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Così “un’architettura” dell’acqua può salvare l’Italia

A Pisa la biennale di architettura dedicata all’acqua: oltre 130 studiosi da tutto il mondo hanno partecipato all’evento. Alfonso Femia, direttore della rassegna: «L’architettura può recuperare quell’equilibrio tra bellezza e ragione, tra visione e responsabilità, tra coraggio e desiderio e diventare l’arte maestra per costruire il nostro futuro».

di Serena Uccello


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Biennale di Pisa

3' di lettura

L'acqua come sinonimo di vita, l'acqua come sinonimo di morte; l'acqua che è la più necessaria delle risorse, al tempo stesso più diventare il più devastante dei flagelli. Ci può essere tema più attuale? Più affascinante?

E così l'acqua, o meglio la relazione tra l'acqua e il tempo, vale a dire gli effetti del cambiamento climatico sui territori, sia nelle situazioni di eccesso, sia in quelle di scarsità o assenza d'acqua e il ruolo che l'architettura ha il compito di assumere, sono al centro della Biennale di architettura di Pisa che si conclude domenica 1° dicembre.

Alla call to Action lanciata da Alfonso Femia, direttore designato per questa terza edizione da LP Laboratorio Permanente per la Città̀, promotore della Biennale, hanno risposto più di 130 professionisti, tra questi alcuni tra i nomi più rilevanti del panorama internazionale dell'architettura, hanno partecipato per dare la propria visione sul tema tempodacqua.

Tra i molti che hanno reagito alla Call gli architetti Bjarke Ingels, Stefano Boeri, Junya Ishigami, Rudy Ricciotti, Mario Cucinella, Michele De Lucchi, Alessandro Melis, curatore del Padiglione Italia all'edizione 2020 della Biennale di Architettura di Venezia, il designer Giulio Iacchetti, il paesaggista Andreas Kipar, Carlo Ratti, lo studio TamAssociati, lo studio Scape, il maestro Fabrizio Plessi, Didier Faustino, Vincent Parreira, Metrogramma, Maurizio Carta, Giovanni Multari, Michelangelo Pugliese.

Significativi anche i contributi delle università italiane e straniere (Politecnico di Milano e Torino, Università di Hong Kong e di Melbourne, La Sapienza di Roma, Università IUAV di Venezia, ...).

«L'anima della Biennale di Architettura di Pisa di quest'anno – spiega Femia - è la ricerca di qualcosa che ci appartiene, con cui ci identifichiamo ma di cui da tempo non ci occupiamo realmente o diamo per scontata, l'acqua. Oltre 500 ospiti hanno aderito, risposto, riflettuto, raccontato e condiviso la nostra visione di progetto comune: la presa di coscienza deve avvenire a livello politico, sociale, economico e creativo».

Ma quanto sono importanti scelte urbanistiche coerenti con una educazione alla tutela ambiente? «Da una parte – risponde Femia - il sogno ambizioso e prepotente dell'uomo sul suo pianeta: i superpalazzi, le opere ingegneristiche straordinarie, la presunzione antropocentrica che si fa diga, ponte, edificio futuribile. La prestazione, anzi la superprestazione, la promessa di eternità come chiave di progetto.

Dall'altra la realtà: la dissociazione dalle componenti di fragilità e mutabilita' che identificano uomo e territorio, oltre al fallimento della prestazione come costante di progetto, sono evidenti nelle situazioni di crisi che si sono verificate a Venezia, Pisa, Matera e in altre parti d'Italia (con eco mediatica minore), in Europa e nel mondo. Tempodacqua afferma l'importanza dell'acqua come elemento fondativo di progetto, a tutte le scale, in ogni azione dell'uomo sul territorio, sulla città, e nell'abitare».

Ed allora se l'Italia è sempre più fragile e l'acqua da speranza è sempre di più un pericolo, cosa può fare l'architettura? «La dimensione fisica dell'acqua è imprevedibile – dice Femia-. E, anche quando diventa prevedibile, spesso non è governabile attraverso i codici dell'uomo.

L'acqua deve sempre poter scorrere e disegnare il proprio territorio: il progetto quindi deve essere pensato a partire dalla consapevolezza della fragilità del contesto in cui si realizza e della componente naturale in continuo rapporto con il tempo.

L'architettura deve diventare responsabile, disegnando -attraverso bellezza e generosità -un rinnovato rapporto, equilibrato e allo stesso creativo, con l'ambiente. La cultura romana ci ha insegnato come sviluppare cultura e civiltà attraverso l'utilizzo armonioso e strutturale dell'acqua. Ecco, solo così l'architettura può recuperare quell'equilibrio tra bellezza e ragione, tra visione e responsabilità, tra coraggio e desiderio e diventare l'arte maestra per costruire il nostro futuro».

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