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Cova, il super ragioniere del mezzofondo italiano: darsi un obiettivo è la regola della vita

Il grande atleta azzurro campione olimpico a Los Angeles nel 1984 si racconta in un libro ma parla anche dell’emergenza coronavirus e di questo tempo di attesa e timore per l’avvenire. L’importanza di darsi un obiettivo per raggiungere un traguardo, perché si vince non solo con il talento, ma anche con il duro lavoro

di Dario Ceccarelli

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Los Angeles, Giochi Olimpici 1984, Alberto Cova vince la gara dei 10.000 metri (GettyImages)

Il grande atleta azzurro campione olimpico a Los Angeles nel 1984 si racconta in un libro ma parla anche dell’emergenza coronavirus e di questo tempo di attesa e timore per l’avvenire. L’importanza di darsi un obiettivo per raggiungere un traguardo, perché si vince non solo con il talento, ma anche con il duro lavoro


5' di lettura

Vi ricordate Alberto Cova? Il super ragioniere del mezzofondo con il baffo malandrino? I più giovani, gli smanettoni, possono andare su You Tube per rivedere le sue straordinarie vittorie negli anni Ottanta sui 5mila e 10mila metri. Imprese fantastiche, che ancora oggi fanno vibrare il cuore.

Quelli che invece sono ex ragazzi, e che nello stesso periodo di Cova si stavano lanciando verso altri traguardi, meno leggendari come una laurea e un impiego fisso, non possono rimanere indifferenti alla figura di questo atleta straordinario che - unico italiano nella storia del mezzofondo - è riuscito a salire nei 10mila sul podio più alto prima europeo (Atene 1982), poi mondiale (Helsinki1983) e infine olimpico (Los Angeles 1984).

Erano anni ruggenti per l’atletica italiana, gli anni di Pietro Mennea, Sara Simeoni, che davano lustro a un Paese che voleva anch'esso fare un balzo in avanti, nonostante le ferite ancora aperte del terrorismo e di un periodo di profonde lacerazioni sociali

Ebbene Alberto Cova, classe 1958, con il suo passo leggero e inesorabile («Ha i piedi elastici», disse di lui il professor Pozzoli, uno dei primi a dargli credito ), ha dato una vigorosa spinta per farci ritrovare quel sano orgoglio di bandiera che poi si manifesterà clamorosamente in altre pagine sportive come i mondiali di calcio in Spagna nel 1982.

Rievocare Cova, che corre veloce come il vento saltando i giganti del nord, ci fa anche correre, con una virtuale macchina del tempo, lontano da questa emergenza claustrofobica, dove per uscire di casa e fare il giro dell'isolato è necessario un certificato di autorizzazione ad hoc.

«Sì, anche per me è un sacrifico, ma so che è necessario», racconta Cova che, proprio qualche settimana fa, insieme a Dario Ricci ha dato alle stampe un libro (“Con la testa e con il cuore”, Sperling & Kuffler, euro 17,90) in cui, raccontando la sua storia di atleta, spiega anche quanto sia importante darsi degli obiettivi, fare delle scelte.

«Darsi un obiettivo è una regola che vale sempre», spiega Cova. «Vale nello sport ma anche nel lavoro e nella vita di tutti i giorni. Faccio un esempio che si adatta a quanto sta succedendo per il coronavirus. Anche a me queste restrizioni pesano. Anche mentalmente, perchè non posso non pensare al mio lavoro e al futuro incerto che verrà. Però mi adatto a queste regole come facevo quando inseguivo un obiettivo sportivo».

«Un atleta vive di regole che devono essere rispettate. I tempi di allenamento, quelli del riposo e poi della ripresa. E se queste regole che ti sei dato, insieme al tuo allenatore, dopo vedi che hanno dei punti deboli, li correggi in corsa per perfezionarle e raggiungere comunque il traguardo che ti sei prefisso. Anche adesso, su queste regole, posso avere delle riserve, però le rispetto. Se non ha questa forma mentale, un atleta non va da nessuna parte. In qualsiasi sport».

