di auto a studiare dapprima piattaforme proprietarie per fare interagire, in modo rudimentale, i dispositivi mobili con l’impianto di intrattenimento. Poi due piattaforme si sono stabilite come standard di fatto: Android Auto e Apple CarPlay.

Sviluppate rispettivamente da Google e Apple, sono compatibili con i sistemi operativi Android e iOS. Alla base c’è il concetto di MirrorLink, ossia la possibilità di sfruttare la connettività via cavo per proiettare sul touchscreen nel cruscotto una versione ottimizzata (semplificata) dell’Os per smartphone. In estrema sintesi, sparisce l’interfaccia di serie e compare una grafica uniformata. Quella di Android Auto verte su un menu a più livelli che si affida su una schermata che prende spunto dal pannello delle modifiche. Apple CarPlay è più minimal e si limita a visualizzare l’interfaccia di iOS. In entrambi i casi si accede solo a un sott’insieme di app, quelle compatibili: tra le altre, Spotify, Google Maps, Apple Mappe e Musica, Waze, le funzioni telefoniche, la rubrica e gli Sms ma non WhatsApp. E’ bene precisare che tutto ciò è attivo se si connette via Usb lo smartphone al cruscotto; via Bluetooth non si attivano le piattaforme. Entrambe hanno un limite: poche le applicazioni compatibili rispetto a quelle più diffuse e una semplicità di utilizzo ancora da migliorare. I menu sono comunque un po’ macchinosi da usare, soprattutto per quanto riguarda Android Auto, la cui configurazione iniziale è laboriosa e non consente di usare lo smartphone quando è connesso alla plancia.

CarPlay, invece, mantiene operativo l’iPhone. Ma a prescindere dalla qualità tecnologica, il problema di base è che il 32% degli automobilisti italiani non utilizza attivamente le funzionalità della propria auto connessa perché sono poco percepiti i vantaggi effettivi di queste piattaforme, a esclusione dell’utilizzo multimediale e telefonico. La sfida evolutiva passa, dunque, sia da una azione di miglioramento della cultura di utilizzo e da una formazione più votata alla connettività per i rivenditori.

Allo stato attuale non ci sono spinte dal basso per migliorare le piattaforme, ma solo per mancanza di utilizzo, non certo per assenza di necessità. Risolta questa sperequazione tra percezione e tecnologia potenziale, sarà pressante la domanda di strumenti più evoluti per la connettività in auto.

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