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Costantino Nivola e il bene comune al tempo di Facebook

Ad Orani, piccolo paese della Sardegna centrale, hanno iniziato a realizzare il “Pergola-Village”. Un progetto nato sessantasei anni fa dal genio di Costantino Nivola

di Vittorio Pelligra


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Nivola nel 1959, mentre in mezzo ai suoi concittadini lavora alla facciata della chiesa della Madonna de sa Itria di Orani

5' di lettura

Ad Orani hanno iniziato a realizzare il “Pergola-Village”. Un progetto nato sessantasei anni fa dal genio di Costantino Nivola. È stata montata la prima impalcatura che consentirà in questi anni di portare a compimento non solo un'importante opera d'arte pubblica, ma un'opera di rigenerazione, di tessitura, di creazione di una cornice urbana nella quale lo spazio di nessuno diventa spazio di tutti, comune e pubblico. “Rigenerare” e “comune”, parola abusata affianco a parola purtroppo in disuso.

Orani è un piccolo paese nella Sardegna centrale. Duemila e ottocento anime nel centro della Barbagia. Origini nel neolitico e una storia recente di arte e artigianato, creatività e tradizione. Ai piedi del monte Gonare, sito del santuario mariano più alto dell'isola, raccontato dal premio Nobel per la letteratura, Grazia Deledda, ne “Le vie del male”.

Ma Orani è anche il luogo del pittore Mario Delitala e soprattutto del suo giovane apprendista, Costantino Nivola. Figlio di un muratore, nove fratelli, Nivola, dopo le scuole elementari, inizia a lavorare col padre; conosce la sabbia e il cemento, il sole e la fatica. Nel 1931 vince una borsa di studio e si iscrive all'Istituto Superiore per le Industrie Artistiche di Monza, dove studia, prima pittura e poi grafica pubblicitaria. Viene sospeso dall'Istituto per essersi rifiutato di fare il saluto romano, si innamora di Ruth Guggenheim e a questo punto l'Italia dell'epoca, siamo nel 1934, inizia a diventare decisamente scomoda per un antifascista e una giovane ragazza ebrea. Lo stesso anno della visita di Mussolini a Berlino, accolto da un milione di tedeschi, Adriano Olivetti affida a Nivola la direzione artistica della sezione grafica pubblicitaria. A contatto con Olivetti si rafforza ancora di più, nell'artista, la convinzione del ruolo della comunità come centro della vita democratica. Dopo qualche anno, però, Costantino e Ruth decidono di emigrare, prima in Svizzera, poi a Parigi e infine negli Stati Uniti. Sardo e Americano, si definirà per tutta la vita, non italiano. L'Italia, quell'Italia fascista non era la sua patria. A New York, Nivola entra in contatto con l'avanguardia artistica, da Pollock a De Kooning, da Kline a Léger, ma soprattutto incontra Le Corbusier che diventerà suo amico e mentore.

Negli Stati Uniti è ormai un artista affermato, produce public art in tutte le maggiori città. Viene chiamato ad insegnare a Berkeley, alla Columbia e ad Harvard. Sessantasei anni fa, nel 1953, pubblica sulla rivista “Interiors”, il progetto “Pergola village- Vined Orani”. L'idea di Nivola si articola intorno al valore della socialità e alla necessità di facilitare la sua espressione anche attraverso la creazione di spazi confacenti alla sua espressione. Antiche dimore del centro storico dipinte di bianco con uno zoccolo azzurro-mare e tralci di vite che partono dal terreno e formano un pergolato unico che unisce le case, le vie, creando luoghi di comunità, pubblici ma intimi, spazi di incontro e dialogo.

Un progetto di sessantasei anni fa che acquista, oggi, una valenza particolare, proprio oggi per noi, abitanti iperconnessi dell'infosfera digitale, che abbiamo, al tempo stesso, infinite possibilità di comunicare, dovunque e con chiunque, ma che sempre meno riusciamo ad incontrarci, a toccarci, a guardarci. E non esiste vero incontro senza sguardo, senza contatto visivo perché è lo sguardo dell'altro che mi contiene e mi fa ciò che sono così come il mio contiene e costituisce l'altro.