Ma il talento? Non basta? Lei senza il talento non avrebbe vinto nulla… o no?
«No, il talento non basta. È importante ma, come scriviamo nel libro, senza talento non vinci, ma con il solo talento non vinci ugualmente. Senza quelle regole che mi ha dato il mio allenatore, Giorgio Rondelli, che mi sono dato io e che prima mi hanno dato i miei genitori, brianzoli cresciuti con fatica e sacrifici negli anni del dopoguerra, io non sarei arrivato né ad Atene, né a Helsinki né a Los Angeles».

«Ci vuole una forte educazione al lavoro», prosegue Cova. «Non c'è mai stato un momento in cui mi sia detto che quel giorno non volevo allenarmi, che preferivo starmene a casa o uscire con un amico a bere una birra. Ci deve essere spazio anche per una pausa, ma quando hai superato l’obiettivo. Anche adesso, in questo scenario così cupo, bisogna superare l’obiettivo. Poi ci sarà tempo per altre cose, ma adesso no».

Anche adesso, in questo scenario così cupo, bisogna superare l’obiettivo. Poi ci sarà tempo per altre cose, ma adesso no

Fa uno strano effetto rileggere le cronache sportive di quel tempo. Dopo l'oro di Atene, Giorgio Reineri descrive così Cova lanciato “coi suoi passi leggeri portati nell'intento preciso di non sciupare energie; i ginocchi a scivolare due palmi appena sopra il più alto filo d'erba, mentre busto e capo sono eretti, così da parere un periscopio”.

Gli fa eco Remo Musumeci, storico inviato del l'Unità: «Questo ragazzo, già campione d'Italia dei 5.000, sul tartan dello stadio Meiji di Tokyo ha vinto in 13'42”06 sconfiggendo gente valida come il britannico Jones, e soprattutto come il sovietico Abramov. [...] Sulle distanze lunghe mancava proprio un tipo come Alberto Cova».

Cova, ripensando ai resoconti di quei famosi inviati, non nasconde un pizzico di malinconia. «Ero molto legato ai giornalisti che hanno raccontato le mie imprese. C'era una grande umanità in quei pezzi. C'era sempre il tentativo di cogliere prima l'uomo e poi l'atleta. C'era anche un forte legame tra atleta e narratore. Un legame che adesso, con il declino della carta stampata rispetto al web, mi sembra che manchi».

Prestazione e risultato non sempre coincidono , ma se hai dato il massimo devi essere comunque soddisfatto di te e riflettere su come migliorarti

La leggerezza del talento ma anche la forza della disciplina. Cova aggiunge: «Un'altra cosa importante, e lo insegno nei corsi aziendali usando la mia carriera sportiva come metafora, è l'educazione alla sconfitta e quella alla vittoria. Bisogna sapere che prestazione e risultato non sempre coincidono , ma se hai dato il massimo devi essere comunque soddisfatto di te e riflettere su come migliorarti. E poi essere capace di congratularti con il tuo avversario che oggi è riuscito a far meglio di te pensando a come agire per far sì che la prossima volta sia lui a congratularsi con te».

Grande atleta, Alberto Cova, e anche grande motivatore: prima di se stesso quando era atleta e adesso, come maestro, anche di chi va alle sue lezioni per superare gli ostacoli della vita. Fa comunque piacere, leggendo il libro, risentire la forte la spinta ideale di quel tempo. E la difficoltà di fare una scelta. «Sì, fare una scelta è essenziale, perfino se è sbagliata. I miei genitori erano all'antica, brianzoli tosti, e siccome avevo studiato da ragioniere, mi volevano vedere in banca con un bel completo e la cravatta dietro a una scrivania. Quando ho detto loro, dopo la maturità, che i miei progetti erano diversi, che volevo correre dietro a questo mio sogno, non è stato facile convincerli. Però poi sono sempre stati al mio fianco, perchè sapevano che facevo sul serio, che dietro c'era appunto una scelta consapevole, quella che mi ha guidato anche quando, ogni sera, con il mio allenatore, Giorgio Rondelli, per allenarmi correvo intorno all'ippodromo di San Siro».

«Il suo tracciato esterno - lo ricordo ancora - misura 4150 metri e e Giorgio, che mi seguiva in auto o in moto, aveva inciso delle tacche sul muro per avere dei riferimenti temporali. Correvo e correvo. Con un progetto e con le gambe . Con la testa e con il cuore». Appunto.

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