Interventi

Covid-19, qualche proposta per Fase 3

di Giulio Santagata

(AFP)

3' di lettura

In un recente articolo Padre Antonio Spadaro, direttore de “La Civiltà Cattolica” parlava di “lotta all'inaridimento”. La paura, si sa, inaridisce non solo l'agire, ma anche il progettare. Pur dovendo affrontare questa particolare fase dettata dall'emergenza Coronavirus è necessario però volgere lo sguardo oltre la contingenza per non restare schiavi di un inaridimento e di una mancanza di lettura e visione del futuro che, in caso contrario, ci renderà – come italiani-sempre più passivi attori dei profondi cambiamenti geo-politici che il globo andrà ad affrontare nell'immediato futuro.

Questo pensiero non può essere frutto di “comitati dei saggi” medico-scientifici, ma al contrario spetta in toto alla politica, la quale dovrebbe essere capace di offrire un indirizzo per il medio-lungo termine (e in questo caso la lezione di Keynes che “nel lungo periodo saremo morti”, la possiamo per un attimo riporre nel cassetto).
Siamo di fronte a un cambio travolgente a livello di domanda e offerta globale e per questo ogni paragone con il 2008 appare riduttivo e fuorviante; pensiamo solo alla rimodulazione – necessaria e già in atto – della supply chain. Già prima della crisi dettata dal coronavirus i più attenti imprenditori avevano compreso la necessità di “ridurre la catena” non considerando più come unico fattore di vantaggio il ridotto costo della manodopera. Dopo quanto avvenuto in Cina è necessario riconsiderare il posizionamento della catena di fornitura in un'ottica euro-mediterranea. Sono cambiamenti che richiedono tempo ma perché si possano ottenere è necessario che la politica – italiana e comunitaria -favorisca questo nuovo indirizzo di sviluppo e lo accompagni. Ciò non vuol dire gettare alle ortiche quanto di meglio la globalizzazione ha generato con l'apertura dei mercati; anzi, il contrario. E' però da crisi profonde come questa che vengono assist per riposizionamenti rispetto a eccessi compiuti nel recente passato.

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Tutto questo lo dobbiamo anche alla luce del cambiamento dei consumi interni che si andranno a generare. E' innegabile che i consumatori stanno già rivedendo le loro priorità, non solo per gli acquisti dettati dal lockdown. Cambiano le esigenze e i consumi. E' già tornata al centro dell'attenzione- ed è un bene- la considerazione rispetto ai beni comuni. Dalle parole dobbiamo passare ai fatti rispetto a un nuovo peso della sanità pubblica e del welfare. Un welfare, quest'ultimo, dinamico, moderno e sociale e non per questo pachidermico.
Stiamo già ripensando una mobilità che necessariamente dovrà fare i conti non solo con la sicurezza, ma anche con il nuovo paradigma dettato dallo smart working e da una riconsiderazione – molto probabile- del sistema scolastico. Ma in tutto questo la politica quale indirizzo vuol dare? Non può certo essere spettatrice silente in attesa di una risposta fornita da comitati di tecnici. La fase due la diamo per assodata; è la tre che getta più di una preoccupazione.

Rispetto ai 400 miliardi di Euro di finanziamento garantiti dallo Stato vogliamo pensare a una distribuzione unicamente universale oppure a un iniziale tassello volto a favorire e incentivare quel cambiamento della struttura produttiva che abbiamo sopra accennato? Vogliamo pensare che quei finanziamenti possono generare un rafforzamento della filiera della subfornitura per permettere che questo Paese faccia quel salto di qualità necessario a intercettare una nuova domanda che, se vogliamo vedere, è anch'essa antica. Offrire a tutti le opportunità – in questo caso, ad esempio informatiche – perché ognuno possa accedere al meglio al sistema educativo a distanza, oppure possa lavorare da casa, non con uno smart working di facciata, ma con una completa e rapida interazione dei processi e delle conoscenze. La politica deve battere il colpo. Ora, in particolare, in epoca di Coronavirus
Nomisma

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