commercio internazionale

Così gli Usa paralizzano la Wto

di Gianluca Di Donfrancesco

4' di lettura

C’è un attacco silenzioso che gli Stati Uniti stanno portando al cuore dell’Organizzazione mondiale per il commercio (Wto). Qualcosa di molto diverso dai ruggiti del presidente Donald Trump su Twitter, ma che sta già portando frutti. Una tattica dilatoria e un po’ cavillosa che punta a paralizzare il meccanismo di soluzione delle controversie della Wto, attraverso il blocco sistematico della nomina dei suoi giudici.

Come volàno di nuovi accordi multilaterali per la liberalizzazione degli scambi, la Wto non ha mai brillato. Così, il ruolo di arbitro delle controversie tra i suoi 164 Stati membri, esercitato attraverso il Dispute settlement mechanism (Dsb) e l’Appellate Body, è diventato la sua ragion d’essere. Se uno Stato ritiene che un altro partner applichi pratiche scorrette, può “denunciarlo” al Dsb. Le decisioni del Dsb sono impugnabili di fronte all’Appellate Body, il cui parere diventa vincolante (se recepito dal Dsb): lo Stato sconfitto deve adeguarsi e mettere in atto correttivi, il vincitore può varare ritorsioni. Dal 1995, quando la Wto è nata, sono state risolte oltre 520 dispute. Moltissime hanno a che fare con la vita di tutti i giorni di consumatori e imprese, dai sussidi per i pannelli solari, alla carne agli ormoni, all’amianto.

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La chiave di volta che gli Usa hanno preso di mira per far implodere il sistema è proprio l’Appellate Body. Questo è composto da 7 “arbitri” che deliberano in panel di tre membri. Attualmente, però, i giudici sono solo 5, perché da oltre un anno gli Stati Uniti bloccano la nomina di quelli scaduti (il mandato è di 4 anni, rinnovabile una volta). Come spiega da Ginevra il Consigliere Nico Frandi, vicerappresentante permanente italiano alla Wto, «col carico attuale e futuro di dispute, la mancanza di tre giudici dell’Appellate Body rischia di paralizzare l’attività dell’organo, assestando un grave colpo al funzionamento di un pilastro chiave della Wto». Le “cause” infatti continuano ad aggiungersi e senza abbastanza giudici «per risolverle, si blocca la cosa che ha funzionato meglio nella Wto», sottolinea Claudio Dordi, docente di diritto internazionale della Bocconi. A lanciare l’allarme è il direttore generale della Wto in persona, Roberto Azevedo: gli Usa «stanno compromettendo il funzionamento del sistema».

PAESI ALLA SBARRA

Dispute alla Wto, dal 1995. (Fonte: Wto)

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C’è di più: l’11 dicembre scadrà il mandato di un altro giudice, il belga Peter Van den Bossche, e da settembre, rimarranno in carica solo tre membri, appena sufficienti a costituire un panel, ma del tutto inadeguati a garantire il funzionamento dell’organo. In attesa che anche i giudici “superstiti” arrivino a scadenza.

Gli Stati Uniti boicottano il sistema perché convinti di esserne penalizzati, anche se i numeri li smentiscono (hanno vinto il 90% delle cause che hanno promosso), ma se da un lato hanno reso molto chiara la volontà di riformare il meccanismo, dall’altro non hanno mai detto come. «Non si capisce quale sia il loro gioco, non hanno chiarito cosa vogliono, invocano riforme e intanto bloccano il rinnovo dei giudici», spiega il professor Giorgio Sacerdoti, che tra il 2001 e il 2009 è stato membro dell’Appellate Body. Washington sostiene anche che l’Appellate Body, con le sue delibere, dia interpretazioni estensive degli accordi Wto. «Ma questa - taglia corto Sacerdoti - è semplicemente una balla».

L’insofferenza degli Usa era già emersa prima dell’insediamento di Trump alla Casa Bianca: «Gli Usa - ricorda Dordi - non amano essere giudicati da tribunali esterni, tanto che non fanno parte della Corte penale internazionale». Le ostilità sull’Appellate Body sono state aperte dall’Amministrazione Obama nel 2016. Con Trump, però, il livello dello scontro è stato alzato, nella convinzione che gli Stati Uniti se la caverebbero meglio muovendosi fuori dai vincoli di un sistema di regole condivise, liberi di far valere il proprio peso nei confronti di partner più piccoli, “affrontati” faccia a faccia. «Ma l’Amministrazione Obama - sottolinea ancora Sacerdoti - aveva un profilo molto più basso, con quella Trump invece lo stallo è totale». Nella politica commerciale Usa, spiega Sacerdoti, è determinante l’influenza esercitata dalle lobby dei settori industriali più esposti alle importazioni, come l’acciaio: «Ne esce un orientamento molto protezionistico».

«Sembra - spiega ancora Frandi - che le motivazioni americane abbiano radici profonde e riguardino critiche di lunga data nel metodo e nel funzionamento dell’Appellate Body, che in questa fase storica l’Amministrazione Trump ha deciso di avallare». L’Italia, aggiunge Frandi, «nell’alveo della Ue e in stretto coordinamento con la Delegazione europea e gli altri Stati membri, ha a più riprese segnalato l’opportunità di una urgente soluzione della questione. Ad esempio, siamo disponibili insieme alla Ue e a molti membri Wto a discutere dei problemi che gli Stati Uniti lamentano, ma sulla base di elementi concreti e soprattutto di proposte di soluzione da parte di Washington, al momento assenti. A più riprese la Ue ha ripetuto che l’insoddisfazione per il funzionamento dell’Appellate Body non deve precludere la nomina dei nuovi giudici e che la mancata nomina non può che aggravare la situazione». O, per dirla con le parole del commissario Ue al Commercio Cecilia Malmström, la condotta degli Usa «potrebbe uccidere la Wto dall’interno».

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