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Covid-19, perché si perdono gusto e olfatto

L'olfatto diventa un settore di studio fondamentale per comprendere quanto accade in caso di Covid-19 e per sviluppare strategie mirate per contrastare i deficit che si possono verificare in chi ne soffre

di Federico Mereta

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Medici e infermieri al lavoro senza sosta nel reparto di terapia intensiva passato da 5 a 17 letti per curare i pazienti covid all' ospedale di Vizzolo Predabissi - Ansa / Andrea Canali

L'olfatto diventa un settore di studio fondamentale per comprendere quanto accade in caso di Covid-19 e per sviluppare strategie mirate per contrastare i deficit che si possono verificare in chi ne soffre


4' di lettura

Tosse, febbre, debolezza. Quando si pensa a Covid-19, la malattia causata dal coronavirus Sars-Cov-2, si pensa subito a questi sintomi e segni. Ma, soprattutto nei giovani e nelle donne pur se non solo, c’è un altro segnale che deve mettere in allarme. È la scomparsa, o comunque un calo, delle sensazioni olfattive che si lega anche alla difficoltà alle normali percezioni gustative.

I deficit percettivi che annunciano l’infezione
A volte i problemi si manifestano già nelle fasi che precedono l’esplosione dei sintomi veri e propri e, secondo alcune chiavi di lettura, a volte potrebbero essere tra le manifestazioni presentate da chi è destinato a sviluppare l’infezione quasi senza , o con disturbi molto limitati. A volte, poi, questi deficit percettivi possono mantenersi nel tempo, anche oltre l’effettiva guarigione dall’infezione. Insomma: l’anosmia o la riduzione pressoché totale dell’ olfatto unitamente all’ageusia (la riduzione fino all’esaurimento del gusto), possono rappresentare segni dell’infezione, ma rappresentano anche una sfida per chi si occupa di neuroscienze. Il motivo?

La via nasale per raggiungerre l’encefalo
Esiste l’ipotesiche questo virus in particolare possa, accanto alle vie classiche di invasione respiratoria, intestinale, cutanea ed ematogena, utilizzare anche la via nasale per raggiungere l’encefalo.
L’olfatto, quindi, diventa un settore di studio fondamentale per comprendere quanto accade in caso di Covid-19 e per sviluppare strategie mirate per contrastare i deficit che si possono verificare in chi ne soffre.

È il senso più antico sotto l’aspetto evolutivo e ha una tenace persistenza quando “entra” nella memoria, tanto che abbiamo una chiara percezione e il ricordo di aromi e odori che abbiamo incontrato. Ed è possibile che anche il virus segua questa via nervosa.

Come funziona il senso più antico
Il meccanismo è apparentemente semplice: attraverso l’aria che inaliamo vengono trasportare all’interno della cavità nasalemolecole che interagiscono con l’epitelio olfattivo. L’interazione tra questi elementi si realizza grazie alla capacità dei recettori neuronali presenti in questo tessuto specializzato di legare appunto le molecole chimiche, e quindi far partire un segnale elettrico che viene trasmesso direttamente al cervello.

Più specificamente gli assoni (veri e propri conduttori di impulsi direttamente legati a ogni neurone olfattivo) inviano poi lo stimolo a cellule nervose specializzatedi secondo livello, concentrate in particolari aggregazioni, presenti nel bulbo olfattorio. Infine, il segnale giunge all’area olfattiva che si trova nella corteccia frontale, ovvero nella parte anteriore del cervello.

Ma cosa accade quando questa via non funziona a dovere? E come può il virus arrivare attraverso questa “strada” fino al cervello?

Come il virus si apre la strada fino al cervello
«La percezione olfattiva viaggia attraverso recettori specifici all’interno della cavità nasale situati su specifiche cellule: da qui parte una via nervosa che raggiunge il bulbo olfattorio, e quindi va verso varie aree dell’encefalo in cui sono localizzati diversi centri regolatori tra cui anche quelli del respiro – spiega Vincenzo Silani, direttore U.O. Neurologia-Stroke Unit presso l’Irccs Istituto Auxologico Italiano e professore ordinario di Neurologia all’Università di Milano -. L’accesso del virus potrebbe avvenire, in questo caso, secondo modalità non ancora bene definite (si parla di un trasporto assonale retrogrado, in pratica una sorta di “risalita” lungo le cellule nervose) verso queste zone».

