Circolazione stradale

le tappe verso il via libera

Costi alti e overdesign, il progetto recepisce solo venti modifiche


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(Imagoeconomica)

3' di lettura

Il progetto finale è ormai quasi pronto, è arrivato anche il via libera del ministero dell’Ambiente e non dovrebbero esserci ricorsi al Tar a ritardare la costruzione del nuovo viadotto Polcevera. Che sarà anche molto solido. Ma per questo potrebbe richiedere anche più tempo per i lavori, a parità di tutte le altre condizioni. E, soprattutto, costerà sensibilmente più del consueto; un problema che è già stato sollevato proprio al Tar.

Il commissario alla ricostruzione, Marco Bucci, ha appena ricevuto la valutazione d’impatto ambientale “semplificata” (perché il decreto Genova non obbliga ad acquisire quella consueta) del ministero dell’Ambiente e lunedì firmerà il progetto esecutivo “di secondo livello”, dopo quello “di primo livello” che corrisponde a quello che normalmente è un progetto definitivo (fase formalmente saltata, sempre con il decreto Genova, sempre per accorciare i tempi). Poi il progetto passerà all’approvazione del Rup (responsabile unico del procedimento), che chiederà prima la validazione di Rina Consulting e Conteco Check.

Mercoledì scorso a Bucci è arrivato anche il “parere” del Consiglio superiore dei lavori pubblici , votato il 26 marzo. Un atto facoltativo e praticamente col valore di mera consulenza, nella procedura abbreviata resa possibile dal decreto. E Bucci sottolinea come nel documento sia scritto esplicitamente che le eventuali implementazioni non devono «influenzare il progetto architettonico». Dove si poteva implementare, dice Bucci, «lo abbiamo fatto. Abbiamo inserito una ventina di modifiche»; che riguardano ad esempio l’asfalto speciale o il numero (20) e l’altezza (25-30 metri invece degli iniziali 50, cosa che consente di diminuirne lo spessore) dei lampioni che illumineranno il ponte. Altre scelte, invece, sono state mantenute. «Tutti i suggerimenti – aggiunge il commissario – li recepiamo quando è possibile e quando non vanno a influenzare l’aspetto architettonico. Se pesano su quell’aspetto, non li accogliamo, come è previsto nello stesso documento del Consiglio».

Sulle corsie di emergenza, ad esempio, la struttura commissariale fa una scelta diversa rispetto alla proposta del Consiglio, che suggerisce corsie più strette rispetto al progetto, per non creare effetti ottici che inducano ad andare più veloci. «Noi invece – dice Bucci – le vogliamo larghe, perché, in futuro, il ponte potrebbe anche diventare a tre corsie, se le gallerie alla fine saranno aperte con tre corsie. Vedremo come ovviare».

Ma il Consiglio punta l’attenzione soprattutto su un tema finora coperto: il cosiddetto overdesign, cioè la scelta di strutture e materiali ridondanti rispetto a quanto tecnicamente necessario. Si parla soprattutto della possibilità di costruire un ponte con meno piloni: 10, contro i 18 previsti dal progetto architettonico di Renzo Piano, che però è stato assunto dal commissario come vincolante. Costruire 18 pile anziché 10 comporta sì una maggiore sicurezza (anche se il Consiglio ha riconosciuto che non ci sono problemi di sismicità), ma anche tempi più lunghi e possibili complicazioni.

I rilievi del Consiglio si possono leggere anche come una critica di fatto ai costi della ricostruzione. Nel contratto fra il commissario, il progettista (Italferr) e il costruttore (Salini Impregilo),sono fissati in 202 milioni di euro. Circa il triplo rispetto agli standard. A determinare lo sforamento, oltre all’overdesign, c’è l’urgenza (non solo sul cantiere, ma anche nelle fabbriche che stanno realizzando “su misura” i pezzi del nuovo ponte).

Sta di fatto che Autostrade per l’Italia (Aspi, che per il decreto Genova deve rimborsare allo Stato i costi di demolizione e ricostruzione) ha già messo le mani avanti: in uno dei quattro ricorsi presentati al Tar Liguria contro la nomina del commissario e i suoi primi atti (con lo scopo di far dichiarare incostituzionale il decreto Genova), eccepisce proprio una non congruità della spesa rispetto agli standard.

In sostanza, Aspi non vuole allungare i tempi di ricostruzione chiedendo una sospensiva, ma punta a costituirsi una posizione più favorevole per il dopo. Che sia una richiesta di danni allo Stato se andrà avanti la procedura di caducazione della sua concessione o la possibilità di trattare meglio una soluzione pacifica (ipotesi che prende quota nelle ultime settimane), non si può ancora sapere.

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