analisiEconomia comportamentale

Covid, come usare la spinta gentile dei «nudge» contro i contagi e pro vaccini

L’applicazione degli studi di economia comportamentale alla lotta al coronavirus offre spunti inattesi e particolarmente efficaci

di Mirco Tonin

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4' di lettura

Anche gli economisti comportamentali scendono in campo contro la pandemia. E lo fanno con la consapevolezza del fatto che gli atteggiamenti dei singoli possono fare la differenza tra salute e malattia, nel contesto sociale. Molti interventi contro il Covid riguardano il cambiamento dei comportamenti sociali e individuali, comportamenti che dipendono dalla percezione del rischio di contagio, dalle norme sociali prevalenti, dalla fiducia dei cittadini verso le istituzioni che emanano raccomandazioni e direttive, e da una miriade di altri fattori.

Temi al centro del lavoro di chi si occupa di economia comportamentale, disciplina che negli ultimi mesi ha visto un numero notevole di studi focalizzati sulle misure contro la pandemia. Del tema si è parlato nel corso della conferenza online “Experimental Insights from Behavioral Economics on Covid-19”, organizzata dalla Johns Hopkins University e dalla London School of Economics, e in particolare da due studiosi italiani che lavorano presso queste istituzioni, Mario Macis e Matteo Galizzi. In particolare si è discusso della reazione degli individui ad alcuni comportamenti preventivi la diffusione del virus. Ma le evidenze sull'argomento non sono concordi.

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Il test alle teorie

L'Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms), ad esempio, ha sottolineato come l'utilizzo delle mascherine possa dare un falso senso di sicurezza che indurrebbe le persone a trascurare altre misure preventive, come il distanziamento sociale. Nella realtà, le cose sembrano andare in maniera diversa. Gyula Seres, dell'università Humboldt di Berlino, ha presentato i risultati di una serie di esperimenti condotti a Berlino ad aprile, periodo in cui l'utilizzo delle mascherine non era obbligatorio, e a maggio, in cui invece vigeva l'obbligo di portare le mascherine all'interno degli esercizi commerciali. L'esperimento è molto semplice: ci si mette in coda davanti ad un negozio, dopo aver lanciato una monetina per decidere se indossare o meno una mascherina. Si aspetta poi che qualcun altro si aggiunga alla coda e si misura, attraverso una app di realtà aumentata disponibile per smart phone, la distanza a cui questa persona, completamente ignara dell'esperimento in corso, si pone, con un margine di errore di un centimetro.

Questo permette di mostrare come, quando si uniscono alla coda e si trovano davanti lo sperimentatore con la mascherina, le persone mantengano una distanza maggiore di circa 9 cm rispetto al caso in cui lo sperimentatore non indossa alcuna protezione. Per quale motivo, e contrariamente a quanto temuto dall'Oms, le persone mantengono una maggiore distanza da chi indossa una mascherina? Attraverso un sondaggio lo studio mostra come vi sia la percezione che le persone con mascherina desiderino mantenere un maggiore distanziamento sociale, desiderio che in media viene rispettato. Certo, il contesto è fondamentale: parliamo di inizio pandemia e a Berlino. Cosa sarebbe emerso se avessimo realizzato lo stesso esperimento altrove e ora?

Chi scarica l’app

Un altro tema trattato è come incoraggiare l'utilizzo delle app di tracciamento. Nel nostro paese Immuni è stata scaricata dal 19% della popolazione e circa 12mila utenti positivi hanno inviato la notifica. Si tratta di numeri troppo bassi, che non permettono di sfruttare appieno uno strumento potenzialmente importante per controllare la pandemia. Lorenz Goette dell'Università di Bonn ha presentato i risultati di un esperimento condotto in Germania, dove meno del 30% della popolazione ha installato l'app equivalente. L'esperimento consiste in una campagna su Facebook e Instagram in cui si invita a installare l'app e compara un messaggio, con un video in cui viene spiegato come funziona l'app, ad un messaggio molto simile con l'aggiunta però di informazioni sulla prevalenza del virus nella propria provincia nell'ultima settimana ed una indicazione se la prevalenza è al di sopra o al di sotto della media regionale.

Inserire questi messaggi induce un aumento nel numero di persone che scaricano l'app, soprattutto se segnala il vivere in una zona con incidenza superiore alla media. Il focus sulla comunicazione è presente anche nei “mega studi” presentati da Katy Milkman della Wharton School dell'Università della Pennsylvania. L'utilizzo di “mega” è dovuto al fatto che si tratta di studi che coinvolgono decine o centinaia di migliaia di partecipanti e testano l'efficacia di decine di diversi trattamenti sperimentali. L'obiettivo è capire come favorire la vaccinazione di massa e gli esperimenti sono stati condotti riguardo alle campagne per la vaccinazione antiinfluenzale, variando il contenuto dei messaggi di testo utilizzati per ricordare agli utenti l'appuntamento con il medico o per invitarli a presentarsi per la vaccinazione.

Le parole per dirlo

Quello che emerge in maniera molto chiara è che espressioni come “abbiamo riservato un vaccino per te” o “c'è un vaccino che ti aspetta” sono molto più efficaci nell'indurre le persone a vaccinarsi rispetto ad altri messaggi, ad esempio con una componente scherzosa (del tipo “La sai l'ultima sull'influenza? Non diffonderla in giro” – sì, funziona meglio in inglese). Questo tipo di semplici accorgimenti aumenta dell'11% la percentuale di persone che richiedono il vaccino e potrebbe essere utile, una volta superata la carenza nelle forniture nei vaccini anti-Covid, per migliorare la cosiddetta immunità di gregge.

L'intervento iniziale della conferenza è stato tenuto da Cass Sunstein, docente di Harvard, famoso tra il grande pubblico anche grazie alle numerose pubblicazioni divulgative, tra cui “Nudge. La spinta gentile”.

Il Professor Sunstein ha fatto parte dell'amministrazione Obama e ha appena assunto il ruolo di consigliere presso il Dipartimento per la sicurezza nazionale dell'amministrazione Biden, con responsabilità su un tema cruciale come quello dell'immigrazione. Le competenze su come gestire la pandemia e, più in generale, le politiche pubbliche ci sono. Si tratta poi di avere la volontà politica di utilizzarle e di accettarne il metodo, che spesso non porta a risultati immediati, ma ad un accumulo graduale di conoscenza. Anche questo rappresenta un discrimine tra governi con un orizzonte temporale breve e governi che mirano a incidere sul lungo periodo.


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