Cassazione

Covid-19, no ai domiciliari per la difficoltà di cure e riabilitazione in carcere: in emergenza è così per tutti i cittadini

Nessuna possibilità di sostituire la misura cautelare per il disabile iperteso se le patologie non lo rendono più vulnerabile al coronavirus e non sono incompatibili con la detenzione

di Patrizia Maciocchi

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(Daniele Scudieri)

Nessuna possibilità di sostituire la misura cautelare per il disabile iperteso se le patologie non lo rendono più vulnerabile al coronavirus e non sono incompatibili con la detenzione


2' di lettura

Niente domiciliari per il detenuto con disabilità e iperteso se le sue patologie non lo rendono più vulnerabile al coronavirus e sono considerate compatibili con la detenzione. Neppure la difficoltà della casa circondariale, che si era espressa a favore dei domiciliari, a fare controlli diagnostici e riabilitativi, è utile per ottenere la misura alternativa: perché in tempi di massima allerta pandemica le stesse criticità hanno riguardato tutti i cittadini, anche se in misura maggiore chi è ristretto per impedire il diffondersi del contagio in un ambiente necessariamente collettivo.

La sentenza

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La raccomandazione del Pg della Cassazione

La Cassazione (sentenza 29378) ha respinto il ricorso di un detenuto, sottoposto al carcere preventivo perché indagato per reati di narcotraffico internazionale a favore di una cosca mafiosa. La difesa ha inutilmente invocato la nota del Procuratore generale della Corte di cassazione del 1 aprile 2020, con la quale si raccomandava di ridurre la presenza nelle carceri durante il coronavirus. Nè è servito il parere favorevole ai domiciliari della direzione sanitaria del carcere. Per i giudici del riesame, come per la Suprema corte, né la disabilità che costringeva il ricorrente ad avvalersi dell’aiuto di un piantone per svolgere le sue funzioni quotidiane, né le altre patologie, come l’ipertensione, che rendevano certamente più gravoso il carcere, sono sufficienti a fondare la situazione di incompatibilità con il carcere.

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Le criticità della massima allerta

Per il Tribunale del riesame neppure il braccialetto elettronico, nel caso di allentamento della misura cautelare, sarebbe stato in grado di assicurare la tutela delle esigenze preventive. Aprire le porte del carcere voleva dire correre il rischio di collocare l’indagato di nuovo sul territorio in cui aveva stretto legami con gli esponenti della criminalità locale, amplificando così il rischio di recidiva. E non importa se lo stesso Riesame, in occasione di una precedente analoga domanda, aveva raccomandato esami clinici e riabilitazione. Perché le difficoltà riscontrate non erano dovute a carenze strutturali del carcere ma agli effetti di un’emergenza pandemica che, nel corso della massima allerta, hanno riguardato tutti i cittadini.

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