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Così il top manager si costruisce la pensione d’oro a colpi di bonus

di Enrico Marro


(alphaspirit - Fotolia)

2' di lettura

I l maxi stipendio del top manager, come un diamante, è per sempre. La “forbice” sempre più ampia tra le retribuzioni di ceo e dipendenti (che oscilla tra il 200% e il 600% nella maggior parte dei Paesi occidentali) non si limita infatti alla vita lavorativa: si estende ovviamente anche alla pensione, che definire d’oro è persino riduttivo. Gli esempi si sprecano: la scorsa settimana Tom Enders ha lasciato la poltrona di ceo di Airbus con un assegno previdenziale che potrebbe costare alla società aerospaziale europea 26 milioni di euro. Mentre l’ex ceo di Daimler, Dieter Zetsche, stacca ogni anno un trattamento pensionistico di un milione tondo tondo.

Dietro a trattamenti previdenziali così generosi riservati ai top manager ci sono “tassi di sostituzione” (il rapporto tra l’ultima annualità completa di stipendio e la prima della pensione) davvero da incorniciare. In Volkswagen, per esempio, i dirigenti chiudono la carriera incassando una pensione pari al 70% della remunerazione base, mentre per l’ex numero uno di Siemens, Hence Joe Kaeser, il tasso di sostituzione è “solo” il 56% dell’ultimo stipendio, pari a un non disdicevole assegno annuo da 1,2 milioni di euro.

Nelle pensioni dei top manager il diavolo è nei dettagli. Alcuni ceo, come il citato Kaeser di Siemens, sono riusciti a farsi inserire nel calcolo del montante previdenziale anche i sontuosi maxi bonus, con il risultato di veder lievitare l’assegno. È il caso anche del numero uno del Gruppo Peugeot, Carlos Tavares, la cui pensione è calcolata al 25% di salario e bonus: grazie ai buoni risultati ottenuti nel 2018 e al conseguente boom di gratifiche, il contributo della casa automobilistica francese al futuro assegno previdenziale del suo attuale ceo è stato l’anno scorso pari a quasi un milione di euro, circa il 66% della sua retribuzione base. Queste sono le magie dei generosi bonus “copincollati” sul montante previdenziale dei top manager.

Bisogna peraltro riconoscere che il vento, almeno in Europa, sta iniziando a cambiare. Parigi per esempio ha annunciato di voler istituire un tetto massimo del 30% per le pensioni dei top manager rispetto all’ultimo stipendio (con il caso a parte di Renault-Nissan-Mitsubishi, che ha deciso di non pagare un centesimo degli oltre 760mila euro annui di pensione all’ex ceo 65enne Carlos Ghosn, ora in un carcere giapponese per frode finanziaria). Anche la Germania sta meditando l’introduzione di un tetto alle pensioni d’oro.

Il caso più esemplare resta comunque quello del Regno Unito, dove il nuovo codice di corporate governance impone di allineare i contributi previdenziali dei dirigenti a quelli della forza lavoro, che oltremanica si aggirano intorno al 10% della retribuzione. Soprattutto per paura di farsi cattiva pubblicità, alcuni colossi - anche finanziari come Hsbc - si sono adeguati, riducendo di due terzi (dal 30% al 10%) i contributi pensionistici degli executives. Altri, come il Gruppo Lloyds Banking, hanno tenuto duro, diminuendo il tasso di sostituzione del ceo Antonio Horta-Osorio solo dal 46% al 33%, cifra comunque ancora sufficiente secondo i sindacati a fargli comprare una volta pensionato «una Ferrari ogni anno».

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