La vita in comune è un grande gioco di coordinamento, così lo definiscono i teorici dei giochi. In questi giochi ognuno è disposto a fare la sua parte solo se anche gli altri fanno la loro. Se gli altri rispettano le leggi e le norme sociali, pagano le tasse, tengono pulita la loro città, si informano e partecipano alla vita pubblica, proteggono l'ambiente, trattano gli altri come fini e non mezzi, per esempio, allora anche io sarò più propenso a fare lo stesso, a fare la mia parte perché il bene comune possa emergere dal coordinamento delle nostre scelte. Affinché ciò sia possibile, allora, occorrono dei segnali, occorre che il messaggio “cooperiamo” possa essere comunicato e ricevuto, ma non solo; occorre anche sapere che gli altri l'hanno ricevuto e che sanno che io l'ho ricevuto e occorre anche sapere che gli altri sanno che io l'ho ricevuto e così via. Questa è una condizione tecnica che nella teoria dei giochi si definisce “conoscenza comune” (common knowledge). Condizione necessaria perché il coordinamento abbia successo.

Molte nostre istituzioni e luoghi, antichi e moderni, sono sorti per risolvere il problema del coordinamento proprio attraverso la creazione di conoscenza comune: dai kiva del New Mexico ai nuraghi della Sardegna, dai parlamenti emiciclici alle piazze cittadine. Michael Chwe, economista dell'Università della California spiega molto bene questi meccanismi nel suo libro “Rational Ritual: Culture, Coordination, and Common Knowledge” (Princeton University Press, 2001). E non è certo un caso se Mark Zuckerberg, creatore di Facebook, ha segnalato lo stesso libro tra i suoi preferiti, proprio per l'importanza che ha avuto nella progettazione dei social media. Ma Zuckerberg ci ha dato i social e contemporaneamente ci ha tolto lo sguardo. Proprio quel gesto nel quale l'intenzione condivisa, la capacità di coordinare le nostre azioni e di cooperare per un obiettivo comune, si genera e si esprime. Per questo, troppo spesso, l'incontro senza sguardo, dei social, diventa scontro e conflitto. Surrogati. Viviamo sempre più di relazioni surrogate, di sostituti imperfetti della unità fondamentale della nostra vita sociale. La costruzione di luoghi reali e virtuali che negano lo spazio alla relazione, le nostre città reticolari e i social anonimizzanti, significa creare spazi reali e virtuali che negano la nostra natura più profonda di persone-in-relazione.

Sta tutta qui la verità più profonda e il senso prospettico del progetto del “Pergola-Village”: il blu del mare, il bianco delle case del mediterraneo, la vite e l'uva simbolo di gioia e convivialità, il vuoto ombroso dei cortili, spazio che accoglie e invita all'incontro. Da questo paesino della Barbagia, il genio artistico di Costantino Nivola, la lungimiranza di una giovane amministrazione comunale, con la collaborazione di una Fondazione culturale attiva nel territorio, cospirano per far partire un segnale rivoluzionario di protesta e cambiamento. Non ne possiamo più di conflitti e divisioni, di gente che strumentalmente li alimenta ad arte per lucrare la moneta del potere. Nivola antifascista ci parla ancora oggi di quelle libertà che lui ha dovuto cercare lontano dall'Italia, ma anche degli anticorpi che allora non si attivarono, ma che oggi, con la coscienza della storia, siamo chiamati ad attivare e rafforzare. Gli spazi comuni nascono come luoghi di conoscenza comune. I conflitti si generano quando questi spazi comuni diventano angusti e ci bloccano lo sguardo. Occorre riprenderci lo spazio, riattivare processi veri di socialità, di convivialità, di coordinamento e cooperazione.

Ripensare anche i social rendendoli realmente sociali, non luoghi di scontro, ma genuini spazi di incontro. Possiamo uscire dalla trappola della risposta pavloviana all'odio solo con un'igiene della lingua e con la purezza dello sguardo, informati a quel “principio di carità” che Donald Davidson definiva come la condizione necessaria per la comprensione dell'altro: ad attribuire all'interlocutore la stessa razionalità, coerenza e amore per la verità che attribuiamo a noi stessi. Abbiamo bisogno di meno scontri nei bit anonimi degli spazi virtuali e di più incontri, all'ombra delle viti, nei cortili ospitali del paese di Orani.

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