Dagli Usa lo scienziato Luca Pani

Covid 19, se non si riparte danni psichici e mortalità in aumento

Ue penalizzata nella corsa ai test, ripensare la gestione globale del bene salute

di Rosanna Magnano

Cosa sappiamo finora del Coronavirus

Ue penalizzata nella corsa ai test, ripensare la gestione globale del bene salute


4' di lettura

Il deflagrare dell’epidemia di Covid 19 negli Stati Uniti aggiunge un enorme competitor per l’Italia e per l’Europa nel già difficile approvvigionamento dei test diagnostici, il cui utilizzo di massa è stato più volte confermato dalla commissaria Ue alla Salute Stella Kyriakides come step ineludibile di qualunque exit strategy. «Bisogna partire dal concetto che questo è un virus nuovo – spiega Luca Pani, professore ordinario di Farmacologia all’Università di Modena e Reggio Emilia e all’Università di Miami ed ex direttore generale dell’Agenzia italiana del farmaco - che nel giro di quattro mesi ha infettato centinaia di milioni se non miliardi di persone in tutto il mondo».

Professore, siamo vicini alla fase 2 ma nella cassetta degli attrezzi italiana manca uno degli strumenti fondamentali per affrontarla. Qual è la verità sui tamponi?
«Non ci sono i numeri. Va detto chiaramente: non abbiamo a disposizione il numero di test che ci servirebbero».

Noi come mondo o come Italia?
«Noi come mondo e tenendo conto della competizione spietata tra le diverse nazioni, anche come Italia. Gli Stati Uniti, ormai è di dominio pubblico, sono partiti in ritardo perché i test del Cdc, il Centro per il controllo e la prevenzione delle malattie, non andavano bene. La Fda ha sospettato una contaminazione e hanno perso diverse settimane. Il risultato è che ora stanno testando in modo massivo. Quindi abbiamo un altro competitor sul mercato. Per esempio alcune delle macchine che fanno test rapidi o rapidissimi già sappiamo che non arriveranno in Europa o arriveranno più tardi, perché la prima parte della produzione è vincolata agli Stati Uniti».

Vincolo che in Italia nessuno ha pensato di proporre alle poche industrie italiane del settore. Pensa che sia possibile programmare un piano di riconversione industriale nel campo della diagnostica?
«Sono piuttosto scettico e forse faccio male. Ma mi auguro che questa sia una grande occasione per ripensare globalmente le politiche della salute, intesa come diagnostica, terapia, ricerca e prevenzione. Quello che è successo è una cosa gravissima. A qualsiasi livello la vogliamo approcciare. E se non ne approfittiamo per cambiare radicalmente e non momentaneamente la nostra capacità di risposta sarà un'occasione perduta fino alla prossima pandemia. Perché una delle sicurezze che abbiamo è che arriveranno altre pandemie. E la salute, ormai è chiaro a tutti, è economia. Nel senso originale e più nobile del termine, ovvero amministrazione dei beni, come la salute appunto, e non nel senso di finanza».

Quindi riapriremo senza certezze sui test. É l’avvio di un percorso darwiniano verso l'immunità di gregge?
«Sì di fatto è così. La pandemia è un evento darwiniano per eccellenza. Un evento evolutivo che dovrebbe richiedere un aumento di competenze e un passaggio di testimone verso un'altra gestione del mondo, letteralmente».

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Ci sono terapie di svolta tra quelle in sperimentazione?
«In quattro mesi la comprensione di questo virus ha fatto grandi passi avanti. Gli intensivisti sono stati bravissimi in tutto il mondo. Hanno ottimizzato i protocolli terapeutici e quello che si vede adesso, ovvero lo svuotamento delle terapie intensive e l'aumento della sopravvivenza dei pazienti, lo si deve alle intelligenze mediche e scientifiche. Non abbiamo al momento una terapia risolutiva, abbiamo una serie di protocolli, che vengono autorizzati, a volte forse in maniera sin troppo facile, anche solo sull'onda di un tweet. Ma la ricerca farmacologica non si è mai mossa così rapidamente. Almeno nei trent'anni in cui l'ho seguita. Quindi su questo bisogna essere ottimisti».

La ricerca del vaccino ha tempi lunghi. Avrà ancora utilità quando sarà scoperto?
«I vaccini hanno sempre senso. Da quello del morbillo, che nel 2014 abbiamo dovuto difendere, a quello per il Sars Cov 2 che arriverà. Il problema non sarà soltanto la tecnologia ma il tempo, la capacità di produrre miliardi di dosi in pochi mesi. Quindi, a essere realistici, non credo che prima di un anno, un anno e mezzo, possiamo avere vaccini erogabili su larga scala. Poi certamente potremo dare precedenza ad alcune fasce più fragili, ma sappiamo che i vaccini per avere un impatto devono immunizzare almeno il 90 per cento della popolazione potenzialmente esposta».

Ci sono le competenze giuste per affrontare la pandemia in Italia?
«Questa è un'emergenza da far tremare i polsi, che avrebbe dovuto richiedere molti passi indietro di persone che chiaramente non avevano la competenza per gestirla. Questo lo hanno notato tutti. Ed è la cosa che come psichiatra mi ha colpito di più. Perché non è successo? Nessuno si è dimesso. Nessuno ha scelto di tacere o andarsene e sono rimasti attaccati alle poltrone facendo confusione. Ora ci sono altre difficili decisioni da prendere sul fronte economico. Scelte cruciali perché una porzione di mortalità del Covid 19 arriverà dall'abbattimento dell'economia».

C'è il rischio di un impatto psichiatrico?
«A Miami abbiamo una task force Covid 19 che si occupa di questo, nel dipartimento di psichiatria. E da alcune settimane stiamo osservando un livello crescente di sofferenza psichiatrica. Le persone che avevano una predisposizione stanno sviluppando disturbi e i pazienti che avevano disturbi si stanno aggravando molto. Tutti i dosaggi e le prescrizioni di psicofarmaci stanno aumentando del 30-40 per cento in molte parti del mondo. Sta arrivando la componente psicologica della pandemia. E questo porterà disagio e sofferenza. E anche mortalità».

Quindi la ripartenza, pur affrontando dei rischi, è una scelta fra due mali?
«Sì. Nessuno dei quali minore».

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