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Covid-19, il mal d’ignoranza e di ideologia che blocca gli studi sulle terapie

Due articoli pubblicati su Nature e Science fanno il punto su una delle criticità principali con cui si sta misurando la comunità scientifica: il bisogno di grandi numeri di modelli animali di diverse specie

di Agnese Codignola


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(AdobeStock)

3' di lettura

Pur senza averne alcuna responsabilità, gli animali sono all'origine della pandemia di Covid-19 , come di quasi tutte quelle recenti, zoonosi nate da uno spillover. Ma, quasi come in una nemesi, sono anche alla base di ciò che potrebbe salvare l'animale uomo, dalla conoscenza approfondita dei nuovi agenti infettivi alla sperimentazione di vaccini e terapie.

Lo ricordano sia Nature che Science, in due articoli che fanno il punto su una delle criticità principali con cui si sta misurando la comunità scientifica: il bisogno di grandi numeri di modelli animali di diverse specie.

Nature racconta la storia della Jackson Laboratory di Bar Harbour, nel Maine, azienda tra le pochissime al mondo in grado di produrre roditori che esprimono la proteina che il Covid-19 usa per entrare nelle cellule umane, l'Ace2. Gli animali erano stati sviluppati all'epoca della Sars e poi non erano più stati allevati a causa della fine dei fondi dedicati; fortunatamente di loro erano rimasti campioni di sperma, e per questo si è potuto ricominciare a produrli.

In pochi giorni l'azienda ha avuto richieste per 3.000 animali da 50 laboratori di tutto il mondo, pervenute dopo che i ricercatori del Wuhan Institute of Virology hanno riferito, sulla piattaforma open bioRxiv, di aver riprodotto la malattia in questo tipo di animali, e nei primati. Ma bisogna aspettare, per averne a sufficienza per tutti i laboratori.

Le prime madri sono al momento gravide, ma è necessario attendere i tempi fisiologici della gravidanza (20 giorni); nel frattempo, l'azienda sta sviluppando roditori diversi, con Ace2 inserito con tecniche differenti dai primi, oppure con virus della Sars (per controllare gli effetti delle mutazioni nelle generazioni), e altri ancora.

I topi originari, infatti, come i primati, sviluppano solo una forma lieve di Covid-19, e possono fornire alcuni tipi di risposte, ma non tutte: per esempio, sono meno utili per capire la letalità. Per questo si attendono anche nuovi modelli animali, così come i risultati degli studi in corso sui furetti, ben noti nel caso dell'influenza perché dotati di un sistema respiratorio molto simile al nostro, e quelli sui primati, il cui impiego, però, in molti paesi è sottoposto quasi ovunque a regolamenti molto rigorosi.

Negli Stati Uniti, per esempio, si possono utilizzare solo allo US National Institute of Allergy and Infectious Diseases di Frederick, Maryland. Al contrario in Cina, dove non esistono restrizioni, alcuni esemplari sono stati infettati con Covid-19 per capire come evolve il virus, come reagisce il sistema immunitario dell'ospite, e quanto reali siano le possibilità che il virus resti silente nell'organismo, e che si creino quindi dei pericolosi serbatoi.

Un'alternativa potrebbe essere rappresentata da altri topi, quelli sviluppati nei laboratori del National Institutes of Health (NIH) di Rocky Mountain da Kim Hasenkrug, di cui racconta Science. Hasenkrug era riuscito a inserire in questi animali il tessuto polmonare umano sfruttando le caratteristiche delle cellule staminali fetali umane, che diventano tessuti specializzati, con gli stimoli opportuni.

Questi topi, a differenza di quelli normali, possono essere infettati dalla Mers, il coronavirus di tipo 2 più simile al Covid-19, e potrebbero quindi essere ideali per gli studi. Ma per il momento non si possono usare perché nello scorso mese di giugno l'amministrazione Trump ha introdotto il divieto di utilizzo di cellule staminali fetali umane, estendendolo anche agli animali che le contengono.

Secondo i Nih (National institutes of health), che da oltre un mese stanno chiedendo una deroga alla legge di Trump, non è ancora stata presa una decisione ufficiale. Già in passato però, nel 2018, Hasenkrug aveva dovuto distruggere un ceppo di animali contenenti staminali fetali messi a punto per studiare l'Hiv, poi bocciati dai revisori di Trump.

Comunque vada, qualunque farmaco o vaccino dovrà prima passare dai modelli animali, questa situazione potrebbe rallentare molto l'arrivo di terapie efficaci.
Tutto ciò dovrebbe far riflettere i decisori che, anche in Italia, anche con l'ultimo Milleproroghe, si sono orientati verso norme così stringenti (che recepiscono e ampliano la direttiva europea del 2014) da suscitare reazioni indignate e più che preoccupate da parte di tutta comunità scientifica, che le ha più volte definite suicide, e dettate più dall'ideologia che da una reale conoscenza di come si svolga la ricerca e quali passaggi a oggi imprescindibili essa preveda.

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