Ace2, il recettore per il virus nell’organismo umano
Il quadro di anosmia/ageusia in caso di infezioni da coronavirus, per gli specialisti, non è comunque una novità: anche nell’epidemia di Sars, infatti, ci sono state segnalazioni di disturbi comportamentali e dell’umore, probabilmente correlati a questo meccanismo. Tornando alla Covid-19, poi, non bisogna dimenticare l’importanza del recettore per il virus all’interno dell’organismo umano, l’Ace2, che già è stato ampiamente valutato per la sua presenza nell’albero respiratorio e per il ruolo che gioca nei meccanismi di controllo della pressione arteriosa.

Ebbene, l’espressione di questo recettore è presente in diversi organi tra cui anche l’encefalo in aree peraltro implicate nella regolazione del sistema nervoso autonomo e della respirazione.

«In termini sperimentali (pur se non su questo virus, ndr) si è visto che nel topo transgenico ottenuto per esprimere l’Ace2 umano nell’ encefalo l’entrata del virus per via bulbo-olfattoria (quindi attraverso il naso), anche a bassa carica virale, risulta letale per l’animale, anche se il tessuto polmonare non è particolarmente compromesso – riprende Silani -. Per contro, la mancata espressione nel topo transgenico del recettore Ace2 umano previene lo sviluppo della grave encefalopatia».

La tempesta di citochine
Al momento, per spiegare quanto avviene e concorre a determinare i disturbi di percezione olfattiva e del gusto, ci sono solo ipotesi. Tra queste, la possibilità -che già entra in gioco nel determinare la classica polmonite interstiziale legata all’infezione virale - legata all’eccesso di risposta infiammatoria. Si studia infatti il ruolo della “tempesta” di citochine, ovvero di mediatori dell’infiammazione, e in particolare dell’Interleuchina-6 (IL-6), che si scatena anche nell’apparato respiratorio.

Può esistere quindi un interessamento diretto del sistema nervoso fin dall’inizio dell’infezione da coronavirus Sars-Cov-2? È su questo aspetto che la scienza sta lavorando. E la neurologia italiana è in prima fila, anche per la presenza di quadri clinici molto variegati che possono spaziare dall’anosmia/ageusia alla presenza di delirio, stati confusionali, attacchi epilettici, ictus ischemico o emorragico, polineuropatie, peraltro inizialmente riportati e in percentuali variabili nelle casistiche cinesi.

L’avanzare delle conoscenze in questo ambito sicuramente porterà a studi “su misura” e potenzialmente allo sviluppo di soluzioni terapeutiche mirate. «L’interessamento del sistema nervoso può suggerire o richiedere nuove strategie terapeutiche accanto a quelle volte a ripristinare la funzione polmonare, proteggendo ulteriormente il paziente – conclude Silani -. A un primo documento della Società italiana di neurologia (Sin) è seguita una pronta iniziativa volta a definire in Italia il numero di pazienti con neuroCovid-19 in collaborazione con le neurologie, ma anche di tutti i medici coinvolti nella cura dei pazienti Covid-19».

La testimonianza italiana diviene molto rilevante nel mondo: per richiesta dell’Editor di Neurology, organo ufficiale dell’American Academy of Neurology statunitense, è stato inviato un blog post che è in uscita e che, appunto, fotografa la drammatica realtà sanitaria italiana e pone particolare accento a un aspetto poco valutato del Covid-19che parte proprio dalla sintomatologia riferita dai pazienti di una severa e duratura anosmia ed ageusia. «La neurologia italiana è attivamente impegnata nel definire se sussista una manifestazione nervosa del Covid-19 che necessita, in tal caso, di essere accuratamente descritta, interpretata ma, soprattutto, adeguatamente curata per le complicanze in acuto e le possibili conseguenze nel post-Covid-19 dei nostri pazienti».

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