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Covid-19 e cardiopatia, uno studio italiano apre la strada alle future ricerche sull’ infezione

L'Università di Brescia, descrive, per la prima volta, nella letteratura mondiale, i dati demografici, le caratteristiche cliniche e la prognosi dei pazienti Covid-19 cardiopatici. Dal confronto tra pazienti con e senza cardiopatia è emersa la maggiore incidenza di complicanze e la maggiore mortalità dei cardiopatici, 36% verso15%

di Federico Mereta

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Il Prof. Marco Metra

L'Università di Brescia, descrive, per la prima volta, nella letteratura mondiale, i dati demografici, le caratteristiche cliniche e la prognosi dei pazienti Covid-19 cardiopatici. Dal confronto tra pazienti con e senza cardiopatia è emersa la maggiore incidenza di complicanze e la maggiore mortalità dei cardiopatici, 36% verso15%


3' di lettura

Non solo polmoni. Sempre di più l'infezione da Sars-CoV-2 si configura come un quadro complesso, in cui i problemi circolatori legati alla coagulazione e il conseguente maggior rischio di infarti ed embolie polmonari, ma più in generale di alterazioni di tipo trombo-embolico, nei pazienti più gravi.

I potenziali meccanismi dell'interessamento cardiaco sono legati alla tempesta infiammatoria e al rilascio di citochine, all'aumento della richiesta o al ridotto apporto di sangue al miocardio, ad una diretta invasione miocardica del virus mediata dai recettori Ace2, o da un danno vascolare e appunto alla presenza di trombi legati all'ipercoagulabilità osservata in alcuni pazienti.

Certo è che Covid-19 rischia, in alcuni casi, di diventare una sorta di “goccia” che fa traboccare il vaso di un equilibrio circolatorio già instabile oppure può far esplodere una vera e propria “tempesta” che coinvolge la risposta infiammatoria e la coagulazione, con evidenti ripercussioni potenzialmente peggiori in chi già ha problemi cardiaci, come dimostrato dalle indicazioni relative alla letalità del virus, che in molti casi si concentra in chi è cardiopatico o comunque presenta fattori di rischio significativi.

Ma quanto pesano queste differenze? A far luce su questa situazione arriva ora una ricerca italiana condotta in uno degli epicentri lombardi dell'infezione. E' uno studio condotto da Marco Metra dell'Università di Brescia, direttore dell'Unità di Cardiologia dell'ASST-Spedali Civili, che descrive per la prima volta i dati demografici, le caratteristiche cliniche e la prognosi dei pazienti Covid-19 cardiopatici e confronta questi dati con quelli di pazienti senza malattia cardiaca concomitante. Tutti i pazienti sono stati ricoverati per polmonite da Covid-19 tra il 4 e il 25 marzo 2020. I risultati dello studio sono in pubblicazione sulla rivista scientifica European Heart Journal, la più importante al mondo in campo cardiologico.

“La nostra analisi ha mostrato che i pazienti Covid-19 con concomitante cardiopatia hanno una prognosi estremamente severa, significativamente peggiore di quella già grave dei non cardiopatici con polmonite da Covid-19. Cause principali di mortalità sono state la sindrome da distress respiratorio acuto (Ards), eventi tromboembolici, tra cui l'embolia polmonare, e lo shock settico – spiega Metra -. Gli studi eseguiti su casistiche cinesi avevano già suggerito la maggiore suscettibilità per polmonite da Covid-19 dei soggetti cardiopatici e la possibilità di un danno cardiaco in corso d'infezione. In questo studio, per la prima volta, sono descritte sia le caratteristiche cliniche che i fattori di rischio per aumentata mortalità di questi pazienti: età, storia d'insufficienza cardiaca, storia d'insufficienza renale, diabete. Viene anche confermato il significato prognostico di alcuni semplici parametri laboratoristici quali la creatininemia (parametro del sangue che indica la funzionalità renale , la troponina plasmatica (indice importante per la salute del cuore), la linfopenia (carenza di specifici globuli bianchi”.

Nello studio sono stati inseriti 99 pazienti consecutivi con polmonite da Covid-19: 53 di loro avevano già problemi cardiaci mentre 46 non avevano una malattia cardiaca concomitante. Tra i pazienti cardiopatici coinvolti, il 40% aveva una storia di insufficienza cardiaca, il 36%, una fibrillazione atriale e il 30% una cardiopatia ischemica; 67 anni l'età media con l'81% dei pazienti maschi.

Nella casistica totale, durante il ricovero ospedaliero, il 26% dei pazienti è deceduto, il 15% ha avuto eventi tromboembolici, il 19%, una sindrome da distress respiratorio acuto, il 6 % uno shock settico. Dal confronto tra pazienti cardiopatici e non è emersa la mortalità più alta dei pazienti con cardiopatia, 36% contro il 15% dei non cardiopatici con un tasso di eventi tromboembolici e di shock settico anche questi più elevati: 23 contro 6%, e 11% contro zero.

Lo studio disegna un percorso relativo alle caratteristiche cliniche e ai fattori di rischio per aumentata mortalità dei pazienti cardiopatici, aprendo quindi la strada alle future ricerche su infezione da Covid-19 e sistema cardiovascolare in un quadro che non può essere spiegato solamente con le alterazioni coagulative. Basti pensare che un innalzamento dei marcatori di necrosi del miocardio, come appunto la troponina sopracitata, è stato riportato nel 20-30% dei pazienti ospedalizzati ed in circa il 20% dei pazienti ricoverati in rianimazione.

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