ServizioContenuto basato su fatti, osservati e verificati dal reporter in modo diretto o riportati da fonti verificate e attendibili.Scopri di piùLe criticità

Costi alle stelle e rischio siccità: agricoltura valdostana in difesa

Nicoletta (Coldiretti): per imballaggi e materie prime incrementi folli tra il 70 e il 100%. Henriet (Arev): si sta aggravando il problema strutturale dei costi per chi produce in montagna

di Carlo Andrea Finotto

Il rischio di un'emergenza idrica in generale e in particolare negli alpeggi esiste. La regione si trova a dover fare i conti con la riduzione di accumuli nevosi in quota

3' di lettura

Sono almeno tre gli scenari che turbano il sonno del settore agricolo valdostano: «Il rischio che possa persistere la siccità anche durante i mesi estivi, un generalizzato rischio per la sicurezza alimentare come conseguenza indiretta della guerra in Ucraina, e, soprattutto, l’enorme aumento dei costi delle materie prime».

A elencare le insidie sul futuro del settore in regione è Alessio Nicoletta, presidente di Coldiretti, associazione che rappresenta circa l’85% delle aziende del settore iscritte alla Camera di commercio (oltre 1.200 su 1.450) e il 69% della superficie aziendale (42mila ettari su 60mila).

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L’aspetto dei costi è quello che tiene più in apprensione le aziende e il perché è facile da capire, come chiarisce Nicoletta: «Parliamo di forti aumenti, nell’ordine del 30-50% per quanto riguarda gli imballaggi – chiarisce il presidente regionale di Coldiretti – e spesso si aggiunge un altro aspetto: la reperibilità dei materiali; spesso non basta neppure pagare caro il cartone, il legno o il vetro: proprio non si trovano». Ma non solo. «Il problema – prosegue Nicoletta – riguarda anche mangimi (con incrementi tra il 30 e il 50%), sementi, concimi, antiparassitari. E se per le aziende della regione il rincaro delle sementi è meno sentito perché le dimensioni delle aree sono più piccole rispetto ad altri territori, il rialzo dei prezzi è comunque enorme: alcuni concimi sono saliti addirittura del 170%. In generale possiamo dire che ci troviamo ad affrontare aumenti che vanno dal 70 al 100%».

Quello dei prezzi è un problema gigantesco che riguarda tutto il comparto agricolo già provato dai due anni di pandemia e ora alle prese con un generalizzato calo dei consumi.

La conferma arriva anche da Edy Henriet, direttore Arev, l’Associazione regionale allevatori Valdostani che raggruppa praticamente la totalità delle realtà presenti in regione: circa 1.500 imprese.

«In questi mesi – afferma Henriet – i costi economici che gli allevatori devono sostenere sono lievitati: grano, mais e soia sono cresciuti in modo esponenziale da inizio anno. Per contro, i prezzi di vendita della carne non sono certo aumentati al punto da compensare questi costi. E il prezzo del latte è rimasto stazionario».

Il quadro attuale acuisce criticità preesistenti, come spiega il presidente Arev: «Il problema strutturale dei costi per chi produce in montagna c’è sempre stato, ma ora è aggravato dall’esplosione dei costi. Se per i foraggi siamo autosufficienti, per l’integrazione con i mangini dipendiamo totalmente da fuori regione». In regione si contano circa 35mila capi di bovini, 16mila vacche che producono 50 milioni di litri di latte all’anno, 2mila ovini e circa 4mila caprini.

Molte di queste attività si svolgono per una buona parte dell’anno in alta montagna. Elio Gasco, direttore regionale della Coldiretti affronta l’altra preoccupazione del settore: «Il rischio di un’emergenza idrica in generale e in particolare negli alpeggi». La regione si trova a dover fare i conti con la «riduzione o l’assenza di accumuli nevosi in quota. In assenza di adeguate precipitazioni nei prossimi mesi questo può diventare un problema serio in estate, con una carenza di acqua negli alpeggi». Indubbiamente, conferma Henriet, «negli ultimi anni si stanno impoverendo le risorse anche a causa del fatto che d’inverno la neve è scarsa». Sono tutti fattori, costi e anomalie climatiche, che sollevano incognite sul futuro di molte aziende. «Le nostre realtà hanno dimensioni che vanno bene per un utilizzo corretto del territorio (come l’impatto sulle superfici), ma vanno meno bene dal punto di vista della sostenibilità economica. Da un lato svolgono una funzione molto importante per il mantenimento del territorio, ma faticano a sopravvivere e la possibilità che con l’autunno qualcuno sia costretto a chiudere esiste».

Una mano alle aziende potrebbe arrivare dalle risorse del Pnrr, come ipotizza Gasco: «Andrebbe ripensata la politica dell’acqua, finanziando la creazione di piccolo invasi, di accumuli, per far fronte a cambiamenti climatici».

La produzione in Valle d’Aosta «è caratterizzata dall’alta qualità» ricorda Nicoletta, dalle mele al vino fino ai formaggi, in particolare la fontina, che assorbono circa il 90% della produzione di latte.

Ora il settore si trova a dover fronteggiare una nuova insidia, una ricaduta collaterale del conflitto in Ucraina. «Parliamo di un rischio generalizzato sulla sicurezza alimentare – afferma Elio Gasco –. Assistiamo a inviti e pressioni per abbandonare il biologico in favore di produzioni ad alta resa; ci sono indicazioni ministeriali per l’utilizzo dell’olio di palma al posto di quello di girasole, senza bisogno di dichiararlo in etichetta. Questi e altri segnali intaccano un quadro di garanzie che produttori e consumatori avevano raggiunto faticosamente nel corso degli anni».

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