lo scenario

Covid-19 rilancia l’Italia digitale ma anche i suoi pregiudizi

Stop di 200 Comuni alle antenne 5G paventando legami con il coronavirus, mentre lo smart working impone connessioni più veloci

di Andrea Biondi

Stop di 200 Comuni alle antenne 5G paventando legami con il coronavirus, mentre lo smart working impone connessioni più veloci


4' di lettura

C’è un dato che più di altri fotografa il cortocircuito che attraversa l’Italia alle prese con la (necessaria) digitalizzazione. I Comuni che hanno detto no alle antenne 5G sul proprio territorio sono oltre 200. Lo hanno fatto in vario modo, con atti più o meno impositivi. E non si tratta solo di piccoli Comuni. Anche a Civitavecchia o a Grosseto i sindaci sono intervenuti con specifiche ordinanze di diniego all’installazione delle antenne 5G. A Siracusa, per fare un altro esempio, il sindaco ha bloccato tutto in attesa della fine dell’emergenza coronavirus, subordinando un ripensamento a studi che fughino i dubbi sulla presunta pericolosità per la salute.

Il principio di precauzione è uno dei tasti su cui battono gli oppositori - spinti dall’associazione Alleanza Italiana Stop 5G – mescolando argomentazioni fra le più varie. Tra queste i dubbi sulla presunta maggiore pericolosità del segnale 5G per la salute (sconfessata da pareri degli esperti, anche per i limiti elettromagnetici che in Italia sono più restrittivi rispetto al resto della Ue) e addirittura sul legame fra 5G e coronavirus. «Visto che è in atto sul territorio nazionale un’emergenza pandemica da Covid-19, con incidenza maggiore nelle regioni industrializzate italiane laddove è presente un forte inquinamento dell’aria, delle acque e dell’elettrosmog, che coincide oltretutto geograficamente anche con la localizzazione delle sperimentazioni della nuova tecnologia 5G», si legge in una parte dell’ordinanza del sindaco di Civitavecchia.

A farsi spazio sono paure e fake news (quella del legame fra 5G e Covid è la più marchiana secondo un’opinione condivisa nella comunità scientifica) che in altri Paesi come in Uk (ma è successo anche in Italia) hanno portato a incendi dolosi dei tralicci di telefonia mobile. In questo mix stanno proliferando ordinanze per bloccare infrastrutture a prova di futuro anche nei centri piccoli e piccolissimi che più di altri ne avrebbero bisogno. Senza contare, poi, che lo Stato ha messo all’asta frequenze per il 5G che le compagnie telefoniche hanno pagato fior di quattrini: 6,55 miliardi di euro.

È l’ennesimo paradosso, insomma, che vive un’Italia che sulla digitalizzazione si trova quanto mai sospesa fra progetti roboanti e risultati non sempre all’altezza; infrastrutture che avanzano e anelli mancanti della catena. E questo anche nelle competenze. Non a caso l’Istat ha segnalato che un terzo delle famiglie non ha un computer o un tablet in casa. Solo per il 22,2% delle famiglie ogni componente ha a disposizione un pc o tablet. Nel Sud i dati sono più allarmanti: il 41,6% delle famiglie è senza computer in casa con Calabria e Sicilia in testa (46% e 44,4%). Dall’altra parte l’ultimo Osservatorio trimestrale Agcom riporta che le linee con velocità superiore ai 30 Megabit al secondo sono passate dall’8,2% di dicembre 2015 a oltre il 55% del totale di quelle broadband e ultrabroadband a fine 2019. Certo, a confronto con l’Europa l’Italia è in ritardo stando agli ultimi dati di confronto a livello comunitario: a fare uso di linee a oltre 30 Mbps è solo il 24% delle famiglie, contro un 41% della Ue secondo il rapporto Desi. Che è datato al 2018-19, ma difficilmente potrà vedere un sovvertimento nell’ultimo anno.

La medaglia e il suo rovescio. Un’Italia che si muove, ma che deve anche fare i conti con problemi da superare. «Le infrastrutture digitali stanno avanzando e le reti, come dimostrato in questo periodo di emergenza, stanno reggendo», sottolinea Cesare Avenia, presidente di Confindustria Digitale che vede in una «spallata a un certo ostracismo culturale verso l’innovazione e il digitale» una delle conseguenze di questa fase legata al coronavirus. Il “tutti a casa” ha portato a riprogrammare vita e lavoro e questo ha posto all’attenzione l’importanza delle reti e del digitale. Allo stesso modo, puntualizza Avenia, c’è da fare i conti con «il ritardo nei risultati che si attendevano dall’utilizzo del digitale nella Pa. Sulle piattaforme dei servizi c’è ancora molto da lavorare. Confido che questo periodo dia un’accelerazione. In fondo, se la lezione non la si impara ora, non capisco quando potremmo». Qualche esempio a conferma del ragionamento. Confindustria Digitale ha censito come l’Anagrafe nazionale (Anpr) sia attiva su circa 6mila comuni, mentre avrebbe dovuto coprire tutta l’Italia nel 2016. Spid, il Sistema Pubblico di Identità Digitale pensato per consentire ai cittadini l’accesso ai servizi online della Pa con un’unica identità digitale (username e password) registra 6,5 milioni di erogazioni a fronte di un obiettivo del 70% della popolazione entro il 2020 previsto dal Piano Crescita Digitale.

«C’è del lavoro da fare sulle infrastrutture, senza dubbio. Ma penetrazione del digitale e uso dei device restano una questione altrettanto importante da affrontare, e rapidamente», spiega Claudio Campanini, ad di Kearney Italia secondo cui però un aspetto da non trascurare è sul versante delle aziende: «Ci sono imprese che dovrebbero investire di più, ma anche altre che investono senza la capacità di scaricare a terra i risultati. Così come c’è un tema di ecosistema in generale che è fatto di tante componenti, fra cui quella ancora troppo poco considerata del venture capital».

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